Eravamo, da sempre, fedeli del culto del dio degli alberi, adoratori dell’immenso lianto che, con le radici nel giardino dei Rizzi, vicino al muretto che divideva il nostro territorio dal loro, spingeva i suoi splendidi rami fino al cielo, accogliendo sinfonie di uccelli, barbagli del tramonto, raggi argentei della luna.
L’adoravamo davvero, il nostro arboreo protettore, tanto da non pronunciare mai l’altro suo nome, quello di toccacielo, perché ci sembrava volgarotto, dato che i maestri dicevano continuamente, come una misteriosa litania, «guardare e non toccare».
In una certa notte autunnale avevamo sepolto, accanto al nostro albero, un piccolo budda di plastica, che era forse il primo oggetto di plastica entrato in nostro possesso: era una cerimonia accuratamente vissuta, e altrettanto accuratamente custodita, perché di essa non parlavamo mai, era stata fatta per stabilire un rapporto silenzioso e segreto, con lui che era un protettore solenne ed eterno.
L’estate del lianto
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