Infanzia di guerra

[di Barbara Scotti]

A luglio, poco prima di partire per le vacanze, sulla rivista Pagina 99 ho letto un articolo in cui si parlava di tre nuovi musei a Sarajevo dedicati al periodo della guerra nella ex Jugoslavia. Dal momento che in vacanza saremmo andati verso Dubrovnik, non è stato difficile programmare una tappa a Sarajevo per visitarli.

Ero particolarmente interessata a quello dedicato all'infanzia in guerra, The war Childhood Museum, situato in centro città e aperto a gennaio di quest'anno, ultima tappa di un percorso nato nel 2010 e destinato a durare a lungo.

La collezione permanente del museo è formata da oggetti donati da persone che hanno trascorso la propria infanzia a Sarajevo durante l'assedio (1992 – 1996) accompagnati da un breve testo (in inglese e in bosniaco) in cui il donatore spiega perché quell'oggetto è stato importante per lui durante la guerra.

Sono inoltre disponibili un televisore e alcuni tablet con i quali si possono vedere e ascoltare le testimonianze registrate degli ex bambini di Sarajevo.

L'allestimento, molto curato, è neutro: espone gli oggetti e i testi senza enfasi lasciando che parlino da soli; evita di indirizzare o attirare l'attenzione; non presenta note storiche e in questo senso invia un messaggio davvero universale; non ha lo scopo di commuovere o di impressionare ma “soltanto” di documentare, far conoscere, testimoniare.

This photo of War Childhood Museum is courtesy of TripAdvisor.

Il museo serve ai singoli per superare le proprie esperienze traumatiche, ma è uno strumento a disposizione della collettività per migliorare la comprensione reciproca e per impedire che altri bambini subiscano la stessa sorte; svolge un'attività educativa e porta in altri luoghi, anche all'estero, mostre temporanee e attività di formazione e ospita testimonianze di infanzie di guerra provenienti da altre aree geografiche (in autunno ci sarà una mostra sull'esperienza dei bambini siriani rifugiati).

This photo of War Childhood Museum is courtesy of TripAdvisor.

Fondatore del museo è Jasminko Halilović, classe 1988, che, avvertendo la necessità di raccontare la propria esperienza di bambino cresciuto a Sarajevo durante l'assedio (se volete rinfrescarvi la memoria su cosa è stato l'assedio di Sarajevo, ascoltate qui), ha aperto un sito internet in cui chi era cresciuto nella Sarajevo assediata, poteva condividere un ricordo della propria infanzia inviando un testo lungo al massimo 160 caratteri.

I contributi ricevuti sono stati poi raccolti nel volume War Childhood, curato dallo stesso Halilović, una testimonianza collettiva unica di cosa voglia dire crescere in tempo di guerra.

L'84% dei partecipanti è nato fra il 1977 e il 1988; il 20% scrive dall'estero; le parole più usate sono bomba e bombardamento; l'emozione riportata più frequentemente è la paura; l'uso di parole come acqua, cibo e fame indicano dove è focalizzata l'attenzione di bambini che crescono in tempo di guerra; la parola cioccolato rappresenta una fantasia irrealizzabile; la parola morte ricorre spesso, ma ricorrono anche parole come amicizia e amore; il 3,8% di chi ha contribuito con la propria esperienza, ricorda la perdita di una persona cara; seppure nell'impossibilità di giocare liberamente, molti descrivono i giochi fatti durante la guerra (queste informazioni sono tratte dal libro War Childhood alle pagine 22,23 e 24).

Lavorando al libro, Halilović scopre che per alcune persone esiste un legame emotivo con oggetti legati al periodo bellico: qualcuno, insieme ai propri ricordi, invia anche quelli.

Si fa strada così l'idea di creare un luogo che raccolga oggetti che abbiano avuto un particolare valore simbolico durante la guerra.

In un anno vengono raccolti più di tremila pezzi e registrate oltre cento ore di video - testimonianze.

Con la collezione pronta, il passo successivo è trovare una sede.

Sembra logico rivolgersi alle autorità locali della Bosnia e Erzegovina per richiedere la disponibilità di un luogo da affittare, che possa diventare la sede del nuovo museo. Ma nonostante l'interesse che il libro ha suscitato anche all'estero, le autorità locali non rispondono.

«In una società profondamente corrotta dove ogni ramo del potere - politico, economico e mediatico - è chiaramente diviso fra tre gruppi etnici dominanti, la battaglia per un museo che appartiene a tutti, e non è esclusiva di nessuno, non è un compito facile. Non lo avevo capito all'inizio; ingenuamente pensavo che nessuno avrebbe potuto opporsi ad un museo dei bambini contro la guerra.» (J. Halilović, War Childhood,  pag. 227, traduzione mia).

This photo of War Childhood Museum is courtesy of TripAdvisor.

L'iniziativa riceve però il sostegno del pubblico, dei media (anche internazionali: BBC, CNN, The economist, per citarne solo alcuni) e di personalità del mondo della cultura.

Nel 2016, viene realizzata una mostra temporanea presso il Museo di Storia della Bosnia e Erzegovina a Sarajevo con lo scopo di far conoscere il progetto: in dieci giorni la mostra viene visitata da più di quattromila persone e dà il via alla prima attività formativa del museo con un laboratorio tenuto nelle scuole.

Finalmente, a seguito di un'intensa attività di lobbying, nell'agosto del 2016 viene identificato uno spazio e dopo una ristrutturazione dei locali, il museo può aprire.

This photo of War Childhood Museum is courtesy of TripAdvisor.

Quella mattina di fine luglio in cui ho visitato il museo c'era molta gente, per la maggior parte giovani e stranieri (non bosniaci).

Il luogo è bello, curato nei dettagli, così come sono belli e curati il logo e la grafica dell'insegna, del biglietto, delle cartoline, del libro.

Un lavoro notevole fatto con risorse proprie e con la capacità di costruire relazioni e generare interesse, che ha la forza di evidenziare come gli effetti della guerra si ripercuotono ancora oggi sulla società bosniaca e per estensione su tutte le comunità in guerra: il trauma subito da un'intera generazione di bambini, gli adulti di oggi; la diaspora; le divisioni su base religiosa e etnica che erano insignificanti prima della guerra e che oggi raggiungono livelli di tensione altissimi.

Le fotografie di The war Childhood Museum sono tratte da Tripadvisor.

 

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