Lasciamo leggere i bambini!

[di Sergio Ruzzier]

Da bambino non ero quello che si definirebbe un buon lettore. Ma questo non significa che non mi piacessero i libri. Anzi, li amavo, ma solo quelli con molte figure: albi illustrati e fumetti. I libri “lunghi”, senza o con poche immagini, mi sembravano terribilmente noiosi e difficili, poche volte mi sono avventurato a leggerli. Mi ricordo che mio fratello maggiore leggeva Jules Verne o Emilio Salgari: storie di viaggiatori, guerre, pirati, torture, schiavi… Roba bella.

Ma quei libri avevano solo poche illustrazioni sparpagliate in tutto il libro. Bisognava leggere almeno venti pagine di parole prima di arrivare a una illustrazione. Puro masochismo. Le rare volte in cui provai a leggerne qualcuno, finivo per saltare avanti finché non trovavo una pagina illustrata. Così facendo, tradivo l’unica vera ragione per cui provavo a leggere il libro: assaporare l’anticipazione dell’immagine a cui via via mi stavo avvicinando. Sinceramente, non ne valeva la pena. Meglio continuare a leggere i miei albi illustrati.

A cinque anni mi regalarono un libro illustrato che presto divenne il mio preferito in assoluto. S’intitolava Caro bruco capellone di Lucia Tumiati e Tullio Ghiandoni. Ogni pagina mostrava un ragazzino alla scrivania mentre scriveva o pensava e, sopra di lui, c’erano grandi nuvolette che mostravano i suoi pensieri o le lettere che stava scrivendo a diversi destinatari: il fratello maggiore, una pentola, un pollo morto, un uomo in prigione e, ovviamente, il bruco capellone che, verso la fine del libro, moriva. Adoravo quel libro e lo leggevo in continuazione.

Un paio di anni dopo, mia madre mi portò alla Libreria dei Ragazzi di Milano (l’unica in città allora). Lì notai un nuovo libro illustrato e, col cuore che mi batteva forte, lo presi in mano: Caro maestro capellone. Naturalmente era il seguito di Caro bruco capellone. Era quello il libro che volevo.

Mia madre lo portò alla cassa e fu in quel momento che un libraio, avvocato del diavolo, disse: «Ma quel bambino è troppo grande per questo libro! È per bambini piccoli.» Fortunatamente mia madre non si fece scoraggiare e mi comprò il libro ugualmente, io però ricordo ancora il senso di vergogna e di umiliazione. Avevo scelto un libro per bambini piccoli! Sono certo che il libraio non intendesse denigrarmi, stava semplicemente cercando di aiutare una cliente. Ma il punto è: come si può indirizzare la scelta di un cliente solo in base all'età del bambino per cui sta comprando il libro, senza conoscere i gusti di quest'ultimo, cosa gli piace e cosa no, cosa ha voglia di leggere in quel momento? Nessuno direbbe: può consigliarmi un libro per un quarantanovenne? Perché per i bambini sì?

Allo stesso modo, non capisco perché certi editori indichino sui libri l’età di lettura consigliata. A che scopo? Perché lo ritengono di qualche utilità? Io credo che sia un sistema per rassicurare gli adulti di avere fatto la scelta giusta per i loro bambini benché, in realtà, si tratti solo di uno strumento di marketing. E certamente questo non gioca a favore dei bambini.

Ma ci sono modi anche più invasivi per trovare il libro “adatto” a ogni lettore, come la piattaforma Lexile. A me spaventano questi sistemi basati unicamente sulla lunghezza delle frasi o su altri metodi di quantificazione. Molti critici, peraltro, sostengono che questo genere di programmi non siano così accurati come dichiarano di essere, il che non sorprende.

L’abitudine diffusa di etichettare i libri e i lettori secondo l’età potrebbe indurre a pensare che la figura dei librai o dei bibliotecari non sia più necessaria (ovviamente Amazon e altri canali di vendita on-line adottano i criteri di Lexile). Secondo questa prospettiva, tutto, quindi anche noi stessi siamo misurabili e codificabili, per cui trovare il prodotto giusto per ogni consumatore diventa solo una questione meccanica.

Finora ho parlato di bambini a cui piace leggere libri considerati al di sotto della loro età perché questa esperienza mi riguarda personalmente, ma lo stesso vale per la situazione opposta. I bambini si sentono dire spesso che un libro è troppo difficile per loro o che sono troppo giovani per apprezzarlo pienamente. Come se tutti gli adulti comprendessero completamente tutti libri che leggono! Cosa c’è di male nel tentare di leggere un libro “difficile”, se quello è il libro che spinge un bambino alla lettura? Lo capirà tutto o solo in certe parti o potrebbe addirittura cogliere qualcosa di cui nemmeno l’autore è consapevole. Potrà amarlo o odiarlo, leggerlo dall'inizio alla fine o abbandonarlo dopo le prime righe. Tutto questo succede a qualsiasi lettore, indipendentemente dall’età.

Ai firmacopie dei miei libri in fiera, c’è sempre qualche genitore che vuole sapere se il libro è adatto per la loro bambina di cinque anni o per il loro bambino di quattro. Per me è sempre un momento di grande imbarazzo. Non mi piace fare la parte del difficile o del moralizzatore, ma davvero non so cosa rispondere, perché non conosco quei bambini. Alla fine balbetto sempre qualcosa senza dare una risposta. Riuscirei meglio nell’intento se mi dicessero a cosa gli piace giocare o quali sono i loro piatti preferiti, piuttosto che l'età.

Etichettare i libri per età è un ostacolo alla lettura e porre dei limiti alla libertà di scelta significa che molti bambini potrebbero non affezionarsi mai ai libri. Dovremmo lasciarli leggere ciò che vogliono, senza imporre loro le nostre insicurezze e i nostri pregiudizi di adulti.

Questo post è apparso il 10 maggio 2016 su Nerdy Book Club che ringraziamo per averci permesso la traduzione.

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