Le mie madeleines di piombo

A cosa serve un corso? E, più in particolare, a cosa mai potrebbe servirvi venire a Sàrmede per una settimana a dormire male, mangiare peggio e lavorare un sacco agli ordini di uno come me, che - come se non bastasse - ti fa anche i dispetti? A volte me lo domando anche io.

Ma poi accadono cose che, più di qualsiasi discorso, mi danno la misura e il senso di quel che faccio quando insegno. Quella che leggerete qui di seguito è l’esperienza di Sara Maccagnan. Io ne sono felice e orgoglioso, anche perché non ne è venuto fuori un libro, ma una cosa imprevista, imprevedibile, che sta trovando un suo spazio, sta incontrando molte persone, continua a trasformarsi e chissà mai dove arriverà.

Il corso si terrà nuovamente, nella prima settimana di luglio a Sàrmede. Tutte le informazioni, qui. Qualche posto c'è ancora.

E poi al Masetto, prima settimana di settembre. Una cosina più estrema Quasi sadomaso. Però si mangia da Dio e si dorme come sassi. Quasi quasi sembrerà di stare in vacanza. I dettagli qui.



[di Sara Maccagnan]

Parola, forma e spazio sono gli elementi che mi hanno condotta a un dialogo quasi estetico per cercare di svolgere i compiti assegnati durante Progettare Libri 1 di Paolo Canton. Sono diventati il pre-testo per pensare e ripensare agli stimoli ricevuti, in un percorso apparentemente veloce durante il quale quelle piccole lettere incontrate alla Tipoteca Italiana di Cornuda sono diventate le mie Madeleine di piombo (1) capaci di risvegliare i gesti, gli odori e il disegno.

Il punto di partenza è stato per così dire duplice, da un lato la parola come forma e significato e dall’altro lo spazio come condizione fisica e come condizione semantica. L’ attenzione alla forma ha chiuso la fase progettuale, la forma della parola/lettera e delle immagini dove l’economia del segno crea o annulla la narrazione.

Prove su parola, forma e spazio.

Varcata la soglia sensoriale più che creare un’immagine ho cercato di mettere in atto un meccanismo vivo, un luogo dove gli elementi si ripetono, creando molteplici possibilità di interazione.

Primi schizzi per LEPrE.

Studio per font, colore e formati.

Ne è venuta fuori una possibilità fisica di relazione, un gioco che può essere anche molto serio per comporre, scomporre e ricomporre infinite volte piccoli libri illustrati. LEPrE: Laboratorio Estemporaneo di Progettazione Editoriale è nato così da un insieme di suggestioni confluite in una ricerca che ancora non sapeva di essere tale e resa visibile da  ventotto parole, quindici immagini, due formati libro, due testi (concessi da Francesco Gagliardi) e una finta cassa tipografica.

Prototipo formati.

Verifica da disegno a prototipo definitivo.

Dopo la prova per così dire zero all’Open day della Tipoteca Italiana di Cornuda ho lavorato perché LEPrE potesse assumere diverse identità diventando laboratorio, progetto didattico e corso di formazione per insegnanti ed educatori.

Progettare i diversi percorsi mi ha permesso di scoprire limiti e potenzialità, continuando anche un piccolo e personale allenamento al disegno.

I primi laboratori sono stati ospitati dalla Biblioteca Civica di Melegnano, in occasione di Farsi un libro,  l’ormai famosa esposizione sui lavori svolti durante PL1. Il percorso, anche un pochino teorico, ha amplificato l’immediatezza del gesto aiutando bambini e adulti a giocare con LEPrE e a realizzare piccoli libri illustrati.

Laboratorio per i bambini alla Biblioteca Civica di Melegnano.

L’ottava edizione del Carnevale Internazionale dei Ragazzi della Biennale di Venezia, ha permesso a LEPrE di diventare progetto didattico. La manifestazione prevede 9 giorni  di laboratori e spettacoli con un approccio ludico e creativo. Il progetto messo in atto per l’occasione si è sviluppato in modo articolato: le mie studentesse di terza Liceo hanno studiato LEPrE e elaborato un percorso laboratoriale che hanno poi condotto durante il Carnevale.

In questo caso specifico LEPrE ha azionato un doppio percorso: una specie di scatola cinese, che facendo leva sugli ormai assodati approcci peer - to - peer ha permesso di innescare interessanti processi educativi.

Bambini e LEPrE al carnevale Internazionale della Biennale di Venezia.

Recentemente è nato LEPrE al Museo, una nuova edizione dedicata all’opera di un artista in questo caso Piero della Francesca. L’occasione è stato un workshop di formazione per insegnanti ed educatori organizzato con la collaborazione di Libri Fatti a Mano a Pieve Santo Stefano. Grazie a un gruppo di motivatissime insegnanti, LEPrE al Museo è diventato una possibilità in più per mescolare i linguaggi con l’obbiettivo di avvicinarsi alla poetica dell’artista in modo meno didascalico e più estetico. Le parole e le immagini infatti girano intorno a Piero e cercano di evocarne la poetica offrendo infinite possibilità di nuove narrazioni.

Studio per LEPrE al Museo.

LEPrE al Museo.

Scoprire e  studiare nuove  relazioni tra le parti, mescolare gli elementi e vedere cosa salta fuori (magari essere dei risultati inattesi), è esattamente quello che è successo in questi mesi intensi. Ho visto con stupore altre persone entrare in questo meccanismo e trovare soluzioni  innovative partendo tutti, in modo molto democratico, da  parola, forma e spazio.

Insegnanti alle prese con LEPrE al Museo

Grazie a chi con garbo, eleganza e qualche sorriso mi ha aiutata a compiere un passo in più. Per le foto: le Ragazze di Terza; Giovanni Spada; Silvia Rubechi; Sara Maccagnan.

________

(1) S. Maccagnan, "I giorni degli esercizi" in Storia di LEPrE, Feltre 2017  “... al terzo giorno sono entrata in quel Museo, tra quelle macchine che mi sono sembrate così famigliari. Girato l’angolo di una delle stanze ho rivisto dopo tanto tempo quei cassetti pieni di lettere di piombo. Tutto era sottoposto ad un piacevole ordine, sapevo che ero lì per un preciso motivo ma  sentivo solo rumori e odori, ero distratta dai ricordi. Per il resto il giorno passò in fretta e come per i giorni precendenti quella strana sensazione non mi permettava di essere a pieno. Feci una pausa, di fronte a me tutti lavoravano sodo, ho immaginato in quel momento di lavorare sulla condizione del fare e del rifare.”