Di qui non si passa

di Isabel Minhòs Martins e Bernardo Carvalho, 2015

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I libri servono a contenere le storie, tutti d’accordo? Alcuni libri contengono delle storie individuali, sin’anche personali. C’è qualcuno però che pensa che i libri siano anche il posto per entrare nella Storia, per diventare eroi di una narrazione pilotata. Di quel qualcuno bisogna guardarsi bene perché è il personaggio più pericoloso che una s(S)toria possa avere, un vero e proprio dittatore.

La dittatura totalitaria l’abbiamo sperimentata nel Novecento in moltissimi Paesi europei, qui in Italia abbiamo ancora un debito di conoscenza nei confronti del nostro fascismo che poco conosciamo e di cui troppo poco in genere sappiamo. Raccontare ai bambini come e perché accade che un popolo si lasci limitare nelle libertà personali, e soprattutto come accade che poi qualcuno si ribella e si fa la rivoluzione forse è ancora più difficile. Pochissimi libri vi si provano, Di qui non si passa di Isabel Minhòs Martins e Bernardo P. Carvalho, edito in Italia da Topipittori, ci riesce con la forza sorprendente dell’ironia e della grafica.

Di qui non si passa è un albo è fatto di lingua, immagini e grafica; quando quest’ultima componente acquista potere narrativo il risultato è sorprendente: in questo caso accade che la soglia del centro pagina che separa la pagina destra da quella di sinistra, diventa una soglia reale e metaforica al tempo stesso che visualizza fisicamente lo spazio di potere e di controllo.

Un giorno un generale decide che la pagina destra deve restare bianca e lascia una guardia a controllare che nessuno valichi il confine invisibile. Nella pagina di sinistra comincia una sfilata disordinata di persone, più un cane, che si affastellano occupando l’intera facciata sinistra; non potendo passare di là tutti borbottano, ma si organizzano per fare le proprie cose nella sola pagina sinistra. Come ogni bravo soldato, a ricordarci ancora una volta la banalità del male, la guardia si scusa ma… sta solo eseguendo ordini superiori e non ci sono richieste e proteste che tengano.

Finalmente un oggetto “neutro” inerte, come una palla con cui i bambini stanno giocando, rimbalza dall’altra parte della cortina immaginaria poiché almeno alle cose è difficile far eseguire certi assurdi ordini.

Signora guardia, possiamo…

Potete, ma solo per questa volta…


È fatta, la breccia si è aperta nella coscienza del soldato più che nel muro della soglia. Tutti i personaggi, dai ladri che scappano agli imbianchini all’astronauta, al fantasma, ai ballerini di tango, a ogni sorta di cittadino, ricominciano a circolare liberamente sulle pagine destra e sinistra fino a che, c'era da aspettarselo, il generale arriva e si arrabbia moltissimo con la guardia di cui il popolo adesso non esita a prendere le parti a spada tratta. Ecco fatto, invece del generale l’eroe è diventata la guardia semplice che non si è nemmeno accorta sino in fondo di cosa ha fatto: né prima né dopo è stata particolarmente cosciente del proprio ruolo e della propria responsabilità. Per inerzia ha lasciato che la storia prendesse un altro corso e questo al momento ai cittadini basta.

Al grido di Viva!! tutti corrono si affastellano nella pagina di destra, quella prima proibita, e da lì escono fuori dalla storia lasciando un mare di oggetti dimenticati e il generale finalmente da solo in tutte e due le pagine: che se lo prenda il suo posto in una storia senza più nessuno! Ma chi vorrebbe essere a capo di un popolo che non c’è?

Me ne vado da questa storia, ho deciso!

Dopotutto, chi vuole essere l’eroe di una storia per bambini?


Addio generale, andiamo nei risguardi a incontrare uno per uno i cittadini che questa storia l’hanno scritta per davvero.

Beato il Paese che non ha bisogno di eroi! (da Bertolt Brecht, Vita di Gallileo).

Da Di qui non si passa, di Roberta Favia in Testefiorite.

 

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