Sfogliare la terra come se fosse un grande libro

[di Cristiana Pezzetta]

Quando i bambini arrivano nel grande spazio-ragazzi della biblioteca Sandro Onofri e chiedo loro di sedersi, non faccio nemmeno in tempo a pronunciare l’ultima parola che si sono già radunati stretti stretti intorno alla scatola, posta al centro della sala.

Sopra c’è scritto: Lo scavo archeologico.

Sono impazienti di incominciare subito, perché lì dentro, oltre la terra visibile sulle pareti trasparenti, deve esserci sicuramente qualche tesoro da scoprire, non importa cosa, il non vedere è già promessa e attesa di meraviglia.

Per questo leggo nel loro sguardo un po’ di delusione quando dico che prima vorrei raccontare loro delle cose.

Ed è anche per questo che sui loro bei visi accaldati si stende presto un sottile velo di noia, intuisco che non vorrebbero stare a sentire un altro adulto che fa loro lezione. Vorrebbero mettersi invece subito al lavoro. Il fare gli appare assai più divertente dell’imparare senza fare.

Comincio a raccontare partendo dalla mia esperienza, parlo dei luoghi in cui ho scavato, chiedo se conoscono i nomi di quei paesi, racconto di come si svolge uno scavo archeologico, dalla scelta del terreno, alle autorizzazioni, dagli strumenti, alle schede di strato, il diario di scavo, le foto, le planimetrie, lo studio della ceramica e degli oggetti, l’uso del filo a piombo e del calibro, fino ad arrivare allo scavo stratigrafico, che resta il concetto più importante, oltre al lavoro di gruppo, da apprendere.

Così prendo un bel libro corposo, ho scelto I racconti di Terramare di Ursula K. Le Guin, libro peraltro meraviglioso. Si presta alla perfezione perché ha più di mille pagine, comincio a sfogliarlo sotto i loro occhi incuriositi.

- Se volete conoscere la storia che viene raccontata in questo libro, voi che fate? - chiedo.

- Leggiamo - rispondono

- Ovviamente dall’inizio alla fine, altrimenti non ci capireste nulla - aggiungo.

- Ma è troppo grande, non ce la faremmo mai - protestano un poco.

- È vero - rispondo -  questa è una storia molto lunga, lunga quasi come la storia che ci ha preceduto. Quando scaviamo, noi leggiamo una pagina alla volta, uno strato alla volta. Ecco perché per arrivare in fondo, non possiamo semplicemente scavare facendo delle buche per andare a recuperare un oggetto prezioso, perché poi se ci perdiamo la lettura degli strati, non capiamo più niente di quell’oggetto. Possiamo solo dire che è interessante, ben fatto magari, ma non possiamo più ricostruire il contesto e conoscere la storia di quell’oggetto, chi lo usava e perché, chi lo ha fatto, da dove viene. Quindi, quando scaveremo in quella scatola, dobbiamo sfogliare la terra come se fosse un grande libro proprio come questo e noi ne leggessimo le pagine, una per volta, senza fretta, e anche se è una storia molto lunga ce la faremo lo stesso, una pagina alla volta. Non possiamo leggere questo libro così grande, strappando tutte le pagine e andando subito alla fine, perché non capiremmo nulla. Quindi un’altra cosa che dobbiamo praticare quando scaviamo è una grandissima attenzione. Perché la terra che è qui davanti a noi, se la guardiamo distrattamente ci sembra tutta uguale, ma in realtà, a uno sguardo attento, rivela molti particolari e a noi interessa ogni minimo dettaglio, il colore, la consistenza, la presenza di minerali, di frammenti di legno, qualsiasi cosa. E per fare questo dobbiamo guardarla bene, come quando leggiamo una parola difficile, dobbiamo prestare attenzione, altrimenti la leggiamo male e ancora una volta non capiamo, non solo quella singola parola, ma tutta la frase.

Mi guardano attenti, il silenzio è pieno zeppo dei loro pensieri.

Quindi la domanda delle domande: -  A che serve allora uno scavo archeologico?

- A trovare reperti preziosi. - Mi rispondono in coro, come se tutta la storia degli strati, dell’attenzione non avesse fatto breccia nelle loro testoline. In realtà non è affatto così.

-  Solo questo? A cosa può servirci conoscere cosa facevano, come vivevano gli uomini di tanto tanto tempo fa? A cosa serve l’archeologia se l’uomo moderno è proiettato verso il futuro ed è un futuro pieno di tecnologia? - domando ancora.

I. alza il braccio che quasi gli si stacca, sembra che abbia dentro le bollicine effervescenti dell’acqua minerale quando viene agitata, e dice: - Anche a conoscere da dove veniamo, cosa hanno fatto prima di noi, chi ha camminato sulla terra prima di noi.

- Brava! - le dico, e aggiungo: - Quindi a noi interessa non solo la cosa preziosa che sta nella terra, cioè nello strato, ma il motivo per cui ci è finita, a chi potrebbe appartenere, cosa quell’oggetto mi sta raccontando. Potrebbe essere interessante conoscere come è stato fatto quell’oggetto, quali tecniche sono state usate, perché l’uomo moderno ha spesso preso ispirazione dalla tecnologia del mondo antico.

Poi chiedo loro uno sforzo di immaginazione, dico di provare a pensare di non sapere nulla dei loro genitori, di quello che hanno fatto prima di diventare i loro genitori, di non sapere nulla dei loro nonni, di vivere solo e esclusivamente nel presente, un presente senza storia.

Dico di immaginare anche una casa in cui non ci sia nessun segno di storia passata, nessun oggetto che sia appartenuto a qualcuno prima di loro. La storia dei nonni li colpisce, suscita in loro un cortocircuito.

- Ma è impossibile  -  mi dice un bambino -  noi veniamo per forza da prima.

- Ed è per questo che è importante l’archeologia, perché attraverso le fonti materiali, ci fa conoscere da dove veniamo e quindi anche un po’ chi siamo.

Ora mi guardano e aspettano, ho la sensazione di aver agganciato la loro attenzione, forse ora qualcosa è più chiaro.

Posso continuare con un’altra domanda.

 - Pensiamo al tempo che passa sulla terra, quando noi cominciamo a scavare, a quale periodo storico potrebbe corrispondere lo strato superficiale, quello che potete vedere lì? - dico, indicando lo spazio esterno.

Tutti si girano a vedere oltre i finestroni che inondano di cielo la sala, dove si stende un bel prato luminoso con una giostra sullo sfondo.

- Il nostro tempo -  mi risponde un bambino.

- E cosa ci potrà essere dentro? Dentro quello strato superficiale, intendo, perché qualcosa nella terra c’è sempre.

Un coro di voci all’unisono dice: - Plastica, bottigliette, tappi...

La plastica dunque si rivela ai loro occhi il tratto caratteristico di questa contemporaneità. Non sbagliano per nulla.

Riprendo il filo.

- Partiamo allora dallo strato superficiale, - dico - scavare è come camminare all’indietro nella storia, sfogliando la terra noi andiamo verso l’inizio della Storia. Quando leggiamo un libro, il processo è esattamente opposto, andiamo verso la fine di quella storia, che nell’ultima pagina trova la sua conclusione.

Poi chiedo loro di chiudere gli occhi e di immaginare un futuro lontanissimo, come se dovessero trovarsi in un film di fantascienza, tutta la realtà è cambiata attorno a loro, eppure ci sono ancora gli archeologi che questa volta scaveranno ciò che resta di noi.

- Cosa vorreste che gli archeologi trovassero di voi fra cinquemila anni?

A questo punto è tutto uno sbracciarsi e nei sei incontri che ho condotto ho collezionato risposte interessantissime.

L. mi dice che vorrebbe fosse trovata la sua mano, perché lui disegna.

Non deve apparire un dettaglio macabro questo, perché poco prima avevo raccontato loro nei particolari lo scavo della tomba di un infante, con tanto di descrizione di sottilissime ossa e cranio minuscolo in cui la mandibola rivelava nell’assenza di dentatura, la possibilità che appartenesse a un bimbo molto piccolo. Questo racconto li ha interessati moltissimo. Ora è tutto un bisbiglio su quale parte del corpo ciascuno vorrebbe che fosse ritrovata di loro, chi dice un piede per il calcio, chi la testa, chi le ginocchia, alcuni decidono che è meglio tutto il corpo come quel bambino antico, però loro vorrebbero accanto il peluche, quello regalatogli alla nascita, non il vasetto con il beccuccio come nel mio racconto.

R. mi dice che gli piacerebbe venisse trovata una foto, di loro bambini in quel momento tutti insieme; M. invece vorrebbe che fosse trovata la collana di sua nonna; A. il suo diario, e dal suo sguardo un po’ malinconico e prolungato intuisco che quelle pagine devono custodire un pozzo profondo di emozioni; C. vorrebbe che fosse trovato il vocabolario di sua nonna, per lei è molto prezioso, contiene tutte le parole e così gli umani del futuro potrebbero ancora capire la lingua che parliamo; A. tutti i piccoli quaderni di scavo che ho preparato per loro, così gli archeologi del futuro sapranno come si fa uno scavo archeologico.

Un altro bambino in un altro incontro, dopo che una sua compagna ha detto in modo chiaro che l’archeologia serve a conoscere da dove veniamo, dice con un filo di voce che vorrebbe che a essere trovata fosse la sua carta d’identità, così gli archeologi saprebbero che lui viene dal Bangladesh.

Sempre la stessa bambina dice che vorrebbe che fosse trovato il suo libro preferito, Piccole donne, così gli archeologi del futuro saprebbero anche come si viveva nell’‘800.

Geniale, penso tra me.

Molti vorrebbero che a essere trovato fosse qualcosa che possa raccontare chi sono, e spesso questo qualcosa ha a che fare con una passione, il calcio, il disegno, uno sport che praticano, qualcosa che li metta in gioco in una esperienza attiva; altri invece qualcosa che è appartenuto ai loro nonni, un giradischi, o qualcosa di personale legato alla loro infanzia, che è il passato più lontano che conoscono e di cui conservano, almeno in parte, memoria.

Finalmente possiamo iniziare lo scavo.

Seguono minuti di fibrillazione tra chi vorrebbe cominciare prima e chi deve attendere, ma l’attesa, suggerisco io, non sarà vuota, perché ciascuno di loro dovrà compilare il proprio quaderno di scavo, descrivendo la terra, le azioni che si fanno, cosa vede ciascuno di loro. E poi, con tutti i loro appunti di vista, una volta tornati in classe potranno aggiungere, ampliare il diario di scavo, che chiamo ufficiale e che corrisponderebbe a quello che si usa nei cantieri di scavo e che rimarrà come frutto del lavoro collettivo.

Si comincia!

I bambini vengono divisi in squadre da tre, mostro loro come procedere, le trowel nelle loro mani scivolano sulla terra senza inciampi, aspettano in silenzio e concentrati, sperano che qualcosa appaia. Puliscono lo strato, raccogliendo la terra. Capita a volte che non subito affiori qualcosa, e allora non vorrebbero cedere il posto al secondo turno. Ma ricordo loro che lo scavo archeologico è un lavoro di squadra, quello che viene trovato non appartiene al singolo e non ha alcun valore da solo, diventa significativo solo se non lo considero di proprietà e se cerco di metterlo in condivisione con gli altri. Piano piano questa idea viene consolidata. Lo stupore li sommerge quando finalmente appaiono i primi frammenti, la tentazione di prenderli subito in mano è palpabile, qualcuno però intima di aspettare e ricorda che è necessario prima fare il disegno, le foto, e capire bene come sono messi nel terreno. Solo dopo che sono stati documentati, possono essere tolti dallo strato e puliti con un pennello.

Perché lo scavo, faccio notare, in ogni caso distrugge le tracce che per millenni la Storia ha accumulato nella terra.

Si rigirano i frammenti tra le mani con delicatezza, usano una lente di ingrandimento per osservare bene, chiedono di quelle macchie biancastre che sono incrostazioni dovute all’esposizione all’umidità, puliscono bene le fratture, li invito a osservare il colore dell’impasto e la composizione, cosa c’è dentro. Poi cerchiamo di definire il colore attraverso la carta dei colori Munsell, un sistema di riferimento inventato negli anni ’40 da J. Munsell appunto, proprio per ovviare alla soggettività delle descrizioni nelle schede dei materiali.

Lo scavo procede attento, ci vuole tempo per arrivare fino in fondo, ogni volta che trovano un frammento devono eseguire la stessa procedura, a volte sono io a dimenticare di fare la foto, e loro sono lì pronti a ricordare. Sono concentrati, pazienti, precisi, danno valore al lavoro che stanno facendo.

E cominciano anche a spuntare le prime domande, qualcuno azzarda ipotesi molto fantasiose sull’origine di quel pezzo, un bambino dice che il carro di Mosè è passato in quel punto e ha fatto in mille pezzi il vaso. Colgo allora l’occasione per dire che ricostruire la storia dai dati della cultura materiale non è un esercizio di fantasia ma che è necessario andare a verificare anche altre fonti, e studiare i dati di tutti coloro che prima di noi hanno studiato quel periodo storico, fare confronti con quanto già sappiamo. È come se stessimo lavorando a un puzzle gigantesco, che altri hanno già iniziato e noi con i nostri studi potremmo aggiungere qualche altro pezzetto al puzzle, è sempre un lavoro di squadra, ribadisco. Qualcuno si fa più coraggioso e mi chiede chi ha messo i pezzi nella scatola e se sono veri. Ricordo allora a tutti che noi stiamo facendo una simulazione di scavo per imparare come si procede davvero in uno scavo archeologico, ma che io non posso essere in possesso di pezzi autentici provenienti da un contesto di scavo, perché ogni cosa rinvenuta all’interno di uno scavo archeologico non solo appartiene allo Stato Italiano, ma serve per studiare, e può invece essere esposta in un museo, cosicché tutti possano conoscerla e capire cos’è, da dove viene e cosa significa per la nostra storia.

Poi arriviamo all’ultima fase: dobbiamo trovare gli attacchi e capire cosa abbiamo in mano.

Questo è certamente uno dei momenti più divertenti, quasi liberatorio, perché si tratta di ampliare lo sguardo, saper intercettare in un piccolo frammento il tutto da cui proviene.

E i bambini, che oramai hanno fatto pratica di grande attenzione, sanno vedere i dettagli, per esempio l’andamento circolare dei segni del tornio e seguire quelle linee per trovare frammenti che possano essere uniti. A volte i frammenti rivelano qualcosa già da subito, se c’è un attacco d’ansa per esempio si capisce che potrebbe essere una piccola brocca, oppure se c’è un fondo possiamo immaginare come si eleva.

Alla fine, piano piano, incolliamo fino all’ultimo pezzo, anche se l’oggetto risulta mancante di diversi frammenti. Molti bambini mi chiedono dove sono, se possono tornare a vedere nella scatola. Nella scatola non c’è nulla, dico, sono restati solo i sassi di quello che dovrebbe significare il suolo vergine, che mai si raggiunge in una città come Roma, data la stratificazione millenaria e ininterrotta di fasi storiche.

La storia, dico loro, non è mai fatta di pezzi interi, a noi restano solo frammenti, di cui, con grande studio, attenzione, cura, potremmo provare a immaginare tutte le vite possibili, che in fondo sono state anche le nostre, se è vero - aggiungo ora qui - quello che dice il filosofo Emanuele Coccia nel suo libro Metamorfosi: Se nasciamo è perché ciascuno di noi, nel corpo come nell’anima, è una parte del mondo. Nascere si riduce a questo: è la prova che noi siamo la metamorfosi, una piccola variazione di una parte infima della carne del mondo. (E. Coccia, Metamorfosi. Siamo un’unica sola vita. Torino, Einaudi 2022: pag. 21)

Gli incontri si chiudono con saluti calorosi, timidi abbracci, una bambina mi chiede se potrà partecipare di nuovo al laboratorio, se potrà venire con i suoi genitori e suo fratello, le piacerebbe tanto farlo insieme a loro. Per il momento sarà difficile, ma le prometto che ci penserò.

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La pratica di uno scavo archeologico educa a molte cose: prima di tutto alla lentezza dei gesti che inscrivono sui fogli di terra segni indelebili, sapendo che nel mettere alla luce un frammento di storia, qualcosa lo stiamo anche distruggendo, per questo ci vuole così grande premura e cura; educa anche ad attendere senza sapere in anticipo cosa ci sarà, a osservare con cura e pazienza ogni singolo dettaglio, a desiderare che il passato prima o poi si manifesti in una forma concreta, non da ultimo a immaginare, che è un saper vedere partendo da quello che c’è ma proiettandosi verso quello che non c’è e si può cercare. Educa a lavorare insieme, a rendersi conto che il frammento che trovo, se resta solo mio, non serve a nulla. Se invece provo a metterlo insieme a quello degli altri, prende forma, riesce a dirmi molte più cose. E questo non vale solo per la ceramica, vale per tutto.

Educa a pensarsi in prospettiva, per la precisione in una prospettiva storica, in cui qualcosa finisce e qualcosa resta, sempre. Ed è bello allora immaginare cosa ci piacerebbe che trovassero gli archeologi di noi, perché quella cosa dirà chi vorremmo diventare, chi ci piacerebbe essere o più semplicemente chi siamo in questo momento, ed è già abbastanza.

La mia più viva gratitudine va alla Biblioteca Sandro Onofri, con la quale collaboro oramai da molti anni e che è un luogo di accoglienza, di dialogo, di incontro, tra i libri, le persone, le storie. In modo particolare ringrazio la direttrice, Angela Buonocore, un’amica prima che un’instancabile professionista, sempre con lo sguardo aperto ad accogliere senza remore idee, sogni, progetti.

E da ultimo, ma non per importanza, il mio grazie va alle insegnanti, che hanno accompagnato le bambine e i bambini delle loro classi. Avrebbero bisogno di essere ascoltate con maggiore attenzione, fanno un lavoro straordinario, spesso, troppo spesso dato per scontato, o al peggio facilmente criticato. Grazie per aver regalato ai vostri bambini questa occasione.