Spazi per la trasformazione

[di Valentina Pellizzoni]

Ricordo benissimo una delle prime riunioni per i genitori a cui ho assistito alla scuola dell'infanzia di Cucciago. Veniva proiettata una foto con delle schede per i bambini da colorare con i diversi colori. Poi ne appariva un'altra in cui si vedevano delle manine che tenevano un dente di leone e l'insegnante leggeva: «Giulia dice guarda maestra che bel fiore! È giallo! È giallo come il sole.» La maestra continuava dicendo che sono molti i modi per parlare di colori ai bambini, non c'è mai un solo modo per parlare di una cosa.

Nelle aule i bambini giocano con ombre e colori in autonomia.

Proiettore e lavagna luminosa sono a disposizione dei bambini in aula.

In quell'esatto momento avevo capito che quella era la scuola giusta per i miei figli e dieci anni dopo quella sera, ancora oggi, ogni volta che vedo un dente di leone penso al giallo e alla piccola Giulia.

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni intorno alla scuola dell'infanzia e all'idea di 'metodo'. Quanto un preciso metodo costringe la pedagogia all'interno di una scuola? Quanto un modello può essere preso e applicato in contesti sociali molto diversi, in tempi storici lontanissimi da quando è nato?

Mi viene facile riflettere parlando di una realtà che ho conosciuto e a cui ho partecipato per nove anni di fila. La scuola dell'infanzia di Cucciago è una scuola statale di un piccolo paese (circa 3500 persone) in provincia di Como. Se voi entraste a scuola il primo giorno di apertura a settembre, probabilmente rimarreste di stucco: un salone enorme, pochissimi arredi, qualche scaffalatura, una struttura centrale in legno - è un castello? Un labirinto? Un bosco?

Spaghettata.

Le aule enormi (sullo spazio fisico dove stanno i nostri figli per otto ore al giorno ci interroghiamo poco, a volte) senza banchi, completamente destrutturate. Perché sono così? Semplice, perché manca nello spazio il motore del cambiamento ossia il bambino. Tutti i luoghi sono preparati dalle insegnanti per essere spazi liberi alla trasformazione. E qui c'è il primo punto che Cucciago mutua dalle scuole di Reggio Emilia: la concezione dello spazio come luogo che muta a seconda delle esigenze. Lo spazio è al servizio delle persone, non viceversa.

Ma correlato al tema dello spazio c'è quello della progettualità. Il progetto è il contenitore dentro al quale si apprendono svariate cose (a livello relazionale, cognitivo, sensoriale ecc. ), ma il progetto (come si spiega bene nel Regolamento delle scuole e dei nidi d'infanzia di Reggio) non è imposto dall'alto, ma è costruito dai bambini. Questo è un punto molto importante e molto difficile da capire stando fuori. Quindi faccio un esempio preso da un progetto seguito da uno dei miei figli.

Cartello sulla decisione collettiva del nome della sezione.

 Pochi giorni prima delle elezioni i bambini affiggono in paese, in negozi e scuole, il loro avviso di imminenti elezioni.

Se la scuola è partecipazione, ai bambini di Cucciago non viene imposto un nome alla sezione, ma quel nome se lo mettono loro. Questa operazione assai semplice è il frutto di assemblee in cui i bambini sono invitati a trovare sia il nome sia una soluzione democratica che metta tutti d'accordo. Nel caso specifico – i bambini erano poco predisposti a scendere a compromessi – il nome è stato dato dopo Natale, ma è sorto il problema del simbolo. I bambini hanno allora deciso di dividersi in piccoli gruppi e fare ognuno un simbolo. Il caso ha voluto che in classe ci fossero i figli di due sindaci che hanno dato ai loro compagni un'idea: facciamo le votazioni. I due sindaci papà sono andati da loro, hanno spiegato come avvengono le votazioni – compreso il voto segreto – e cos'è una campagna elettorale. I bambini hanno dapprima fatto dei video di promozione del loro simbolo per convincere i votanti e poi, dopo aver costruito un seggio, sono andati al mercato cittadino per far votare. La cittadinanza ha risposto in modo incredibile. Ora i bambini avevano gli esiti.

Cabina elettorale al mercato.

I simboli da votare sono esposti in piazza.

Cosa facciamo? chiedono le insegnanti.

Contiamo! rispondono in coro i bambini.

Semplice. Giusto. Contano e vedono che un simbolo ha preso 37 voti, un'altro 15, un'altro 24 ecc. Peccato che bambini così piccoli non sappiano mettere in ordine crescente numeri così alti. I bambini si accorgono di non riuscire a capire chi abbia vinto. Sarebbe stato semplice trovare la soluzione, l'insegnante avrebbe potuto farlo per loro, invece le insegnanti rilanciano: troviamo un metodo. Mettiamo tutti in fila i fogli col voto e la fila più lunga ha vinto: i bambini hanno capito che i numeri possono essere visualizzati come quantità da capire attraverso lo sguardo.

'Votamento' al mercato. Tavolo della commissione elettorale.

Momento del voto.

Il salone non basta, optano per il campo di basket. Peccato sia una giornata ventosa e così, come i bambini appoggiano i fogli per terra, questi scappano trasportati dal vento. Grande gioia per i bambini, ma il risultato è ancora ignoto. Chiedono di poter accedere alla palestra comunale: finalmente riescono, finalmente il verdetto. Dopo questo sforzo condiviso, tutti sono contenti, tutti si congratulano con i vincitori, manca solo un mese alla fine della scuola.

Cooperazione, matematica, osservazione del tempo meteorologico, educazione civica e tanto altro. Quanto materiale ha prodotto questo progetto? Con quale partecipazione e attenzione ogni bambino ha interagito lungo un tragitto che lui ha scelto di percorrere? Tutto bello fino a qui.

I bambini conteggiano mettendo un pezzo di mosaico per ogni voto espresso.

Ma i metodi instradano, fanno prendere una direzione, non ti portano alla meta. Le insegnanti di Cucciago – alcune di loro non hanno mai visto le scuole di Reggio Emilia, alcune si sono formate là, altre no – si interrogano sempre sulla forma che sta prendendo il loro lavoro e non solo coi bambini, ma anche coi genitori.

La Brianza non è l'Emilia. Non c'è continuità progettuale tra i diversi ordini di scuola. Un anno le maestre si sono chieste: perché parlare di continuità tra scuola dell'infanzia e primaria? Parliamo di discontinuità per far emergere due scuole diverse, perché molto diverse lo sono nei fatti. Non c'è un'adesione culturale di questa metodologia: quella brianzola è una società basata molto sul lavoro individuale, sull'accento delle capacità personali mentre quella emiliana si fonda sulle capacità di lavoro cooperativo e collegiale. Qui a Cucciago è tutto un esperimento.

Frequenti uscite sul territorio in ogni condizione atmosferica.

Infine là le scuole sono comunali: chi insegna sa cosa quella scuola chiederà all'insegnante. Qui la scuola è statale: ciò vuol dire essere in balìa di graduatorie e improvvisi cambiamenti, quando la condivisione del progetto dell'intero team è di fondamentale importanza. Là la figura dell'atelierista è insita dell'organigramma del personale. Qui non esiste. La scuola dell'infanzia di Cucciago prende un pezzo del 'metodo' e lo applica, mentre fa tesoro di quello che è – essere brianzoli, ma varrebbe uguale essere milanesi, romani, salentini – adattandolo al meglio al proprio contesto.

Di nuovo occorre un esempio pratico per capire al meglio. La figura del genitore è trattata come fonte di competenze da poter utilizzare, spesso molto pratiche. Chi legge in classe? Chi pianta l'insalata? Decine di mamme e papà si rendono disponibili.

Bene, questo è ottimo. Un genitore non è in crisi di fronte a richieste di questo tipo, sa di poter essere di aiuto. Entra, fa, esce spesso in modo molto individuale.

Pittura alla finestra.

Ma ora ci si domanda: ha senso questo tipo di intervento – pur così fondamentale – in questa scuola? Ha senso fermarsi a quel livello di richiesta? Questa è una scuola che mette sullo stesso piano insegnanti, bambini e genitori dunque anche ai genitori si offre la possibilità di essere parte attiva (vi ricordate che a inizio anno i genitori firmano il patto di corresponsabilità educativa?) dell'intero processo pedagogico. E qui viene il bello. E anche il difficile.

A un genitore non viene richiesto: vieni, leggi una storia e vai.Intanto gli si dice: vieni? Nel venire, puoi stare? Nello stare si potrebbe anche leggere. Ma dopo che hai letto, stai ancora un po'? Guarda cosa succede. Dopo che hai letto, cosa può succedere? Hai qualche idea?

Non vogliono colmare un vuoto, le insegnanti vogliono coltivare una relazione e  un'interrelazione che andrà ad arricchire ulteriormente i percorsi – umani mi viene da dire – di tutti.Non è per niente facile entrare a scuola come genitore sapendo che si chiede così tanto. Sono molto coraggiose le insegnanti e molto coraggiosi i genitori che non si tirano indietro. Ma le maestre capiscono benissimo la difficoltà e quindi offrono ai genitori che lo desiderano la possibilità di fare una formazione su questi temi con pedagogisti esterni. Io la trovo bellissima questa proposta.

Giochi in giardino con materiali di recupero e naturali.

Noi genitori non abbiamo mille competenze, ma possiamo coltivarle, provarci, applicarci. In fondo è quello che chiediamo spessissimo ai nostri figli, anche se noi siamo così restii nel farlo a nostra volta.

A me una scuola in movimento e in ricerca come quella di Cucciago piace molto. Trovo dunque che i vari metodi (Montessori, Steiner, Reggio Emilia, ma anche l'home schooling e tanti altri) diano molti ottimi spunti, ma sempre non dimenticandosi che essi stessi sono o sono stati il frutto della ricerca di qualcosa che andasse meglio, o semplicemente che andasse oltre. Questa tensione di dubbio e di ricerca è tutta fuori e non c'entra nulla con la pedissequa applicazione di un modello.

Passa molto ai bambini questa attenzione, essere visti e agire con loro sullo stesso piano di competenze e capacità del mondo adulto è veramente rivoluzionario

 

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