Un occhio allenato a vedere

[di Giovanna Zoboli]

A Milano fra le cose interessanti da fare c'è la visita al circuito delle case museo, che comprende il Museo Poldi-Pezzoli, Villa Necchi-Campiglio, Casa Boschi di Stefano e Palazzo Bagatti-Valsecchi. Le case museo sono luoghi particolari in cui arte, architettura, decorazione, oggetti, arredi sono il frutto della personalità, delle vicende, della cultura, del gusto e delle passioni di chi le ha abitate e create, famiglie e persone. Per questo, le case museo hanno una forte dimensione narrativa, e possono contare su un patrimonio di storie che mette in luce come la ricerca estetica faccia parte della vita quotidiana e nasca da scelte individuali influenzate da periodi storici e contesti sociali. Le connotano atmosfere particolarmente affascinanti, intime, private, che parlano della vita dei loro proprietari, donne e uomini di cui rispecchiano l'identità, il carattere, le abitudini: per questo sono luoghi ideali da visitare insieme a bambini e ragazzi.

Palazzo Bagatti-Valsecchi, come lo si vede oggi, nacque dalla passione per l'arte dei baroni Fausto e Giuseppe Bagatti-Valsecchi che, verso la fine dell'Ottocento, ristrutturarono la casa di famiglia ispirandola alle atmosfere e agli ambienti di un'abitazione del rinascimento lombardo, per alloggiarvi le loro collezioni di dipinti e manufatti d’arte applicata quattro-cinquecenteschi. Nonostante questo sogno di ritorno al passato, i due fratelli dotarono il palazzo di quanto di più moderno fosse disponibile all'epoca: riscaldamento, acqua corrente e luce elettrica (fu la prima abitazione milanese a essere dotata di illuminazione). Nella stanza del museo dedicata alle memorie documentarie di famiglia, a disposizione del visitatore che vi accede aprendo cassetti e armadi, vi sono fotografie, documenti, lettere, biglietti che testimoniano la vita mondana e privata di questa milanesissima ed eclettica famiglia che fu curiosa di tutto, dai nuovi velocipedi, ai palloni aerostatici al nascente escursionismo. 

Nel corso di un incontro sulle iniziative didattiche di Palazzo Bagatti-Valsecchi, siamo venuti a conoscenza di un'attività molto vivace di visite guidate, incontri e occasioni dedicate ai bambini e ai ragazzi. Come spiega il sito istituzionale: la didattica per le scuole è da sempre un punto di forza del Museo Bagatti Valsecchi. La sua identità di casa museo si presta a una molteplicità di chiavi di lettura e lo rende un luogo in grado di destare la curiosità e l’interesse da parte del pubblico più giovane attraverso diversi percorsi di visita, pensati per studenti di età diverse. 


Nelle sale del museo opere e oggetti sono privi di didascalie: una scelta precisa dello staff per lasciare intatta l'atmosfera dell'ambiente domestico senza istituzionalizzarlo. In alternativa, a disposizione dei visitatori ci sono, in ogni stanza, schede in diverse lingue che diffusamente raccontano i diversi pezzi, mobili, quadri, decori, tappezzerie eccetera. In ogni stanza gli spunti e i temi per suscitare la curiosità di chi visita sono davvero numerosissimi. 


Ad attirare la nostra attenzione è stato un piccolo oggetto che ci è stato mostrato e spiegato dalla responsabile dei servizi educativi, Alessandra Pozza: un silent book, come è definito, creato per accompagnare le visite dei più piccoli, ma anche degli adulti che li accompagnano o di coloro che semplicemente hanno voglia di giocare. 
Si tratta di un fascicoletto di 22 pagine con copertina fustellata, cucito a punto metallico, in vendita a 2 euro all'ingresso del museo. È un oggetto semplicissimo, ma ben pensato per uno scopo fondamentale: far sì che la visita avvenga davvero, che gli occhi si posino sulle cose e le vedano, che facciano caso ai dettagli, sviluppando l'attenzione, la capacità di osservare, ed evitando quegli automatismi che impediscono di accorgersi di quel che si ha intorno, quel vagare distratti che oggi caratterizza tante visite.

Insomma, questo libro è un supporto interessante che sotto l'aspetto di gioco fornisce uno strumento prezioso a chi nelle sale di un museo facilmente si annoia perché fra tante cose non sa cosa guardare, non ha una chiave di accesso a quello che vede. 
Ogni pagina riporta il dettaglio di un oggetto, di un dipinto o di un decoro presente nel museo. Nessun commento è presente. I visitatori sono invitati a una sorta di caccia al tesoro: dove si trova l'oggetto, l'arredo, la pittura a cui appartiene quel dettaglio? I particolari proposti non sono ordinati in una sequenza che replica quella del percorso di visita: il particolare a pagina 1 potrebbe trovarsi nell'ultima sala, e quello a pagina 6 nella prima o nella seconda. Insomma, nel costruire questo librino non si è pensato di facilitare il lettore-giocatore: il gioco è divertente proprio perché è difficile e ha le sue regole, rispettate da chi lo ha pensato e, quindi, credibili. I dettagli, per esempio, non sono scelti per favorire un immediato riconoscimento. È difficile capire a cosa corrispondano. E non è semplice trovarli in un contesto così ricco come quello delle stanze del Palazzo. Ci vuole occhio.

Ecco sì, quello che serve è l'occhio, dichiara questa pubblicazione: metterlo in moto, fargli osservare, sguinzagliarlo per le stanze a vagliare colori, forme, materiali in cerca di quello che sta cercando. Sarà questo? Sarà quello? A riconoscere come è fatta una cosa si impara. Capire se due cose si somigliano abbastanza per stabilire un'identità non è un esercizio scontato, ma una pratica che comporta un occhio allenato a vedere, analizzare, mettere a fuoco, ipotizzare, immaginare. 
Chi indovina a quale cosa appartenga il dettaglio proposto dall'immagine compie un'operazione complessa: osserva un'immagine, fa un'ipotesi sull'oggetto a cui il dettaglio potrebbe corrispondere, lo immagina intero, si mette alla sua ricerca, osserva più a fondo le cose che si avvicinano alla sua ipotesi, le analizza, estrapola dal loro insieme il dettaglio fotografato e alla fine lo riconosce (o invece si accorge di aver sbagliato e si rimette all'opera). Non è poco. Anzi è molto, se pensiamo che oggi i bambini sono poco educati a praticare autonomamente l'attenzione, a esercitare la percezione come strumento conoscitivo.

A giocare con il librino si parte dalla copertina che propone un cimiero con celata aperta da cui si intravede un elegante fregio bianco e nero. Allegato al libro, alla fine, un foglietto volante fornisce le risposte per verificare se si è indovinato giusto. O, meglio, fornisce le collocazioni degli oggetti misteriosi, riportando da un verso le foto in miniatura e numerate dei dettagli, dall'altro la piantina del museo con i numeri dei dettagli posizionati nelle sale corrispondenti.

La cosa interessante è che da nessuna parte nel libro si si forniscono informazioni sugli oggetti proposti. Il gioco, allora, per chi voglia sapere cosa ha osservato e cercato fino a quel momento, prosegue andando di sala in sala, a cercare notizie nelle schede disponibili alla lettura. Anche questo secondo momento di comprensione è progettato in modo interessante, cioè senza offrire al visitatore la possibilità di cavarsela con una didascalia. Le didascalie spesso nei musei più che a informarsi, infatti, servono ad avere l'impressione di farlo. Ed è evidente che chi ha pensato questa pubblicazione questo rischio lo vuole scongiurare. Come prima hai cercato e trovato l'oggetto misterioso, suggerisce il libro, ora trova le informazioni che ti spiegano che cos'è, di che materiale è fatto, quando è stato creato, da chi.

Il fascicolo è stato realizzato con il supporto della Fondazione Cologni e dell'Osservatorio Mestieri d'arte che dal 1995 valorizza l'artigianato artistico italiano d'eccellenza. Uno sponsor significativo e quanto mai adeguato: uno dei molti meriti di questa pubblicazione a prezzo basso ma ad alto contenuto di intelligenza è anche quello di mostrare, attraverso foto di dettagli, la struttura ravvicinata delle cose, la raffinatezza che le contraddistingue, l'abilità e la scienza necessarie a crearle. Anche questa una lezione fondamentale offerta fra le righe, attraverso la prossimità con la bellezza.

 

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