Lo specchio interiore

Ovvero Bambini, ritratti, identità

[di Enrica Buccarella]

Il segno circolare, appena si riesce a impugnare la matita o il pennarello: lo scarabocchio tondo, la palla, il sole, il volto. Altri due segni tondi, due orbite vuote e un punto per il naso, una linea non ancora curva per la bocca. Eccomi, pensa il bambino. Sono io, è la mamma, è il papà. Esisto e mi rappresento. Grande, piccolo, con i capelli e senza, con mani a pallina e dita spine di cactus, la pancia tonda, le gambe stecchino. E ripete mille volte questa formula e questi gesti che diventano affermazione di sé e della propria identità.

Wu, autoritratto.

Wu ritrae Enea.

Pablo Picasso, Autoritratto, 1907, Národní galerie, Praga.

Uno dei laboratori che propongo in modo ricorrente ai miei alunni, uno dei pochi che prevede il riferimento a un soggetto indagato attraverso l’uso di diverse tecniche è proprio quello del ritratto. Farsi un ritratto.

Come afferma Stefano Ferrari, docente di Psicologia dell'arte presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Bologna «le dinamiche che vi sono implicate non riguardano soltanto gli artisti e coloro che vogliono fare in senso stretto il proprio ritratto, ma tutti noi nel momento in cui ci troviamo a fare i conti con il rapporto, sempre abbastanza complicato e spesso tormentato, con la nostra immagine, nello specchio, nella fotografia o semplicemente nel momento in cui ci preoccupiamo di apparire in un certo modo e scegliamo una determinata faccia per presentarci al mondo. Si tratta concretamente di dare un'immagine, un volto alla nostra identità.»

Hu, autoritratto.

Adelina, autoritratto.

In questo laboratorio propongo una serie di attività che partono dal disegno immediato che il bambino esegue e che piano piano attraverso l’osservazione e l’indagine, cambia, matura, si trasforma. Il laboratorio per me è sempre un percorso dove il disegno progredisce di pari passo con il confronto, il dialogo, la conoscenza di parole che permettono una crescita di tutte le capacità espressive del bambino, soprattutto quella verbale.  Insegno disegno come insegno italiano, storia, scienze… indagandone la grammatica e il metodo con rigore, a partire dalla conoscenza dei materiali traccianti e delle diverse qualità delle loro tracce, da come si impugnano e come si tracciano i segni e quanti segni  si possono fare e come cambiano con la pressione diversa, il gesto anche lievemente differente che trasforma il segno delle montagne nei denti di uno squalo o nell’erba del prato. Costruisco la familiarità dei bambini con il disegno e i suoi strumenti in modo artigianale, attraverso l’esplorazione e la sperimentazione degli elementi di base nella composizione delle immagini, segno, forma, colore, caratterizzazione delle superfici.

Sophia disegna Alessia.

Amedeo Modigliani, Ritratto di Dèdie, 1918, Centre Pompidou, Parigi.

Quando i miei alunni sono arrivati in prima, dopo qualche tempo, abbiamo letto il libro di Beatrice Alemagna Che cos’è un bambino, tutto di seguito la prima volta, poi pagina per pagina, con i bambini che commentavano specchiandosi nelle parole del libro  "Un bambino è una persona piccola, con piccole mani, piccoli piedi e piccole orecchie, ma non per questo con idee piccole. Le idee dei bambini a volte sono grandissime, divertono i grandi, fanno spalancare la bocca e dire: «Ah!». Un bellissimo incoraggiamento. E poi ancora: «Ci sono bambini di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutte le forme… Ci sono bambini strani, bassi, tondi, silenziosi. Bambini con gli occhiali, sulla seggiola a rotelle. Bambini con l’apparecchio per i denti che scintilla al sole.»

Leia, autoritratto.

Leia disegna Francesco.

Francesco disegnato da Leia.

Succede quasi sempre che prima di introdurre un’attività di laboratorio io racconti una storia, leggiamo uno o più libri, parliamo tanto e ci confrontiamo e cerchiamo di capire e immaginare ciò che il libro potrebbe suggerire al laboratorio. In questo caso, dopo la lettura ho chiesto ai bambini, senza dare troppe indicazioni tecniche, di farsi un ritratto.  Devo però dire che i miei alunni avevano già capito che per me il disegno è una cosa molto seria. Quindi, anche questo loro primo autoritratto era già il prodotto di una cura e di un’attenzione superiori ad un disegno “scolastico” ed era molto espressivo pur essendo stato eseguito su richiesta. Proprio per questo, guardando questi autoritratti così accuratamente disegnati, mi meravigliai di vedere quanto poco si notassero le caratteristiche somatiche molto diverse dei miei ventisei alunni, dato che ben sedici di loro sono stranieri con marcati tratti che rivelano il paese d’origine.

Denis disegna Yu.

Yu disegna Ayan. Ayan scrive.

Non mi aspettavo che bambini così piccoli cogliessero la differenza e la varietà di forme e proporzioni ma certamente era significativo come avevano  interpretato il colore della propria pelle. Tutti si erano colorati di rosa, rosa diversi, più o meno accesi, quelli che hanno nei loro astucci, ma comunque tutti rosa. Johan e Sophia sono filippini, Hu, Yu, Wang e Jack Wu sono cinesi, Ayan e Mithila bengalesi e poi ci sono rumeni e macedoni… i loro occhi, zigomi, bocca, i loro capelli e la forma del viso raccontano storie diverse e bellissime. Ma in quel disegno che per certi versi era fedele alla realtà, i colori dei vestiti ad esempio erano assolutamente corrispondenti, si vedeva la ripetizione di quello che io ho considerato da principio uno stereotipo, che non riguardava solo la fase di sviluppo del bambino, ma che, ne ho preso coscienza in seguito, andava oltre e significava di più.

Emma, autoritratto.

Emma disegna Elisa.

Ho ripreso questa attività  poco tempo fa, ulteriormente motivata dalla visita alla straordinaria mostra Ritratti, storia di un paese visto con gli occhi dei bambini, presso la Casa delle Arti e del Gioco di Mari Lodi. Una mostra di disegni e pitture realizzati dai bambini delle classi III, IV e V, dal 1951 e fino al 1954, in un progetto di ricerca del maestro Mario Lodi durante il suo primo incarico d’insegnamento (su questo blog ne ha scritto Elia Zardo, qui). 

Siamo ormai alla fine del nostro anno scolastico, volevo concludere con un’ultima riflessione dei bambini su se stessi e sui loro compagni. Come avevo fatto in precedenza, prima di proporre l’attività di laboratorio, ho letto; oltre a stimolare la riflessione e far scaturire pensieri è ormai un piccolo rito e questa volta ho scelto una filastrocca di Bruno Tognolini.  Ancora una volta chiedevo ai bambini di rappresentarsi: «Metti te stesso davanti allo specchio, come la luna si specchia nel secchio…» Solo che noi lo specchio in realtà non lo avevamo. Ho chiesto se potevano immaginarlo, se ci riuscivano. Ho domandato loro se si guardano spesso allo specchio, qualcuno mi ha detto di sì, altri no, mai. Abbiamo allora cercato uno specchio interiore, parlando e cercando di descriverci, attraverso la percezione che ognuno aveva di sé, cercando di definire quindi, come la definisce Ferrari, la propria  «immagine interna , che è qualcosa di più e di diverso rispetto allo schema corporeo o rispetto all'Io o al Sé corporeo: l'immagine interna assorbe e sintetizza modelli e ideali sia interni sia esterni».

E dopo, ognuno con la tecnica scelta e finalmente, senza l’ossessione di gomma e matita che purtroppo i bambini si portano dietro come una zavorra, fin dalla scuola dell’infanzia, condizionati dall’idea tutta adulta dell’errore, abbiamo proceduto alla realizzazione dei nostri autoritratti e anche dei ritratti dei compagni. Matita, pastelli, penne biro e trattopen acquerellato, pennarelli, cere.

Melina, autoritratto.

Melina disegna Natalia.

Natalia, autoritratto.

Anche questi ultimi disegni dei miei alunni mi hanno stupita, e non per la cura e la bellezza delle rappresentazioni, a quello sono quasi abituata. Contrariamente a molti adulti che non si aspettano molto se non lo stereotipo che i bambini ripetono quando non vengono guidati verso altre possibilità, finché non ci si riconoscono più, abbandonando quindi definitivamente il disegno, io so che i bambini a cui si danno tecniche e strumenti, traducono questa opportunità e questa fiducia in risposte di straordinaria qualità espressiva. Certo non posso dire di non essere stata straordinariamente colpita nel ritrovare un Picasso nel ritratto che Wu ha fatto ad Enea, e un Modigliani con tutta la sua dolcezza e malinconia nel ritratto che Sophia ha fatto ad Alessia.

Ma la sorpresa vera è stata scoprire quanta coscienza di sé ci sia, adesso, in questi ultimi autoritratti, arrivati dopo un anno di lavoro e di costruzione del proprio ruolo nel gruppo classe. Quanta capacità di cogliere elementi identificativi, quanta volontà di emancipazione e autodeterminazione ci sia in questi disegni in cui finalmente vedo una percezione decisa del sé, nei tratti orientali, nei capelli, negli occhi talmente vivi, le bocche larghe, sottili o rosa e carnose, persino nelle espressioni.  Ognuno si è disegnato osservandosi in uno specchio interiore nitidissimo che ha permesso a bambini di sei o sette anni di rappresentarsi con la certezza delle proprie fattezze e con la coscienza e la fierezza della propria originalità. Questi disegni non corrispondono più a ciò che ci si aspetta dai bambini e molti, lo so, diranno: «Ma li hanno fatti davvero loro?». È come se fossero usciti da un 'conformismo dell’immagine' per affermare una diversità che, dopo un anno di scuola, è diventata ricchezza, culturale ed estetica, fonte di interesse per gli amici, apporto positivo e produttivo nel dialogo con i compagni.

Jack, autoritratto.

Insieme ad Ayan abbiamo confrontato i diversi ritratti fatti nel corso dell’anno. Gli ho chiesto cosa secondo lui fosse cambiato e lui mi ha sorriso come se già sapesse cosa stavo pensando. «Io ho la pelle marrone» ha detto, indicando il suo ultimo disegno.« Sì, è vero Ayan, è una bella pelle scura. Perché in questo primo disegno sei rosa?» gli ho domandato quasi con noncuranza. «Pensavo che lo dovevo fare così» mi ha risposto. E così ho capito che quel dovere che Ayan sentiva era una spinta interna, un voler essere così, un vedersi attraverso gli altri, attraverso il mondo in cui vuole trovare un posto ed essere riconosciuto.

Perché come dice ancora Ferrari: «il vero specchio dell'io è il volto dell'altro. Questo è un punto centrale. La nostra identità…  è qualcosa che non riguarda solo noi stessi, che non passa attraverso un processo unicamente autoreferenziale, ma presuppone sempre il rapporto con l'altro. Come il bimbo si vede rispecchiato nel volto materno, così noi continuiamo a vederci attraverso gli occhi degli altri, o meglio attraverso l'immagine che immaginiamo che gli altri abbiano o debbano avere di noi.» 

Ayan, autoritratto.

Nella nostra classe, che è il mondo, e lo rappresenta attraverso tante diversità, questo punto  centrale è stato un punto di partenza e, alla fine di un faticoso e intensissimo anno di scuola, la consapevolezza di come si sono integrati gli stimoli interni ed esterni  per costruire nei bambini una visione di se stessi, mi rende ancora più felice del percorso fatto. Siamo passati dal dover essere, all’essere ciò che siamo e a ciò che vogliamo essere.  Non so se il mio caparbio modo di pensare e vivere ogni cosa che succede, se la mia mania di interpretare e cercare di vedere oltre anche ad una semplice immagine  mi abbiano prodotto questa suggestione, ma io penso che in questi ritratti ci sia una conquista ben più grande della capacità di eseguire un bel disegno, sono convinta che, come scriveva Van Gogh,  ci sia una «rassomiglianza più profonda di quella che raggiunge il fotografo… I ritratti (anche quelli dei bambini) hanno qualcosa in più del vero, contengono una rivelazione.».

 

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