Separarsi

[di Valentina Pellizzoni]

Quando è nato il mio primo figlio ho compreso quale fosse il significato dell'aggettivo "viscerale". Il mio corpo rispondeva a lui in modo riflesso bypassando la mia mente: rintanata nell'ultima stanza della corsia dopo il cesareo, in quel reparto inondato di pianti di neonati, il mio corpo riconosceva già quello di mio figlio prima di me e cominciava a grondare latte da tutte le parti senza che lui fosse nemmeno lì.


In quel momento è cominciata anche la mia paura. In quel periodo di apertura totale del corpo e dei sensi, ho cominciato a capire che se non mettevo fin da subito un po' di distanza, quella voragine emotiva mi avrebbe travolta e con me mio figlio.
 All'inizio è stato davvero difficile, non avevo appigli, non avevo nemmeno le parole per descrivere bene questo pensiero, mi pareva poco appropriato per una giovane mamma.
 Ciò nonostante questa distanza tentavo di coltivarla e più irrazionalmente emergeva il lato viscerale della mia relazione con lui, più mi allenavo a mettere uno spazio. Uno spazio dentro di me, non tanto un vuoto fisico tra di noi.

 Anni dopo, quando i miei figli erano già tre, in crisi di astinenza da mancanza di libri, in un piccolo paesino di montagna, entro in edicola e compro La restituzione di Francesco Stoppa, in allegato ad un quotidiano. Da allora penso con piena coscienza che i libri salvino e che, come le relazioni umane, a volte arrivino sul tuo cammino esattamente nel momento più appropriato.

La tesi di fondo del libro di Stoppa è che i genitori non riescono più a delegare ai figli il proprio ruolo, troppo delusi dal mondo che li circonda, troppo impauriti per decidere di lasciare margine operativo ai propri figli, i genitori li mettono al riparo da tutto, non permettendogli di fare esperienza del fallimento, della fatica.



«L'esito di questa adesione ai desideri (reali, presunti?) del figlio è che, con l'alibi di essergli alleato e di non nuocergli in alcun modo, lo si condanna alla solitudine. La più terribile, quella di non avere nemmeno un nemico, cioè qualcuno di reale, "vero" e traumatico, su cui far defluire l'odio, l'aggressività, il senso di rivalità. "
Era stato per me molto consolante leggere che la crescita di ognuno di noi non segue le curve pediatriche perennemente votate verso l'alto. La nostra intima crescita è fatta di piccoli traumi che lacerano il nostro cammino per poi ricostruirlo, di cadute e di riprese, di allenamenti sempre più faticosi ma che perseguono risultati sempre più appaganti.
 Anche la distanza è un allenamento, in mano tutto alla madre. E qui viene il difficile.

" Saper essere soli non è un dato di partenza, è una conquista, un apprendistato. (...) la madre allena il figlio, ma anche se stessa, all'idea di poter mancare l'una all'altro e viceversa, e gli consegna così i mezzi e le risorse (soprattutto mentali) necessari per far fronte a quei momenti in cui la vita lo porrà dinanzi a perdite e separazioni.»


Sono molti gli albi illustrati che narrano la crescita e l'abbandono del nido, ma lo fanno, spesso, ripercorrendo l'illusoria curva di crescita pediatrica, narrando un crescendo di indipendenza quasi fisiologica del bambino. I genitori narrati emergono così come meri spettatori che guardano felici la loro creatura andarsene. Nella realtà questo non
 avviene, nella realtà ci vuole una volontà di separazione forte e decisa. Perché la separazione non è tanto quella fisica, ma è quella che consente una delega ai nostri figli, un passaggio del mondo dalle nostre alle loro mani, fiduciosi di quell'atto.



Manca oggi una letteratura dell'infanzia che narri con la potenza delle fiabe antiche - dove il femminile era esplorato in tutte le più svariate sfumature - il tema della separazione. Manca una pedagogia divulgativa e specifica su questo tema e che si rivolga ai genitori in modo diretto. Manca una coscienza collettiva del problema.

Laura Pigozzi in Mio figlio mi adora scrive che in questo desiderio di contenimento dei genitori sui figli - claustrofilia lei lo chiama – ci sia un'incapacità di riconoscere l'Altro come una risorsa e di conseguenza una deriva privata estremamente pericolosa: 
«La claustrofilia familiare si fonda sul plusmaterno; il dominio del ventre è proprio del postcapitalismo: promettere che tutto si possa avere, meglio se portato direttamente a casa, da consumare tra le quattro mura.»

Viene immediata l'associazione allo stuolo di vessazioni che subiscono molte donne dai propri ex compagni. Ma non solo. Il termine tanto in voga femminicidio non rende la vastità del problema, forse trasformandolo in femminilicidio – cioè allargando il campo a tutte le forme in cui il femminile in quanto Altro, si esplica – descriverebbe il vero raggio d'azione che tocca questo tipo di violenza. Non può essere questa, sorella del mancato allenamento alla distanza, alla separazione, al dolore infine?



Manca una letteratura perché manca una visione. Ma non solo. Le conseguenze del nostro rapportarci al mondo e ai nostri figli, genera un modus operandi che permea la nostra quotidianità. Io non posso mandare mio figlio di 12 anni e mezzo a prendere a scuola i propri fratelli, perché non è maggiorenne e deve solo uscire di casa, premere il pulsante del semaforo pedonale ed è a scuola. La scuola stessa richiede ai genitori una presenza a casa, nel controllo dei compiti, nell'accompagnamento didattico, impensabile solo vent'anni fa. Le istituzioni cioè non aiutano a svincolare i propri giovani cittadini, ma li 
legano ancor più al già pesante fardello di genitori ansiosi.



Nei miei figli l'insicurezza la vedo e la percepisco. Cerco di affrontarla ma ho pochi mezzi, e poca possibilità di condivisione. Coinvolge troppi tabù questo tema: la visione di una diversa figura materna, il tema della solitudine, il tema del guardare da lontano i propri figli, del lasciargli sperimentare la difficoltà senza filtri e soprattutto senza intervenire.

 C'è però un libro che leggo spesso nelle scuole e che tutte le volte mi fa piangere. Apre in me una porta densa di pensieri non esplicitati, in parte dolorosi, sì,  ma nello stesso tempo caldi e vivi. È un libro che ritengo davvero essenziale per tutto coloro che almeno in qualche modo abbiano a che fare con l'infanzia, un'opera che non può mancare né a casa né a scuola.

Il fazzoletto bianco di Viorel Boldis e Antonella Toffolo, narra di un figlio che lascia la casa dei propri genitori e dopo diversi anni decide di tornare. Scrive alla madre di appendere un fazzoletto bianco alla finestra in segno di benvenuto ma al suo ritorno la casa non c'è più, allarmato corre per vedere cosa è successo e così scopre che l'intera casa è ricoperta da lenzuola bianche.

 Dire con decisione al proprio figlio "vai e non guardare indietro", come fa il padre del protagonista, e allo stesso tempo restare per lui un porto aperto e sicuro dove tornare. Quel padre insegna che quel lancinante dolore dovuto alla separazione, è tutto di noi adulti. I nostri figli non sono tenuti a prendersene carico.

Lalla Romano in Le parole tra noi leggère narra del proprio rapporto con il figlio dall'infanzia alla fine della giovinezza. Affonda le mani nella loro relazione in modo così diretto da risultare in alcune parti perfino imbarazzante. Con onestà racconta ciò che le capita, l'amore che prova, e i tentativi di distacco e di separazione messi in atto dai due. Il figlio detestò il libro. «Non c'è giustificazione – scrive la Romano in una postfazione del 1989 – Non ci può essere. Il rifiuto di lui è coerente, verità. Ma il mio amore sbagliato, persecutorio, è il tema apparente del libro. Il vero protagonista è un sentimento più vasto». Poi l'autrice chiude citando l'ultimo verso dell'Ulisse di Saba: «e della vita il doloroso amore».

Sì in effetti non è semplice. Il sentimento nei confronti di un figlio è anche doloroso, vasto, viscerale, imprevedibile a tratti.

La domanda che mi rimane è come fare? Da dove cominciare? Chi mi aiuta nei momenti in cui la decisione da prendere è repente? Da dove partire per delegare loro? Qual è il primo esercizio su cui applicarci?


Di nuovo ripenso ai piccoli passi. Alle minuscole particelle quotidiane di cui è farcita la nostra vita. Da lì partire, forse sì.

Un'estate di due anni fa, mio figlio più piccolo aveva cinque anni appena compiuti, senza dire nulla, da solo, si è immerso in mare. Non sapeva nuotare né stare a galla. Lui è andato deciso, sicuro della sua scelta. L'istinto mi ha fatto alzare dalla sabbia, non lo vedevo più, stavo per entrare in acqua, quando l'ho avvistato a una ventina di metri da riva. Parlava tra sé, tranquillo, spuntava solo la sua testina bionda. Si era portato al limite. Un passo in più e non avrebbe toccato. Ho fatto forza su me stessa. Non sono entrata. Se 
fosse inciampato sarebbe andato sotto, se fosse arrivata un'onda alta l'avrebbe fatto bere. Ma ho con fatica cercato di dargli fiducia e dando fiducia a lui, nello stesso tempo, la davo a tutte le persone che lo circondavano e che sapevo sarebbero intervenute in caso di pericolo. Riconoscevo così l'Altro come un alleato, certo avevo gli occhi tra le mie mani, tanto ero concentrata.

Poi piano ha cominciato a uscire, sempre parlando tra sé. Io mi sono rimessa seduta, senza farmi vedere. Lui è arrivato, si è preso la salvietta e mentre si asciugava mi ha detto che si era fatto proprio una bella nuotata.

 

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