[di Giovanna Zoboli]
Spesso mi viene chiesto come scegliamo i testi da pubblicare, oppure come deve essere una bella storia (il che sostanzialmente è la stessa cosa) e come decidiamo che mano la illustrerà (cioè l’illustratrice o l’illustratore a cui affidiamo le figure del libro).
Sono domande interessanti che rivelano come le persone si chiedano in che modo si arriva a quel risultato finale che è il libro che si incontra in libreria con tanto di prezzo e copertina. Quell’oggetto che ha raggiunto la sua forma finale, forma che dà l’impressione, spesso, di essere l’unica possibile, cosa che invece non è, perché tutto ciò che è avvenuto prima è stata proprio l’esclusione di tutte le altre forme possibili che questo oggetto avrebbe potuto assumere e non ha assunto a vantaggio della forma ritenuta migliore. Lavoro molto complesso, quello di procedere a queste sistematiche esclusioni, che richiede scelte continue e per niente immediate (lavoro che è precisamente quello dell’editore). Per queste ragioni e per molte altre, queste sono domande a cui non è facile rispondere, perché si possono dare risposte diverse, a seconda dei singoli libri.
Penso che La masca Micilina, libro appena uscito in libreria, una delle nostre novità per la primavera del 2026, costituisca un ottimo esempio di come avvenga questo processo.

Partiamo dal testo, ovvero dall’elemento che ha avviato il progetto (ma a volte può essere un’illustrazione l’innesco). Ci fu inviato da Annamaria Gozzi, nel 2024, ovvero da un’autrice con cui avevamo già lavorato con tre titoli I pani d’oro della vecchina, Storia di Ba e Gilgamesh. Annamaria è una scrittrice di vaglia, tant’è che, pur non sapendo nulla di lei, quando ricevemmo il testo dei Pani d’oro, decidemmo seduta stante che l’avremmo pubblicato. La narrazione era elegante, complessa, aveva ritmo, forza: in poche parole, era un testo che sprizzava bellezza. Fiabe, leggende, epiche sono i terreni congeniali per la scrittura di Annamaria. Sa come intervenire sulla tradizione per restituirla, come riscriverla, due cose difficili da fare, che richiedono competenze, intuito, sensibilità, sapienza.

Quando mi inviò il nuovo testo mi fece presente che per la storia della masca Micilina, di area piemontese, si era ispirata a due fonti, La barba del conte, presente nelle Fiabe italiane di Calvino (che a sua volta l’aveva scoperta grazie a una segnalazione di Giovanni Arpino che ne aveva raccolto testimonianze a Bra a Guarene a Narzole), e il racconto presente in Le più belle fiabe popolari italiane di Cecilia Gatto Trocchi.

Annamaria mi scrisse:
«Tra le fiabe italiane di Calvino ce n’è una che mi è sempre stata a cuore La barba del conte. Mi piace anzitutto perché è tra le poche dove nessuno deve trovare moglie o marito e poi perché è una fiaba di giustizia.
Sappiamo che Calvino nel recuperare le fiabe ha attinto a letterati che già avevano raccolto materiali della tradizione e questa del Piemonte gli era stata mandata da Giovanni Arpino. Ho visto che ne esistono diverse versioni e che è una leggenda che tuttora si racconta nel paese di Pocapaglia.
Detto questo e per non tediarvi ulteriormente, tra le tante versioni mi sono sempre chiesta perché la strega prende ingiustamente la colpa, ma di lei non si dice niente, non se ne fa una protagonista.
Allora ho voluto riscriverla dando voce a lei, la strega Micilina e dando a lei il merito di far crescere l’eroe, Masino, forte furbo e intelligente.
Ho voluto fare della figura di Micilina il simbolo delle tante donne sapienti e perciò ritenute causa di ogni male anche quando fanno del bene. Ancora oggi a Pocapaglia c’è il sentiero della Masca Micilina dove si dice sia stata bruciata ai tempi tristi dell’inquisizione».

La storia ci sembrò molto bella, e decidemmo subito di pubblicarla. Lavorammo a una messa a punto del testo che, peraltro, era già ottimo e funzionante, e poi si trattò di trovare chi l’avrebbe illustrata. Alla scelta ultima, quella di Pia Valentinis, arrivammo dopo aver sottoposto il testo ad altre due illustratrici con cui per ragioni diverse il libro non riuscì a concludersi. Due bravissime illustratrici, che più diverse da Pia Valentinis, e fra loro, non si può.

Che per lo stesso testo si ritengano adatti tre stili che non mostrano alcuna affinità, ma che sono quasi all’opposto, potrebbe apparire strano. La scelta di uno stile di illustrazione, infatti, è strategica per la lettura di una storia. Ne determina addirittura il senso stesso. Accanto a una certa illustrazione il medesimo testo assume valenze e sfumature e significati molto diversi. Roberto Innocenti ha scritto che l’illustrazione è sempre politica perché indica ai lettori un punto di vista molto preciso sul racconto e, quindi, anche sulla realtà che illumina. È verissimo e, per questo, quello della scelta dell’illustratore/illustratrice è un momento decisivo nella costruzione di un libro.

Quando, nel caso della masca Micilina, per ben due volte si è trattato di cambiare la decisione presa, per trovare un’alternativa alle illustratrici a cui ci eravamo rivolti, abbiamo pensato di prendere una strada completamente nuova. Non avrebbe avuto senso trovare qualcuno che ‘somigliasse’ alle due illustratrici per un lavoro che solo loro avrebbero potuto fare nel modo in cui avevamo pensato lo avrebbero sviluppato: ogni illustratore ha un suo linguaggio e non ha senso trovare un suo ‘surrogato’, diciamo così. La scelta di Pia, che accolse con favore la proposta di illustrare la storia, deriva dall’osservazione del suo lavoro, negli ultimi anni, fortemente legato a libri documentari legati a fonti storiche e di cronaca, nei quali si è rivelata maestra, una grande narratrice per immagini, attraverso il ridisegno e l’elaborazione grafica di documenti, fotografie, immagini di altri e d’altri tempi. Penso ai molti titoli realizzati con Giancarlo Ascari, ma soprattutto al suo recente e bellissimo Fotografie sbagliate, edito da Marinoni Books.





Pensando a Pia, ci è sembrato interessante che questa fiaba potesse avere a che fare con immagini quasi storiche, documentarie, come in fondo è vero che le fiabe stesse sono, rielaborazioni stratificate di cronache perse nella notte dei tempi. Diceva, non per niente, Italo Calvino che “le fiabe sono vere”. Ci è parso, dunque, interessante pensare a immagini che portassero la fiaba su un piano di realtà, ma che al loro interno fossero accese da inserti millimetrici, fulminei di fantastico, cioè in cui il fantastico tipico delle immagini fiabesche fosse presente come elemento deragliante, segnale fra le righe di un’altra dimensione, più misteriosa e sfuggente, selvatica. E questo coerentemente con il piano del personaggio della Masca, da una parte figura storica, ma dall’altra signora della soglia, dei misteri della natura, fortemente connessa con il mondo altro di piante, pietre e animali.
Abbiamo lavorato tanto, insieme a Pia, perché non è stato semplice integrare i due piani, e portarli a compiutezza. Il risultato ci è parso veramente soddisfacente, e, ci pare, davvero la prova e la conferma di una grande illustratrice.
