[di sara di matteo]
Il progetto de Il Litigio Litigato nasce verso la fine del 2022, durante la guerra fra Russia e Ucraina, una guerra che più di altri conflitti relativamente recenti fino a quel momento, percepiamo vicina, la cui eco mi ricorda la guerra del Golfo, quando io ero poco più che una ragazzina, per il clima di allerta che genera e un sottofondo di voci, notizie, discorsi, implicazioni. Una guerra che, oltretutto, coinvolge famigliari di persone che qui vivono talvolta da anni, lavorano, ma che hanno metà della loro vita in un altro Paese. Questo evento la cui eco forte, anche qui a Milano dove vivo, diventa rapidamente centro dell’attenzione e in qualche modo inevitabilmente tutto questo arriva ai bambini.

In che modo gli arriva? mi chiedo. Da un po’ di tempo mi occupo di prima infanzia e in quel momento la domanda mi si presentava con un carattere di urgenza, nel senso di necessaria, cosa “arriva” alle bambine e ai bambini e come. Bambine e bambini ascoltano in modo trasparente, con tutto il corpo, con tutti i sensi, “sentono”, fanno ragionamenti, cercano, immaginano, costruiscono significati. Come noi. Tuttavia, non come noi. E poi domandano. E allora l’adulto informa, qualcuno racconta con tutte le difficoltà che questo implica. I bambini sono colpiti, chiedono ancora, ma spiegare davvero la guerra è difficile, ci costringe a fare i conti con l’assurdo.

Oltretutto il rischio è di fare danno, cercando paragoni improbabili, primo fra tutti portando a esempio “il litigare” nel tentativo di rendere comprensibile qualcosa di complesso, tuttavia la guerra non è certo un litigio fra bambini. Allora cosa dire, come, quanto dire, perché intanto le domande, di cui i bambini per natura sono generatori, tornano. Ed è qui che per me nasce il seme del progetto e si attiva il processo creativo de Il Litigio Litigato: dire ciò che non sembra possibile dire; questo è stato probabilmente il mio motore, qualcosa che mi appartiene.

L’urgenza è stata, quindi, non tanto dare risposta, quanto non censurare la domanda, e aveva a che fare con il desiderio di fare chiarezza su ciò che guerra non è. Allora tutto è incominciato da ciò che non è guerra, come a comporre a ogni tappa una nuova domanda, costruendo una sorta di indagine che proceda per esclusione.

Per quanto riguarda la scelta del linguaggio, mi riguarda e mi interessa la poesia delle cose che fanno parte del quotidiano, quella che scaturisce da qualcosa vicino, e che, 'ricollocato', apre a qualcos’altro, una parola colloquiale che assurge a simbolo, come è accaduto con i personaggi della storia. Ad esempio un Pasticcio da poco, espressione del linguaggio comune che tocca stati d’animo, nel racconto diventa personaggio e simbolo.

Il tono della prima parte della storia, quella in cui i piccoli litigi interpellano i sapienti 'adulti' sul mistero del Litigio Litigato, cioè la parte animata dal dialogo dei personaggi, è volutamente leggero, ironico. A un certo punto, però, le parole diventano altro, sentivo, infatti, che soltanto a un linguaggio poetico potevo chiedere di dare voce a ciò che non si può spiegare a un bambino. La poesia non chiede di essere spiegata, ma accolta, lasciata fluire.

Accanto al lavoro con i bambini, nel tempo, ho portato avanti l’allenamento alla scrittura, lo studio della scrittura, quello del teatro e del comico e, con il mio tempo un po’ fuori tempo, ho iniziato a lavorare su testi e performance pensati per adulti. Cinque anni fa circa, ho cominciato a scrivere pensando ai bambini, giocando con loro, leggendo albi belli, anche senza parole, e improvvisando racconti in classe. Penso di dovere molto all’incontro con i bambini, sono dei veri maestri dell’invenzione, dell’improvvisazione e molto devo anche agli incontri letterari, Rodari, Calvino, ma penso anche ad autori più lontani che non hanno a che vedere con la letteratura per l’infanzia, come Pedro Pietri, un poeta poco conosciuto, ma per me meraviglioso, o anche a Paolo Rossi, comico poeta. Infine devo molto all’incontro con Topipittori e con Giovanna Zoboli che mi ha accompagnata con professionalità e delicatezza, valorizzando il mio lavoro.

Scrivere una storia pensata per un albo ha voluto dire per me scrivere prevedendo uno spazio con cui le parole avrebbero dialogato, quello delle immagini, ha voluto dire evocarle e poi lasciarle andare alla 'scrittura' per immagini di qualcun altro. È così che ho lavorato, immaginando lo sfoglio delle pagine. In questo modo, il mio immaginario ha incontrato quello di Giulia Ceccarani e di cui sono fatte le sue illustrazioni, che mi sembra condividano con le mie parole una dimensione sospesa e ironica. Un altro bell’incontro.