La poesia nell’infanzia, l’infanzia nella poesia

[di Marta Rota Núñez]

Mi piace pensare che La finestra della scuola ha una tenda di stelle sia un libro nato dall’incontro tra diversi ricordi d’infanzia.

 

I ricordi di Federico García Lorca, che certamente non avrebbe scritto ciò che scrisse se non fosse cresciuto in una famiglia di amanti del teatro, della musica e della poesia, nel cuore della campagna andalusa, circondato dal brio del folclore popolare e dalla fatica di chi lavorava la terra.

I ricordi di Giovanna Zoboli, editrice dei Topipittori, che da piccola aveva un libro amatissimo: si intitolava Cinque lire di stelle ed era un’edizione Bompiani di poesie di Lorca, con i disegni originali dell’autore e la traduzione di Luisa Orioli.

E i miei ricordi: quelli degli unici anni in cui ho scritto poesia, da bambina, prima che scoprissi la gioia di tradurre quella altrui; e quelli di una frequentazione della musica che è nella mia vita da quando ho memoria e che oggi mi porta a cercare quel ritmo, quell’armonia, anche nelle parole.

Intorno alla poesia – specialmente quella rivolta anche a bambine e bambini – aleggia talvolta un’aura di timido timore, come fosse una forma d’arte meno accessibile rispetto ad altre, più opaca, o così tende a vederla l’occhio adulto. Il fatto che la genesi di questo libro sia così profondamente radicata nell’infanzia di chi l’ha scritto, tradotto e pubblicato scardina questo preconcetto e dimostra come sia proprio quella, invece, l’età in cui si è più aperti a lasciarsi incantare dalle suggestioni del testo, a trovare risposte senza bisogno che sia chi scrive a darcele, a godere di un suono, di una parola inventata, di un’immagine fantasiosa lasciandoci portare per mano dal duende, quello spiritello dell’arte tanto caro a García Lorca. E chissà che non sia proprio quell’incontro precoce con la poesia a far fiorire il desiderio di scrivere, tradurre, pubblicare; a darci le parole per raccontare il presente e immaginare un futuro, qualsiasi esso sia.

Quando i Topipittori mi hanno proposto di pensare a una nuova antologia poetica di Lorca dedicata ai piccoli lettori e lettrici, è proprio da quei ricordi che sono partita: rivolgendo lo sguardo all’infanzia del poeta, per scoprire chi fosse prima ancora di posare la penna sul foglio. Quel Federico si è rivelato così importante per questo libro che abbiamo deciso di raccontarlo anche a chi lo leggerà, in una nota introduttiva al testo:

Le poesie raccolte in questo libro le ha scritte un poeta spagnolo, si chiamava Federico García Lorca.
Quando era piccolo e ancora non scriveva poesie (o forse sì, ma non le faceva leggere a nessuno), a Federico piaceva guardare le acque dei due fiumi che attraversavano il suo paese, Fuente Vaqueros, e sentire l’odore del fieno, dei fiori e delle vigne. Gli piaceva osservare l’aratro che scavava la terra, parlare con i contadini, giocare con gli animali e con gli insetti.
Gli piaceva quando la nonna Isabel andava a Granada a comprare nuovi libri e poi glieli leggeva ad alta voce. E, ancor di più, quando il vecchio pastore li andava a trovare e si riunivano tutti intorno al fuoco per ascoltare le sue storie di spiriti e di fate, di lupi e di stelle.
La sua casa era sempre piena di musica e a Federico piaceva ascoltare le canzoni che cantavano le zie e gli zii. Ogni tanto anche lui suonava la chitarra e, soprattutto, era bravissimo al pianoforte, proprio come lo zio Luis.
Gli piaceva andare in chiesa con la mamma Vicenta, sentire il suono brillante delle campane e quello profondo dell’organo, osservare quei riti misteriosi avvolti nell’incenso, e a volte si spaventava un po’ sentendo parlare della morte e del peccato.
Gli piaceva stare nelle grandi stanze al piano alto della casa a inventare giochi con i suoi fratelli e sorelle, cugini e cugine, che erano in tutto quasi cinquanta. Andare a scuola, invece, non gli piaceva tanto: il maestro lo sgridava perché si distraeva spesso e passava il tempo a disegnare, riempiendo i quaderni di figure.
Più di tutto, però, gli piaceva quando il paese si agghindava a festa e arrivava il teatro dei burattini: per l’emozione, quella sera non cenava e attendeva solo di poter scendere in piazza a vedere la rappresentazione. Anche lui amava travestirsi, inventare spettacoli e recitarli insieme ai suoi amici.
Da grande, Federico García Lorca sarebbe diventato un poeta molto famoso, per la sua bravura e per il suo coraggio nel dare voce agli emarginati e opporsi alle idee autoritarie che in quegli anni opprimevano la Spagna. Ma nelle poesie di questo libro c’è soprattutto quello che Federico immaginava da piccolo, quando guardava fuori dalla finestra della scuola.

 

La ricerca di quello sguardo bambino ha guidato la selezione delle poesie della raccolta. Sono quasi tutti componimenti giovanili, scritti da un Lorca ventenne, nei primi anni ’20 del Novecento. Testi in cui la fantasia cristallina del poeta illumina una quotidianità fatta di campi di grano e uliveti, di mattinate a scuola, di storie e giochi condivisi; poesie in cui i pioppi danzano, i bambini mangiano la luna, la giostra è un tulipano e l’acqua del fiume suona un tamburo d’argento. Ma anche poesie in cui emerge uno sguardo inquieto, pieno di domande: sul mistero della vita e della morte, sulla connessione con la natura, sulla perdita, sul cambiamento, sulla spiritualità, sull’amore.

Delle poesie di Lorca esistono numerose traduzioni; quelle di quest’edizione sono state mosse dal desiderio di portare sulla pagina una delle passioni più grandi di Federico García Lorca, che di sé disse “io sono, prima di tutto, un musicista”, e che forse non si sarebbe mai dedicato alla poesia se il padre gli avesse permesso di continuare gli studi di pianoforte. L’aspirazione – dichiaratamente impossibile, come ben sa chiunque traduca, ma non per questo meno sincera – è stata quella di restituire ai suoi testi, almeno in parte, una musicalità che spesso è stata messa in secondo piano a favore dell’aderenza alla parola, e che passa dal ritmo e dall’armonia dei versi, dal contrappunto di voci, dalle assonanze, talvolta anche dalla rima.

Ho tradotto pensando a un Lorca che scrive assecondando il suono. Che scrive dopo una serata passata a destreggiarsi al pianoforte, che scrive ricordando i canti flamenchi e la bandurria del prozio Baldomero, che scrive sulla scia delle filastrocche che animavano i girotondi con i suoi cugini. Che scrive pensando a leggere, o a recitare, ad alta voce. Il desiderio è che quella voce risuoni ancora, oggi, attraverso le vostre.