[di Danilo Di Camillo*]
Alcuni libri per l’infanzia non si limitano a raccontare storie: aprono spazi di esperienza. Dalla lettura condivisa nei nidi e nelle biblioteche a opere come Hello Tomato, Poesia in giallo e Village — una riflessione su quei libri che trasformano la pagina in un campo percettivo, corporeo e poetico.
Negli ultimi anni ho trascorso molto tempo seduto per terra accanto ai bambini: al nido, nelle scuole dell’infanzia del Comune di Cisterna di Latina, negli incontri di lettura della Biblioteca comunale “Adriana Marsella”, nelle attività condivise con l’associazione Cartastraccia. Sono contesti diversi, ma attraversati da una stessa esperienza: la lettura ad alta voce come spazio di incontro.
Chi lavora con i libri per l’infanzia sa che in quei momenti accade qualcosa di difficile da delimitare con precisione. Il libro non è soltanto una storia che si ascolta, né semplicemente un oggetto che si mostra. Entra nello spazio e ne modifica la configurazione.
Ridisegna le distanze, chiama i corpi, cambia la qualità dell’attenzione.
I bambini si avvicinano, si inclinano, si spostano. Le mani cercano la pagina, il bordo, una fustella, una forma che si muove. A volte il gruppo si raccoglie in silenzio; altre volte la lettura si apre in piccoli gesti laterali, ritorni, tentativi, deviazioni. La voce dell’adulto continua a leggere, ma intanto accade altro.
Riguardando molte di queste scene — e spesso anche le fotografie degli incontri — ho iniziato a notare una cosa precisa: alcune opere non restano contenute nei loro margini.
Una volta aperte, sembrano allargarsi.
Le pagine non finiscono più esattamente dove termina la carta. Continuano nei movimenti delle mani, negli spostamenti degli sguardi, nelle traiettorie dei corpi. Il libro smette di essere soltanto qualcosa che si sfoglia e diventa uno spazio in cui si entra.
È osservando queste situazioni che ho iniziato a pensare che una definizione molto usata per opere di questo tipo — libri-gioco — non fosse del tutto adeguata. Il gioco, nell’infanzia, attraversa ogni cosa: ogni gesto, ogni scoperta, ogni forma di conoscenza. Qui, però, accade qualcosa di più specifico.
Ci sono libri che non si limitano a raccontare o a mostrare qualcosa. Organizzano una zona di esperienza.
Il lettore non osserva soltanto: prova, sposta, torna indietro, verifica. Il senso non si presenta già compiuto sulla pagina, ma prende forma nell’incontro tra struttura del libro, spazio della lettura e iniziativa del corpo.
Per questo mi viene da chiamarli libri-campo.
Non perché contengano semplicemente delle attività o invitino a giocare, ma perché aprono un campo di possibilità. Un campo percettivo, gestuale, relazionale, in cui la lettura non si limita a scorrere da una pagina all’altra, ma si distribuisce nello spazio e nel tempo dell’esperienza.
Una delle opere che mi ha fatto intuire con maggiore chiarezza questa dinamica è Hello Tomato di Camille Trimardeau e Marion Caron, pubblicato da Éditions du livre.
È un piccolo leporello, tascabile. Tenuto in mano, non sembra destinato a occupare molto spazio. E invece accade il contrario.
Una volta aperto, il libro comincia a dilatarsi.

Le pagine colorate si dispongono sul tappeto, le carte fustellate vengono estratte, scambiate, accostate.

Pomodori, ananas, melanzane, peperoni — forme immediatamente riconoscibili — compaiono però in colori inattesi: blu, rosso, verde acido. I colori non sono mai completamente fermi: scivolano in leggere sfumature, si addensano o si schiariscono, come se la forma stessa fosse attraversata da piccoli movimenti cromatici.
L’effetto non è soltanto ludico. Produce uno scarto percettivo.
Il bambino riconosce ciò che vede, ma nello stesso tempo è costretto a riconoscerlo di nuovo.
In questo libro il linguaggio verbale è assente. Non c’è testo che guidi la lettura. Eppure il libro parla, e lo fa attraverso la materia: il colore, la forma, il ritmo, la disposizione degli elementi, la possibilità del loro spostamento.
Le carte diventano unità mobili di senso. Il gesto di muoverle equivale a una piccola operazione sintattica. Il lettore non attraversa una storia già composta: compone relazioni, assetti, corrispondenze.
Qui il libro si comporta davvero come un libro-campo.
La pagina non coincide più con il confine dell’opera. L’opera si estende nello spazio della lettura. Il tappeto della biblioteca, il tavolo del nido, il pavimento della sezione 0-6 entrano nella sua grammatica concreta.
La lettura non procede soltanto in avanti. Si distribuisce, si combina, si riapre.
Ed è proprio in questa distribuzione che emerge qualcosa di molto vicino al poetico: una sospensione dell’automatismo percettivo, una libertà combinatoria, la possibilità di vedere il mondo — anche solo un pomodoro — come se fosse la prima volta.
È in questa direzione che il lavoro di Lucie Félix diventa particolarmente illuminante.
Tra le sue opere, Poesia in giallo, pubblicato originariamente da Les Grandes Personnes e portato in Italia da Fatatrac, mostra con straordinaria chiarezza come il libro possa diventare un campo di esperienza, e non soltanto un oggetto da leggere.
Qui la poesia non è semplicemente contenuta nelle parole. È inscritta nella struttura stessa del libro.
Tutto ruota attorno a una figura elementare: il cerchio.

Un piccolo elemento mobile attraversa le pagine, compare, scompare, cambia posizione. Il gesto che lo sposta diventa parte integrante della lettura. La mano che muove il cursore non sta soltanto seguendo il libro: sta partecipando alla sua costruzione.

La pagina, allora, non è più una superficie da osservare. Diventa un luogo di trasformazione.
Il cerchio giallo, di volta in volta, può apparire come sole, fiore, occhio, luna. Ma queste figure non sono semplicemente offerte allo sguardo. Emergono dall’incontro tra parola, immagine e movimento.
Chi legge non assiste alla metamorfosi: la rende possibile.
È una poesia che accade.
Anche il tempo della lettura segue questa logica. Non procede verso una conclusione definitiva, ma suggerisce un ritorno, un nuovo giro, la possibilità di ricominciare. La forma circolare non è soltanto un motivo visivo: diventa ritmo della lettura stessa.
Quando questo libro entra negli incontri con bambine e bambini, la sua natura si rende immediatamente visibile. Alcuni seguono con lo sguardo il movimento del cerchio, altri indicano, altri ancora tornano indietro alla pagina precedente per far riapparire una figura.
La voce dell’adulto continua a leggere, ma la lettura non è più concentrata soltanto nella voce.
Si distribuisce tra occhi, mani, corpo.
Ciò che in molte situazioni di lettura emerge come intreccio spontaneo tra ascolto, manipolazione e osservazione qui appare già inscritto nella forma del libro. L’opera sembra prevedere questa pluralità di accessi, quasi convocarla.
La poesia, allora, non è soltanto nel testo: è nella relazione che il libro attiva tra parola, gesto e materia.
Ed è forse proprio qui che Poesia in giallo rivela la sua natura più profonda.
Il libro non consegna un significato già formato.
Apre uno spazio in cui il senso prende corpo nell’incontro.
Una dinamica affine emerge anche in un libro molto diverso per forma e costruzione: Village di Julie Safirstein, pubblicato da Éditions du livre.
Da chiuso appare compatto, quasi discreto tra gli altri libri. Ma quando lo si apre succede qualcosa di inatteso.

Le pagine non si limitano a disporsi una accanto all’altra. Si piegano, si articolano, iniziano a costruire piccoli spazi. Archi, tetti, aperture, passaggi: la carta diventa architettura.
Non si tratta di illustrazioni che rappresentano una città. È il libro stesso a generarla.
Le pieghe organizzano un piccolo paesaggio fatto di stanze, corti e corridoi visivi. Lo sguardo non resta fermo davanti alla pagina: si sposta, entra tra le forme, segue i vuoti, abita gli intervalli.
Anche qui il confine dell’opera non coincide più con la superficie della carta.
Quando il libro è completamente aperto, le pagine si dispongono come una struttura circolare. Il volume occupa il tavolo, resta in piedi, invita a girargli attorno. I bambini si avvicinano, si sporgono, infilano lo sguardo tra le pieghe per vedere che cosa accade dentro.

Il libro, ancora una volta, apre un campo.
Non attraverso elementi mobili da combinare, come in Hello Tomato, né attraverso un gesto che attraversa la pagina, come in Poesia in giallo. Qui il campo nasce dalla struttura stessa dell’oggetto: dalle pieghe che trasformano la superficie in spazio, dalla capacità della carta di produrre un ambiente.
La lettura non consiste più nel seguire una sequenza ordinata di pagine. Somiglia piuttosto all’esplorazione di un piccolo paesaggio di carta, di un dispositivo che chiede di essere guardato, attraversato, persino aggirato.
In libri come questi la lettura non coincide con il semplice decifrare. È una pratica di relazione.
Per questo continuo a pensare che libro-campo sia una definizione utile. Non per sostituire altre categorie in modo rigido, ma per nominare una qualità precisa: la capacità di alcune opere di eccedere la propria forma chiusa, di attivare il corpo, di distribuire il senso nello spazio, di fare della lettura un’esperienza situata.
Sono libri che non si esauriscono nella pagina, perché la pagina, da sola, non basta a contenerli.
Chiedono una voce, certo. Ma chiedono anche mani, tempo, prossimità, possibilità di ritorno. Chiedono un lettore che guardi, tocchi, sposti, aspetti. E chiedono anche un adulto capace di non occupare tutto il campo, di lasciare che l’opera lavori, che il bambino entri, che il senso si produca senza essere subito chiuso.
Forse è anche per questo che, in molti di questi libri, il poetico non coincide con un genere, ma con una condizione.
Il poetico appare quando la percezione si incrina appena, quando ciò che sembrava noto torna a mostrarsi come nuovo, quando il libro non dice soltanto qualcosa ma rende possibile un’esperienza del vedere, del toccare, del nominare.
In questo senso alcuni libri per l’infanzia non sono soltanto libri da leggere.
Sono luoghi di accadimento.
Campi, appunto.
Libri citati:
Marion Caron, Camille Trimardeau, Hello Tomato, Éditions du livre, 2021.
Lucie Félix, Poesia in giallo, Fatatrac, 2024.
Julie Safirstein, Village, Éditions du livre, 2025.
*Danilo Di Camillo è bibliotecario e responsabile della Biblioteca comunale “Adriana Marsella” di Cisterna di Latina. Promotore della lettura ed esperto di servizi bibliotecari per ragazzi, lavora con particolare attenzione alla prima infanzia (0-6). Porta i libri tra biblioteche, asili nido, scuole dell’infanzia, consultori e contesti di fragilità, osservando come la lettura possa diventare spazio di relazione, esperienza, scoperta e bellezza. Fa parte della rete Nati per Leggere. Considera il libro per l’infanzia una forma d’arte; la poesia accompagna il suo sguardo sull’infanzia e sul mondo.