Unicorni e sirene

[di Alice Orecchio]

“[…] uscito direttamente da un Bestiario ben conservato, è una bestia favolosa che non può mai apparire familiare o del tutto addomesticata […] sono sempre irraggiungibili, incomparabili, un lampo bianco laggiù tra gli alberi, la visione di un uccello di fuoco che non potrà mai essere catturato”.
 
Illustrazione del quindicesimo secolo, probabilmente fiamminga. A Book Of Unicorns, a cura di Welleran Poltarnees, un libro di Star & Elephant Books from The Green Tiger Press
 
Così scriveva Margaret Blount nel suo libro Animal Land: The Creatures of Childrens Fiction, nel 1975.
Sono passati cinquant’anni, e gli unicorni sono forse diventati la cosa più ridondante nell’universo di un bambino contemporaneo.
Altro che animali fantastici e dove trovarli. Oggi per trovare un unicorno non occorre spingersi più in là del più vicino centro commerciale. Probabilmente anche l’edicola sotto casa non vi deluderà.
 
Prima edizione italiana di Gli Animali Fantastici: Dove Trovarli, J.K. Rowling, Salani
 
Con buona pace di Margaret Blount, l’unicorno è un personaggio popolarissimo nel merchandise, nell’abbigliamento, tra gli articoli di cartoleria destinati ai più piccoli, o comunque a chi cerca rifugio in un universo luminoso, pacificato, arcobalenato.
In termini di marketing, forse il vero target degli unicorni sono diventate le bambine.
In effetti, è in atto da almeno quarant’anni un passaggio epocale per il posizionamento degli equini: da un immaginario cavalleresco affollato di corsieri e palafreni alla mitizzazione del maneggio, dove i cavalli sono diventati alleati e confidenti di un mondo quasi tutto al femminile. Indipendenti, avventurose - ricche sfondate, presumo anche, per mantenere ciascuna un destriero - la gang delle piccole cavallerizze colleziona trofei, guada fiumi, risolve misteri e intreccia criniere.
 
Dal catalogo Schleich
 
Insieme ai draghi, unicorni e sirene sono probabilmente le uniche creature leggendarie davvero radicate nell’immaginario di un bambino, ma quanto questo immaginario ha da spartire con la natura mutevole e carica di ambiguità da cui originano?
 
Nel cartone Pixar Inside Out, ambientato all’interno della mente di un’undicenne, i sogni prendono forma come le produzioni hollywoodiane, con studios, effetti speciali, attori e controfigure. La superstar onirica della piccola protagonista è un unicorno: splendidamente acconciato, performer di mestiere, si produce in coreografie ipnotiche.
È rassicurante, però, con un innegabile fondo di vacuità.
 
Certo è che l’unicorno nell’ultimo decennio si sia scrollato di dosso la pesante gualdrappa araldica di castità, purezza - anche sublimata dall’amor cortese - e nobiltà. È diventato portabandiera di un’istanza più cara ai contemporanei: la straordinarietà.
“Born this way”, recitava il cartiglio sul tatuaggio di Lady Gaga: unicorno come simbolo di chi proprio non ha intenzione di conformarsi.
Dall’irredimibile orgoglio Queer alle parabole di successo su LinkedIn, dove per unicorno si intende quella startup che riesce a sfondare, quella che ci credeva più delle altre. Una su mille ce la fa: alla rarità si aggiunge quindi anche una certa ferocia rampante.
Se poi questa straordinarietà è un valore che si cerca di instillare già dall’infanzia, ben vengano gli accattivanti testimonial corno muniti. “Sii unico, sii te stesso”, ammiccano quei musi tondeggianti.
 
Eppure l’unicorno ha attraversato i secoli con un profilo ben più sfuggente. Qualcosa di misterioso, come recitano le parole in apertura a quello che probabilmente è il compendio illustrato più esaustivo su questa creatura: A Book Of Unicorns, a cura di Welleran Poltarnees, un libro di Star & Elephant Books from The Green Tiger Press, pubblicato nel 1978.
“Questo libro tenta di consegnarvi il mistero dell’Unicorno, piuttosto che cercare di svelarlo. È una raccolta concisa degli scritti più importanti sull’Unicorno, nei 2300 anni trascorsi da quando fu descritto per la prima volta. Presentiamo questi testi senza annotazioni, sperando in questo modo di non ostacolare una percezione chiara e un’interpretazione personale”.
 
A Book Of Unicorns, a cura di Welleran Poltarnees, Star & Elephant Books from The Green Tiger Press
 
2300 anni. Si fa risalire la prima comparsa dell’unicorno addirittura al IV sec. a.C., per opera dello storico greco Ctesia di Cnido, che alla corte persiana di Artaserse II, descrive: “[…] degli asini selvatici della dimensione di un cavallo e anche più grandi. Il loro corpo è bianco e la loro testa è porpora, e hanno gli occhi di colore blu scuro. Hanno sulla fronte un corno della lunghezza di un cubito e mezzo: la parte inferiore del corno, che si estende per due palmi sulla fronte, è molto bianca; la parte superiore è appuntita ed è color porpora e molto rossa. Quanto alla parte restante, nella sezione di mezzo, è nera. […] Questo animale è estremamente veloce e resistente: né un cavallo né alcun altro animale è capace di raggiungerlo se lo insegue. Comincia a correre molto lentamente, ma, mano a mano che corre, raccoglie in maniera incredibile le sue forze e corre ancora di più e più veloce. Questo animale non può che essere catturato in questo modo: quando, portando i loro figli ancora piccoli al pascolo, vengono circondati da molti uomini a cavallo, si rifiutano di fuggire lasciando i loro cuccioli, ma combattono con il corno, con gli zoccoli e a furia di morsi, riuscendo ad uccidere molti cavalli e molti cavalieri”.
(dal resoconto di Fozio degli Indika di Ctesia, giunti a noi solo sotto forma di frammenti.)
 
Un unicorno selvaggio, dunque, un antagonista dalla forza bruta, come quello descritto nella fiaba di Ammazzasette, che semina il panico tra gli abitanti del regno. In Tulle le fiabe dei Fratelli Fabbri Editore, destinate quindi ai bambini, viene rappresentato così: “L’unicorno, che aveva sentito l’odore del nemico, avanzava a gran galoppo. Era veramente mostruoso, e la sua pelle era dura come una corazza; assomigliava un po’ a un rinoceronte, ma il corno che aveva sul naso era molto più lungo, e aguzzo come una spada. Fissava il sarto con occhi fiammeggianti e avanzava con la velocità di un proiettile”.
Il piccolo sarto avrà la meglio solo con l’astuzia, ritraendosi all’ultimo istante e facendogli conficcare il corno in un tronco.
 
Dalla fiaba Le avventure di Ammazzasette, in Tutte le fiabe dei Fratelli Fabbri Editore
 
Illustrazione di Kay Nielsen - “Now I’ve got my bir” said the Tailor. La fiaba è The Brave Little Tailor dei fratelli Grimm
 
Dove è da ricercarsi, dunque, il passaggio dalla bestialità alla carineria, a partire dalla sua rappresentazione nei libri e nei film?
 
 
Unicorni e leoni: un rapporto non sempre sereno. Sopra, l’arazzo di Palazzo Borromeo all’Isola Bella; sotto, unillustrazione di L. Leslie Brooke per The Lion and The Unicorn: A Nursery Rhyme Picture Book, FREDERICK WARNE & CO. LTD.
 
Quando è avvenuta la trasformazione in graziosi Mini Pony ante litteram?
 
Ne Il cavallino bianco di Elizabeth Goudge, 1946, l’Unicorno appare misteriosamente e altrettanto misteriosamente scompare: “per un attimo lo vide perfettamente, nitido come un cameo contro l’oscurità, e la curva orgogliosa del collo, la criniera e la coda bianche e fluenti, il bagliore degli zoccoli d’argento erano assolutamente straordinari e inequivocabilmente familiari...”.
 
 
Nello stesso anno, in Fantasia di Walt Disney, l’unicorno rappresentato nell’Arcadia disneyana ha un muso corto e tondeggiante, gli occhi grandi, il corpo tozzo, i colori sgargianti.
Una versione non veramente cresciuta dei suoi puledrini, dove però gli zoccoli sono ancora biforcuti e la coda è leonina, segni di una qualche residua ambiguità.
 
Quarant’anni dopo, l’unicorno si mostra sul grande schermo più adulto, più avvenente in Legend, film del 1985 di Ridley Scott considerato cult da una nicchia di amanti del genere e flop per il botteghino, con un giovanissimo, abbacinato Tom Cruise, una fotografia curatissima, e lo spessore della trama pari a quella di un video musicale.
 
Immagine promozionale per l’uscita di Legend, film di Ridley Scott
 
Qui gli unicorni sono due, e preservano con la loro purezza il Bene del Mondo, finché l’equilibrio non si spezza per mano della solita, svampita fanciulla, con conseguente scena dell’unicorno agonizzante in un vortice di petali di fiori.
Solo un anno prima si era consumata la tragedia di un altro cavallo bianco nella palude della tristezza de La Storia Infinita.
Insomma, ai bambini di allora non venivano risparmiati gli equini moribondi.
Ma ancora prima del fido Artax di Atreju nella Storia Infinita, mi viene in mente una tavola de L’unicorno e il mare di Fiona Moodie.
 
L’unicorno e il mare, Fiona Moodie, Arka Edizioni
 
Da un’idea di Gianfranco Ogliani, pubblicato originariamente per Bohem Press e in Italia per Arka Edizioni, questo albo illustrato racconta l’avventura di un unicorno e della principessina del regno dei mari.
 
L’unicorno e il mare, Fiona Moodie, Arka Edizioni
 
L’unicorno protagonista è malinconico, distante. Soprattutto è solo.
Ecco, l’unicorno di Fiona Moodie non è orgoglioso di essere l’unico nel suo genere, tutt’altro. Il suo riscatto è araldico, perché rappresenta un passaggio dalla selvatichezza alla temperanza.
Ha sguardo umano ma porta sotto il muso una barba caprina, come nella tradizione medievale.
 
L’unicorno e il mare, Fiona Moodie, Arka Edizioni
 
Fin dal Medioevo l’unicorno rappresenta l’indomabilità domata, e spesso questa avviene per mezzo di una fanciulla vergine. Qui a farlo uscire dal suo riserbo è una bambina, che l’unicorno salva dalle grinfie delle arpie, che la tengono prigioniera per ricattare il re del mare.
Se nelle Wundercammer di regine e papi i corni di narvalo - cetaceo timidissimo, che vive nelle cupe acque glaciali, il cui corno in realtà è un dente cresciuto a dismisura, avvitato su se stesso - erano spacciati come autentici reperti di unicorno, Fiona Moodie qui compie un’operazione di senso contrario: trasformando un unicorno in narvalo.
 
L’unicorno e il mare, Fiona Moodie, Arka Edizioni
 
I libri di Fiona Moodie pubblicati da Arka Edizioni negli anni 80 sono tre - L’unicorno e il mare, Il principe di zucchero e La leggenda del pescatore - e hanno questo nucleo comune: una trasformazione da qualcosa di irreale a qualcosa di vero.
I protagonisti riescono a liberarsi solo liberando a loro volta, facendo cara la lezione calviniana sulle fiabe, che “sono vere”. Nell’Introduzione alle sue Fiabe Italiane, Calvino scrive infatti: “lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando”.
Nel caso dell’unicorno è una liberazione dalla solitudine, dalla vacuità, dall’incapacità di entrare davvero in relazione con gli altri.
 
L’unicorno e il mare, Fiona Moodie, Arka Edizioni
 
Anche per Il principe di zucchero, ci si libera dalla solitudine, ma in questo caso quella della principessa, che con i suoi capricci tirannici rischia di essere arpia di se stessa.
 
Il principe di zucchero, Fiona Moodie, Arka Edizioni
 
Il vero amore la libererà dunque da un desiderio impossibile, quello di costruirsi uno sposo su misura, un fantoccio dolce dolce che, però, somiglia più che altro a un triste Golem. In effetti, in ebraico “galam”, oltre a “prendere forma”, può significare anche “tonto”.
 
Il principe di zucchero, Fiona Moodie, Arka Edizioni
 
Per La fiaba del pescatore - che narra del pescatore Giuseppe e della moglie Rosa, che vivono sulla costa una vita isolata e tranquilla, forse troppo tranquilla - c’è una duplice liberazione: Rosa libera Giuseppe e Giuseppe libera Rosa. I due sposini cadono tra le grinfie delle sirene, che, a differenza delle creature marine incontrate nella fiaba de L’unicorno e il mare - la principessa e il Re suo padre -, non sono particolarmente raccomandabili.
 
 
La fiaba del pescatore, Fiona Moodie, Arka Edizioni
 
O meglio, sono ambigue: all’inizio della storia salvano Rosa, caduta in mare accidentalmente, ma la tengono in ostaggio nel loro mondo acquoreo. Seducono Giuseppe per poi imprigionarlo, e quando questi viene liberato dalla moglie e torna per riscattarla, acconsentono dietro lauto riscatto.
Somigliano alle sirene disneyane di Peter Pan: vanitose, languide, noncuranti. “Volevamo soltanto affogarla”, tagliano corto con Peter, quando questi le rimprovera di aver maltrattato Wendy.
 
Già trent’anni dopo, ne La Sirenetta di Walt Disney, le creature marine - patinatissime - hanno perso questa carica di fascino ambiguo, di crudele indolenza. Non solo Ariel, che si fa soffiare il principe da sotto il naso, ma anche le sorelle sembrano più interessate a compiacere papà che non a mietere vittime tra i marinai.
È Ursula, smaliziata maliarda, ad accentrare in sé tutta la vocazione mitologica all’adescamento.
 
Insomma, unicorni e sirene si sono fatti due conti, hanno definitivamente abbandonato la soglia tra due mondi, hanno ridotto l’alterità a un pizzico di stravaganza. In buona sostanza, sono diventati buoni, tremendamente simpatici. Sono l’anima della festa. E le feste dei bambini, si sa, sono un business redditizio, anche perché oggi i compleanni devono avere un tema. Unicorni e sirene si moltiplicano su piattini, gadget in regalo agli invitati, pentolacce, outfit, cake design, backdrop per farsi le foto.
 
Ma da quando siamo approdati a un simile afflato di brand identity, neanche stessimo organizzando un evento aziendale?
Difficilmente i piccoli convitati si accorgeranno di smantellare quella che fino a pochi minuti prima era una curata bacheca Pinterest di dinosauri desaturati, trattori sorridenti, palette Marvel, ma quanto l’abbiamo davvero fatto per loro?
Del resto l’anno scorso il mio, di bambino, ha richiesto il tema “palude”. Non Shrek, non Bianca e Bernie - che sono forse i suoi archetipi palustri - ma una Palude, e più non dimandare. Una palude in senso ontologico.
A una settimana dalla festa, ho avuto una fugace visione di una torta nella cui glassa stesse conficcato un cavallino bianco e un minuscolo Atreju a incitarlo, di un animatore vestito da Mostro della Palude, di festoni con il ciclo di vita della zanzara - che sono in effetti i miei archetipi palustri - e mi sono rifiutata.
Alla vigilia del compleanno, il tema prediletto era comunque diventato Zootropolis, ma ormai mi ero già rifugiata nel vecchio adagio che “a noi bastavano due palloncini per fare allegria”.
A dirla tutta, nel tentativo di non lasciarmi imbrigliare da un set coordinato - che i bambini devono essere liberi! - cado preda di una nevrosi decorativa ancora più subdola: rievocare l’atmosfera di una spensierata merenda fin de siècle, dove tutto era così spontaneo, colorato, casalingo.
Con la differenza che allora davvero non serviva una moodboard per far spegnere le candeline al proprio figlio.
Ora tutto deve essere armonioso, anche quando si vuole dare l’impressione di una certa sprezzatura, come quei libri che fanno bella mostra sul tavolino del salotto (a questo proposito, ammetto che The Book of Unicorns sa il fatto suo).
A conti fatti, investe meno energie un genitore a organizzare una festa a tema che la sottoscritta nel suo delirio restaurativo.
Se avessi abbastanza onestà intellettuale, dovrei ammettere che il tema delle ultime feste da me orchestrate è proprio questo: la nostalgia.
 
Dovrei smetterla, e soprattutto dovrei avere fiducia nelle cose che cambiano. Che unicorni e sirene passeranno di moda ma continueranno a essere leggendari, e noi potremo continuare a cercarli nelle storie.

 

Una vacanza da unicorni, Gilles Bachelet, Terre di Mezzo