Salta al contenuto principale

Dentro i libri, oltre il muro

[di Giulia Ceccarani]

Non ero mai entrata in un carcere fino al 25 maggio di quest’anno.
Quando è arrivata la proposta da parte delle curatrici dello Scaffale d’arte di Palazzo delle Esposizioni di presentare, all’interno della casa circondariale di Rebibbia, l’albo E poi c’è la terra edito da Topipittori, la mia risposta è stata immediatamente affermativa.
Un sì, diretto, senza esitazioni nonostante la mia conclamata claustrofobia.

“Dentro i libri” è un progetto che da tanti anni viene portato avanti all’interno del carcere.
Si tratta di incontri di lettura e laboratori pratici a partire da albi illustrati, silent book e libri tattili della collezione dello Scaffale d’arte (biblioteca specializzata in editoria internazionale d’arte per l’infanzia) di Palazzo delle Esposizioni. Quest’anno la loro idea, in collaborazione con le Biblioteche di Roma, è stata quella di dedicare gli incontri ai libri tattili e successivamente realizzare con le partecipanti alcune traduzioni materiche di albi illustrati scelti per le tematiche affrontate o per la tecnica. Sono felice che tra questi sia stato selezionato anche il mio libro E poi c’è la terra.

Dopo una call conoscitiva, ho incontrato per la prima volta di persona Giulia Franchi, Michela Tonelli e Antonella Veracchi a fine aprile a Palazzo delle Esposizioni e insieme abbiamo progettato l’esperienza futura con le detenute immaginandone lo svolgimento.

In quell’occasione ho sentito il bisogno di fare alcune domande, non senza imbarazzo.
Fuori dal “muro” si danno per scontate tantissime cose, oltre il “muro” le regole sono diverse.
Le forbici devono essere stondate, i libri con la copertina rigida non sempre sono accettati, ogni cosa che si fa entrare dev’essere contata, il compasso con il taglierino va sostituito con le fustelle, e poi molti altri accorgimenti che metto in atto sempre e solo quando incontro bambine e bambini molto piccoli – ma con un margine di flessibilità possibile.
Questo aspetto è stato il primo di una lunga serie che mi ha portato a svariate riflessioni.

La prima volta

La porta di ingresso è blu.
Ha uno spessore di circa trenta centimetri.
È in metallo e ha una piccola finestra di vetro antiproiettile ad altezza occhi.
Si apre lentamente e quando si chiude ti trovi in un limbo.
Nello spazio di accettazione sei ancora nel mezzo, dove due porte stabiliscono i confini: una, la prima che ho descritto, ti riporta all’esterno; l’altra, dentro.
E in quell’ambiente sospeso rinunci al contatto con ciò che ti sei lasciata alle spalle, insieme al telefono e alla borsa, che finiscono negli appositi armadietti.

Quando la prima porta si chiude senti una vertigine. Quando varchi la seconda, sei dentro.
E, oltre al mondo di fuori e ai tuoi effetti personali, lasci anche ogni giudizio.

Non ero sola. Con me c’erano Giulia, Michela, Antonella, Laura Vinci delle Biblioteche di Roma e un’altra ragazza di cui, purtroppo, ho dimenticato il nome.
Attraverso un lungo piazzale e tra le palme di un giardino più basso rispetto al livello della strada trovo Benu, l’installazione luminosa composta da due fenici, alte più di otto metri, realizzata da Eugenio Tibaldi, frutto di un percorso partecipato con le detenute. Le due sculture, visibili anche dall’esterno del carcere, si accendono ogni sera grazie all’energia prodotta dalle detenute stesse attraverso un sistema di cyclette collegate a generatori, per attivare un dialogo con il quartiere circostante.

Varchiamo la soglia di un altro stabile molto grande per avvertire della nostra presenza la responsabile dell’area educativa, che poco dopo chiama le donne che parteciperanno all’incontro.
Nel frattempo ci fanno salire al secondo piano, e ogni spazio ha una porta che si chiude e si riapre solo tramite un campanello. Continuo così a sentire gli strati che mi dividono da fuori, dalla libertà e dall’aria nonostante le finestre aperte, bloccate dalle grate, perché siamo a fine maggio. Mi chiedo, con questi quaranta gradi costanti, come stiano tutte le persone che sono in carcere. Non credo abbiano i condizionatori.

Entriamo nella stanza dove trovo i banchi di scuola uniti e dopo poco arrivano le partecipanti.
Ci presentiamo e con tanta emozione inizio a raccontare la genesi dell’albo E poi c’è la terra.
Racconto prima di tutto che il libro è il risultato di un’addizione di donne, perché nato grazie al corso con Silvia Vecchini, all’incipit di Chandra Candiani, al racconto di Simona Scacciapiche, alla carta velina avanzata dal corso di Eleonora Cumer, alla volontà di Giovanna Zoboli di pubblicarlo e agli occhi attenti di Anna Martinucci. Le “vedo” tutte vicine a me e penso a quanto siano salvifiche le relazioni e il comune sentire e lo faccio mentre sono in una stanza abitata da sole donne.

Leggo il libro con la voce che trema. Parlo del perché ho voluto scriverlo e illustrarlo in questo modo. Del mio allontanamento dal figurativo e dalla voglia di lasciare a chi lo sfoglia la libertà di immaginare fuori dalle gabbie, e di come tutto questo si incastri nella struttura narrativa, supportata dalla metà della doppia pagina che diventa linea di demarcazione, e quindi muro, sottolineando le differenze e le disuguaglianze tra una pagina e l’altra. 

Ci siamo soffermate sui passaggi che parlano della scuola, del treno, del mare, delle scelte consapevoli e inconsapevoli, delle persone, dello spazio, e sul finale.

Terminato il racconto iniziamo a ragionare sulla possibile aggiunta di nuove pagine. Giulia, Michela e Antonella accompagnano questo processo. 

Nascono domande:
Cosa vorremmo ci fosse oltre alle pagine lette?
Quali aspetti non sono stati trattati?

E qui, insieme ai materiali portati per fare collage, disposti in mezzo al tavolo, si apre un mondo.
Le partecipanti ci raccontano com’è vivere all’interno del carcere e delle dinamiche che si replicano in questo tipo di ambienti. Io racconto che sto scrivendo una storia su un senzatetto. Mentre strappiamo, tagliamo e incolliamo, parliamo della bilancia del sistema, delle ingiustizie e della complessità tutta che lascia indietro la maggior parte delle persone. 

Prendono forma, da questo tempo, pagine bellissime che ho avuto la fortuna di vedere nascere sapendo che il loro sviluppo sarebbe stato in ottime mani.

Ne riporto qui le tre frasi:

Ci sono legami. Alcuni si spezzano,
Altri rimangono anche quando il muro li interrompe.

Ci sono persone che non hanno un tetto.
Altre si sentono fortunate persino in carcere perché un tetto lo hanno.

Ci sono bambini che giocano al parco,
altri che giocano tra le macerie.

Noi usciamo dopo due ore, le altre restano.
Recuperiamo le nostre cose e ci salutiamo con la promessa di rivederci per una possibile presentazione, sempre in carcere.

Andando incontro a Valerio, che mi ha accompagnata a Roma, sento tornare forti le relazioni e in quel momento mi rendo conto che quelle due ore resteranno solo nella nostra memoria. 

Nessuna traccia digitale, né foto, video o audio, testimonia l’accaduto.

Tutte noi abbiamo un tempo da custodire. Quasi un segreto da ricordare. C’è, però, la futura traccia di un libro tattile che sarà realizzato collettivamente nel mese successivo, con la consapevolezza che la scelta di farlo in quel modo porta con sé l’intenzione di includere le persone che oltre il muro sono solitamente escluse.

La seconda volta

Sono tornata nuovamente a Rebibbia a fine luglio per la presentazione ufficiale dei libri tattili. Il mio E poi c’è la terra e quello di Sara Ciuffetta, artista, docente all’Accademia di Belle Arti di Viterbo e professoressa presso la sezione carceraria di Rebibbia del Liceo Artistico Enzo Rossi.
Il suo, dal titolo Mi sono passati circa dieci mesi, edito da Postmedia Books, anch’esso tradotto in forma tattile, parla del periodo passato a Berlino e delle sensazioni vissute in quel tempo: racconta in prima persona cosa succede quando si è lontani da casa, dalle relazioni e con una lingua nuova da imparare.
Insieme a Sara, Giulia, Michela, Antonella e Laura, abbiamo ancora una volta oltrepassato tutte le porte per arrivare all’auditorium dove ci aspettavano le donne che hanno partecipato al progetto e altre curiose di vedere quale fosse il risultato di questa esperienza.

Giulia ha introdotto e raccontato il percorso lasciando poi la parola a me e Sara che abbiamo letto nuovamente i nostri testi. E quel giorno ho visto finalmente il risultato del libro al quale sono più legata. 

Ha un formato più grande per dare spazio al braille e mi è piaciuto sentire le disuguaglianze illustrate, sottolineate dai diversi strati materici usati. Sono state eccezionali nello scegliere i materiali, nel ragionare e rispettare la composizione di ogni pagina. C’è tanta cura.

Ci siamo commosse perché le membrane e la pelle sentono tutte le emozioni che gravitano dentro questi luoghi. Loide, una delle partecipanti, ha letto una poesia dedicata a Giulia, Michela e Antonella e, dopo la presentazione, tante dita hanno toccato le pagine dei libri.

C’è chi ha ascoltato con lo stetoscopio il suono dei materiali e poi per un po’ ci siamo dedicate alle chiacchiere. Tante chiedevano a Sara quando sarebbe iniziata la scuola e se avrebbero trovato nuovamente lei.
In disparte osservavo il telaio delle relazioni e pensavo a quanto fossero necessarie, e a quanto fossi felice di essere un piccolo filo in mezzo a questa coperta fatta di storie e anche silenzi.

Scrivendo questo articolo e pensando a cosa avrei voluto raccontare, un’immagine mi è arrivata di getto, sicura.
Ho visto le lettere dell’alfabeto diventare parole, le forme diventare illustrazioni, i fogli stessi e le copertine arrampicarsi su quei muri invalicabili, andare oltre per unirsi, per stare tra le mani di chi è dentro e diventare riparo. Per trovarlo, “dentro i libri”.

In effetti, anche i libri sono fili, trame, orditi e reti, ma è altrettanto vero che oggi, in questo periodo storico che corrode lo stomaco, se non ci fossero persone capaci e con la voglia di andare oltre i muri, mettersi sotto i tappeti in mezzo alla polvere, tutto ciò non esisterebbe. Persone con la voglia di portare alla luce esperienze, costruire legami e lottare per difendere la dignità che si trova nei luoghi dimenticati. 

Concludo dicendo che almeno una volta nella vita si dovrebbe entrare per sentire e vedere cosa c’è oltre il muro. Per la vertigine della porta che si chiude (basterebbe quello).
Sono certa che uscendo qualche giudizio verrebbe lasciato andare.

Per questa esperienza ringrazio di cuore: Giulia, Michela, Antonella, Laura, Sabrina, Loide, Lucia, Vera, Iva, Manuela, Samantha, Dorota e Suvada.
E grazie a Topipittori, è sempre bello sentirvi vicini.

Voglio tornare.