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Piantare mi fa sentire tranquilla

Margherita Volpini, ortoterapeuta, esperta di orti e giardini del benessere, formatrice, educatrice, è autrice del libro Orto Bubù. Guida pratica di orticoltura terapeutica (Edizioni Altravista), uscito il 5 settembre di quest’anno. L’abbiamo intervistata per approfondire le basi teoriche, la metodologia e le possibili attività di questa pratica volta a trasformare la relazione con la natura in uno strumento di cura, crescita e partecipazione.

[di Beatrice Bosio]

1. Orto Bubù. Guida pratica di orticoltura terapeutica nasce su richiesta della Cooperativa Sociale Gianni Pietra di Stradella (in provincia di Pavia), che gestisce operativamente il Centro Diurno Disabili. Quando e come hai conosciuto questa realtà?

Ho conosciuto la Cooperativa Sociale Gianni Pietra nel 2012. Avevo appena concluso un’importante esperienza come educatrice in una comunità residenziale per persone con disabilità e avevo già iniziato il mio percorso di formazione come ortoterapeuta. In quel momento sentivo forte il desiderio di unire alle mie competenze educative la passione per la natura, immaginando percorsi capaci di generare benessere, relazioni e possibilità. Quando ho incontrato la Cooperativa, ho subito proposto loro di avviare un progetto di orticoltura terapeutica e di realizzare un orto-giardino presso la comunità residenziale dove vivono alcune delle persone che frequentano il Centro Diurno. C’era una vecchia serra, abbandonata da oltre dieci anni, e un terreno difficile da utilizzare, pieno di buche e sassi. Molti vedevano solo uno spazio trascurato, io un luogo pieno di potenzialità. Sentivo la necessità di creare un posto bello, accogliente e ricco di vita, che potesse diventare per le persone un laboratorio di scoperta, autodeterminazione e appartenenza. La Cooperativa ha creduto fin da subito nel mio progetto e ha scelto di sostenerlo con entusiasmo: un atto di fiducia senza il quale nulla sarebbe stato possibile. Così da un terreno quasi inutilizzabile è nato Orto Bubù, che è cresciuto insieme alle persone che lo hanno abitato e curato giorno dopo giorno: uno spazio generativo, un luogo di incontro, apprendimento e benessere, capace di raccontare quanto la natura possa essere una straordinaria alleata nei percorsi educativi e terapeutici.

2. Qual è l’obiettivo di questo manuale e come lo hai strutturato?

L’obiettivo di questo libro è offrire una guida pratica, concreta e allo stesso tempo ispiratrice, a ortoterapeuti, educatori, operatori e volontari interessati a integrare l’orticoltura terapeutica nelle attività quotidiane di centri diurni, comunità e servizi dedicati a persone con disabilità e autismo. Non si tratta, però, di una guida universale né di un modello da replicare in modo rigido. Il mio testo, infatti, nasce da un’esperienza di oltre dieci anni all’interno del Centro Diurno Disabili di Stradella e racconta la metodologia costruita su misura per questa specifica realtà, per le persone che la abitano, per i loro bisogni, desideri e progetti di vita. Ogni contesto richiede attenzioni, strumenti e percorsi differenti. Il filo conduttore del libro è la centralità, l’unicità della persona: per questo le proposte descritte sono personalizzate e orientate agli obiettivi individuali, ai valori, alle aspirazioni e alle possibilità di ciascuno. Solo così l’orticoltura terapeutica può essere un’esperienza di crescita, benessere e autodeterminazione realmente significativa.

Il manuale è diviso in tre parti: le prime due più teoriche e la terza più operativa. All’inizio vengono presentati i principi fondamentali dell’orticoltura terapeutica e i benefici che il contatto con la natura può generare sul piano fisico, emotivo, relazionale e cognitivo. Successivamente viene illustrata la metodologia utilizzata presso il Centro Diurno di Stradella. Pur ispirandosi ai riferimenti internazionali dell’American Horticultural Therapy Association, questa metodologia è stata adattata alle richieste e agli orientamenti dei servizi territoriali e dell’ATS, sviluppando procedure e strumenti che rispondono in modo più aderente alle esigenze del contesto in cui operiamo. Da questa base teorica e metodologica si arriva poi alla parte più pratica del volume, composta da schede operative, esempi, attività e strumenti concreti maturati sul campo. 

Più che insegnare un metodo unico, il libro vuole mostrare un modo di guardare alle persone e alla relazione con la natura: uno sguardo che metta al centro le capacità, le possibilità e il diritto di ciascuno a partecipare attivamente alla costruzione del proprio percorso di vita.

3. Che cos’è l’orticoltura terapeutica e quali sono i suoi benefici come pratica ri/abilitativa?

L’orticoltura terapeutica è una pratica centrata sulla persona, basata su procedure standardizzate, che utilizza le attività legate alla natura per raggiungere specifici obiettivi terapeutici, riabilitativi ed educativi. È un processo che impiega le piante e la relazione con esse per creare, mantenere e potenziare il benessere fisico, psicologico, sociale ed emotivo delle persone, contribuendo a migliorarne la salute e la qualità della vita. Ciò che rende funzionale questa pratica è la sua capacità di trasformare la relazione con la natura in uno strumento di cura, crescita e partecipazione. Le piante non giudicano, rispettano i tempi individuali e offrono opportunità concrete di sperimentare competenza, responsabilità e successo. L’orticoltura terapeutica lavora sui punti di forza della persona più che sulle sue difficoltà. L’obiettivo non è soltanto migliorare una singola abilità, ma favorire il benessere complessivo dell’individuo, sostenendone l’autonomia, l’autostima, le relazioni e la partecipazione attiva alla vita quotidiana.

I benefici possono essere molteplici: riduzione dello stress e dell’ansia, miglioramento dell’attenzione e della capacità di concentrazione, promozione della mindfulness, stimolazione sensoriale e motoria, sviluppo delle abilità cognitive e relazionali. Il contatto con la natura favorisce, inoltre, il senso di realizzazione, la fiducia nelle proprie capacità, la creatività e l’espressione personale. Un aspetto particolarmente importante è la possibilità di vivere esperienze autentiche di appartenenza e connessione, sia con gli altri sia con il mondo vivente: l’orto e il giardino diventano così luoghi in cui coltivare non solo piante, ma anche relazioni, competenze e nuove possibilità. Proprio per la sua grande flessibilità, l’orticoltura terapeutica può essere adattata a persone di ogni età e condizione e trova applicazione in contesti terapeutici, riabilitativi, educativi, sociali e preventivi.

 

4. Nella prima parte del libro sostieni che una delle basi teoretiche dell’orticoltura terapeutica sia la biofilia. Quali sono le origini del termine e quali le sue definizioni? 

Il termine biofilia significa letteralmente “amore per la vita”. Fu introdotto per la prima volta dallo psicoanalista Erich Fromm per descrivere la naturale attrazione dell’essere umano per tutto ciò che è vivo e vitale, e fu successivamente ripreso dal biologo Edward O. Wilson che ne ampliò il concetto, definendolo la tendenza innata dell’uomo a rivolgere attenzione alle forme di vita e ai processi vitali e, in determinate circostanze, a sviluppare con essi un legame emotivo. Secondo Wilson, però, la biofilia non è un istinto automatico, ma va sviluppata e sostenuta attraverso l’esperienza. Nell’orticoltura terapeutica, attività di cura, osservazione e coltivazione servono proprio a costruire o recuperare questo legame profondo che ci unisce al mondo vivente. Si tratta di un tema particolarmente rilevante oggigiorno: in una società sempre più urbanizzata, digitalizzata e spesso distante dai ritmi naturali, accompagnare le persone a sviluppare un atteggiamento biofilo significa educare al rispetto di ogni forma di vita e alla consapevolezza della nostra interdipendenza con l’ambiente. Non si tratta soltanto di stare bene nella natura, ma di imparare a sentirsi parte di essa, ed è da questo senso di appartenenza che possono nascere il desiderio di proteggere gli ecosistemi, la cura per gli altri esseri viventi e la responsabilità verso il futuro del pianeta. L’orticoltura terapeutica, quindi, non è solo uno strumento riabilitativo, ma un’esperienza educativa di sensibilizzazione nei confronti della natura.

5. Qual è il ruolo dell’ortoterapeuta e quali competenze deve avere?

L’ortoterapeuta ha il compito di accompagnare le persone a riscoprire la relazione con il mondo vivente (la biofilia, appunto) e a riconoscere nella natura una risorsa preziosa per il proprio benessere, la propria autonomia e la propria qualità di vita. Il suo lavoro consiste nel progettare percorsi personalizzati, selezionando attività, materiali e ambienti che rispondano ai bisogni, alle risorse, ai desideri e agli obiettivi di ciascuna persona. Per svolgere questa professione non basta amare il giardinaggio o stare bene nella natura, ma servono competenze specifiche, come conoscere i processi psicologici, fisiologici e sociali che regolano la relazione tra essere umano e ambiente naturale. Per questo sono fondamentali percorsi formativi dedicati, come scuole di specializzazione o master in orticoltura terapeutica, che forniscano basi scientifiche, metodologiche e operative. L’ortoterapeuta deve possedere anche conoscenze educative, riabilitative, botaniche ed ecologiche, ma soprattutto la capacità di creare contesti in cui le persone possano sentirsi accolte, competenti e attive nel proprio processo di crescita. Deve saper progettare, osservare, documentare e valutare gli interventi, lavorando sempre in modo intenzionale, mai improvvisato, e a confronto col resto dell’équipe.

6. Nella seconda parte della guida, “La metodologia”, dedichi un intero capitolo allo spazio, in quanto protagonista e parte integrante del percorso di riabilitazione. Quali caratteristiche deve avere un giardino terapeutico per essere strumento di sostegno alla cura? 

Non basta un giardino qualsiasi per riconnettere le persone alla natura, soprattutto quando si opera in situazioni di fragilità, disagio o disabilità. Un giardino terapeutico è tale se pensato per facilitare specifici percorsi di benessere, riabilitazione, autonomia e partecipazione; se non adeguatamente pensato, può trasformarsi in una vera e propria barriera per chi lo frequenta. Dev’essere uno spazio accessibile, sicuro, facilmente leggibile e ricco di opportunità; deve stimolare i sensi attraverso la vegetazione, i profumi, i colori, le texture e i suoni naturali; deve offrire angoli tranquilli per la contemplazione e il raccoglimento, ma anche aree dedicate alla socializzazione, alle attività di gruppo e alla partecipazione attiva.

Nell’orticoltura terapeutica la progettazione del giardino è fondamentale, dunque, ed è punto d’incontro tra medicina, psicologia, educazione, agronomia e architettura. Per progettare un giardino terapeutico occorre: ascoltare, ovvero lasciare spazio a bisogni che il progettista potrebbe non aver previsto; osservare, ovvero accettare che un luogo possa essere utilizzato in modi diversi da quelli immaginati; coinvolgere, ovvero riconoscere il valore dell’esperienza quotidiana di chi vivrà quello spazio, e quindi “progettare con le persone, prima ancora che per le persone”. Bisogna chiedersi come verrà vissuto il giardino che si intende progettare, quali relazioni permetterà di creare, quali possibilità di scelta offrirà, quali condizioni favoriranno orientamento, sicurezza, autonomia e connessione con la natura. Le risposte a queste domande differiranno a seconda delle persone, del contesto, delle famiglie, degli operatori e persino della cultura del luogo.

7. Se è vero che, non solo il giardino, ma anche ogni singola pianta è soggetto attivo nel percorso di orticoltura terapeutica, secondo quali criteri selezioni quelle da utilizzare nelle varie attività?

La scelta delle piante non è mai casuale. Ogni specie viene selezionata per sostenere gli obiettivi del programma di orticoltura terapeutica, ma anche per rispettare il luogo, la biodiversità e le caratteristiche delle persone coinvolte. La biodiversità è indispensabile. Più un orto-giardino è ricco di specie differenti, maggiori sono le opportunità terapeutiche, educative e relazionali che può offrire. Permette, infatti, di proporre attività molto diverse tra loro: coltivare ortaggi da trasformare in cucina, raccogliere erbe aromatiche per preparare tisane, utilizzare i fiori per composizioni creative o osservare il ciclo vitale delle piante nel corso delle stagioni. Nella selezione considero sempre piante facili da coltivare, resistenti, sostenibili e sicure, evitando specie tossiche o pericolose. Scelgo piante che possano offrire stimoli sensoriali attraverso colori, profumi, sapori e consistenze, e che suscitino interesse durante tutto l’anno. Valuto, inoltre, la presenza di specie capaci di attirare impollinatori e sostenere la piccola fauna del giardino, trasformando lo spazio in un ecosistema vivo da osservare e comprendere. Un altro criterio fondamentale riguarda la storia delle persone. Utilizzo spesso piante tipiche del territorio, che evocano ricordi, tradizioni e appartenenza, ma anche specie legate alle diverse culture presenti nel gruppo. Talvolta le piante vengono scelte perché richiamano un desiderio, un’esperienza significativa o un ricordo personale di un partecipante. In questi casi non sono soltanto strumenti di lavoro, ma diventano veri mediatori di relazione e narrazione. La domanda giusta da porsi non è “quale pianta coltivare?”, bensì “quali opportunità può offrire questa pianta a questa persona?”. È questo sguardo che trasforma una pianta da semplice elemento vegetale a protagonista attiva del percorso terapeutico.

8. Come mai hai scelto come titolo della tua guida pratica Orto Bubù, il nome di uno spazio del Centro Diurno Disabili di Stradella?

Per me è stata una scelta naturale, dato che il libro non vuole raccontare solo un metodo di lavoro, ma anche e soprattutto una storia collettiva. Fin dall’inizio gli utenti del Centro Diurno sono stati protagonisti attivi del progetto di realizzazione sia dell’orto-giardino sia del libro. Era importante per me riconoscere e valorizzare il loro contributo a partire dal titolo. A chiamare l’orto-giardino “Bubù” sono stati proprio gli utenti, che hanno tratto ispirazione da Snoopy, il cagnolino che da anni è presenza costante nell’orto. Dare un nome a un luogo è un gesto importante: significa riconoscerlo come qualcosa che ci appartiene, costruire un’identità condivisa e sentirsi parte di una storia comune.

Anche l’immagine di copertina è frutto dello stesso spirito di partecipazione: è il disegno del progetto di orto degli utenti. Per loro leggere il nome Orto Bubù e riconoscere il proprio disegno in copertina è stato un momento di grande gratificazione e orgoglio. Si sono sentiti competenti, riconosciuti e protagonisti, che è il senso più profondo dell’orticoltura terapeutica.

9. Il manuale si conclude con una serie di schede attività: come le hai selezionate e organizzate? Ce ne presenti una brevemente  a titolo esemplificativo?

Le attività presentate nel libro sono una selezione di quelle che negli anni si sono rivelate più efficaci e più amate dagli utenti di Orto Bubù, e sono tra loro molto diverse per mostrare quanto sia versatile l’orticoltura terapeutica. Le schede sono organizzate in modo da offrire attività realizzabili sia all’interno sia all’esterno, in diverse stagioni dell’anno, e accompagnate dagli obiettivi terapeutici, dai benefici attesi, dalle metafore che possono sostenere, dai materiali necessari. Ogni attività è intesa come opportunità per riflettere, esprimersi e attribuire significati personali all’esperienza. Tra quelle che propongo più spesso c’è la copia dal vero, che consiste nell’invitare le persone a osservare con attenzione una foglia, un fiore, il guscio di una lumaca e a riprodurlo su carta. Non bisogna saper disegnare, l’obiettivo infatti non è realizzare un bel disegno, bensì imparare a guardare davvero. Più osserviamo una pianta, più ne scopriamo i dettagli; più la conosciamo, più diventa parte della propria esperienza e siamo portati a curarla, rispettarla e proteggerla. Questa attività non è solo un esercizio di attenzione, calma e osservazione, ma anche e soprattutto di relazione e cura nei confronti della natura circostante. In più spesso fa emergere sensibilità e capacità artistiche inattese, perché ognuno restituisce ciò che vede in modo unico e personale.

10. “Piantare mi fa sentire tranquilla, mi piace, mi porta via l’ansia, i pensieri brutti. Rendo molto come ortolana, mi sento capace, utile e serena”: queste parole che aprono il terzo capitolo della prima parte sono di Anna, utente del Centro. Perché hai scelto di riportare alcune citazioni degli utenti e come le hai associate a ciascun capitolo? 

Le citazioni riportate all’inizio di ogni capitolo non vogliono abbellire il testo, ma dare voce alle persone che hanno vissuto e costruito l’esperienza di Orto Bubù. Da sempre raccolgo le loro riflessioni e osservazioni all’interno di un diario di bordo, strumento che descrivo anche nel libro perché indispensabile per documentare il percorso non solo attraverso ciò che si fa, ma anche attraverso ciò che le persone provano. Ho scelto le frasi in base ai temi affrontati nei diversi capitoli: mi sono resa conto, infatti, che in molti casi le parole degli utenti esprimono in modo semplice e diretto quanto dimostrato dagli studi e dalle ricerche della letteratura scientifica. La frase di Anna, per esempio, mette a fuoco alcuni dei principali benefici associati alla relazione con la natura e all’orticoltura terapeutica. Se la scienza descrive i meccanismi e gli effetti di questa pratica, le parole degli utenti permettono di coglierne il vero valore da un punto di vista umano, emotivo e quotidiano. Il libro nasce da e con gli utenti, quindi non potevano che essere le loro voci ad accompagnare i lettori lungo il percorso: perché dietro ogni teoria, ogni metodo e ogni attività ci sono persone reali, con emozioni, desideri e storie che meritano di essere ascoltate.