Sposare un geometra e andare sulla luna

GalileoGalilei, Osservazioni della Luna, acquerelli,1609.
Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale[ms. Gal. 48].

C'eranouna volta mia madre e una bambina di sette, forse otto anni. «E tu cosavuoi fare da grande?» «Voglio sposare un geometra.» La Zoboli è corsaa nascondersi in bagno, ma da dietro la porta si sentiva l'inequivocabile,imbarazzante fragore delle risate. Alla stessa domanda, i bambini dellamia generazione rispondevano, «l'astronauta». Sembrava non ci fossealtro mestiere possibile.

L'esplorazione dellospazio e la conquista della Luna non sono state solo uno strumento disupremazia politica e militare e una delle tante armi non convenzionalicon le quali si è combattuta la Guerra fredda. Sono state ancheuna missione per l'umanità intera, un'intrapresa che ha unito - nondiviso - piccoli pionieri sovietici, boy scout statunitensi, monellidi strada napoletani e figli della piccola borghesia milanese.

Io, timido rappresentante di quest'ultima, menavo granvanto della gigantesca mappa della Luna, allegata a unnumero del National Geographic, che vegliavasulle mie notti, succedaneo del satellite che da milioni di annivegliava sulle notti dell'uomo e che io guardavo assai di rado, un po'perché mi spedivano a letto dopo Carosello, un po' perché abbandonarsialla meraviglia sarebbe stato poco s-c-i-e-n-t-i-f-i-c-o: sulla Lunabisognava andarci; la Luna bisognava scoprirla e conquistarla; e tuttoquesto aveva ben poco a che fare con la poesia.


Il "mio" posterdella Luna.


Valeva per me quel che affermava George Santayana: per lamaggior parte degli esseri umani le stelle sono belle, ma se sidomanda loro perché non sapranno rispondere fino a quando non avrannoricordato qualche nozione di astronomia. «Le vaghe e illusorie ideecosì suscitate si adattano così bene alla sciocca emozione chestavamo provando che attribuiamo questa emozione a quelle idee e cipersuadiamo che la potenza dei cieli stellati stia nella suggestionedei fatti astronomici.» Insomma, dobbiamo "parlare" la meraviglia e,se non ci riusciamo, guardiamo da un'altra parte.


ThomasHarriot, tre disegni della Luna, 1609-1611. Collezioneprivata.


Certo, la Luna era bella. Come diceva Henri Poincaré «lo scienziatonon studia la natura perché ciò è utile; la studia perché neprova piacere, e ne prova piacere perché essa è bella.» Se laLuna non fosse stata bella, non sarebbe valsa la pena di conoscerla,di conquistarla, di esplorarla. Ma da lì ad abbandonarsi allasciocca emozione... Il chiaro di luna l'aveva già ucciso un talMarinetti, nell'aprile del 1909: ai tempi dimio nonno.

MichelFlorent van Langren, Plenilunii Lumina AustriacaPhilippica, 1645.
Edimburgo, CrawfordLibrary.

Poi,sulla Luna ci siamo andati. E la cosa è finitalì: nel nulla della polvere e dei sassi di quel coso che ci giraintorno. Abbiamo continuato ad andare nello spazio, ma non glienefrega più niente a nessuno. Non è più un'avventura, non è più unamissione per l'umanità. È roba tecnica. Roba che finisce sui giornalisolo se capita una catastrofe, o se un russo rimane chiuso in unastazione spaziale orbitante grande come uno sgabuzzino per le scope per 437 giorni e 18ore. Ma è un po' come  se avesse mangiato 21 scorpioni vivi:nessuno osa domandare il perché.


Abbiamo, insomma, perso quel senso di scopo collettivo che ci davala conquista dello spazio che, oltre ad averci portato su un pianetainutile (nonera fatto di formaggio; non era popolato di stranecreature di intelligenza superiore; né prometteva di potersi trasformarerapidamente in una nuova Disneyland), ci aveva sottratto il desiderio diguardare la Luna, ormai relegata nell'ambito della tecnica, depurata delfascino e del mistero, scansita e analizzata nella sua composizione,tracciata con precisione millimetrica nella sua orbita, scrutata daocchi elettronici. Certo, ogni tanto ci capitava anche di abbandonarcialla meraviglia, di avvertire il vortice dell'ineffabile, ma quella cosalì nel cielo, con la sua mutevolezza e i suoi prevedibili capricci,non era più la seducente amante che per millenni era stata, ma unavecchia compagna della quale si pensa di sapere tutto solo perchénon la si guarda più con attenzione.



D'altra parte, già Walter Benjamin, che non eraproprio l'ultimo arrivato, aveva parlato di come l'ebbrezza(Rausch) che distingueva la contemplazione anticadel cielo fosse andata scomparendo con la crescita dell'astronomiamoderna, legata all'“unione ottica” con l'universo, cioè conla conoscenza fornita dal telescopio. L'ebbrezza dell'uomo anticopoteva nascere soltanto all'interno della comunità e «l'aberrazioneche minaccia i moderni è di ritenere questa esperienza irrilevante,trascurabile, di lasciarla all'individuo come estetica contemplazionedi una bella notte stellata.»

Poi è arrivatoun libro. Questo qui, del quale guardate le immagini. Almeno, èarrivato per me. Ed è stato, sempre per me, rivelatore: mi sono resoconto con sorpresa di quanto poco avessi osservato la luna; e anchedi come fosse necessaria, assolutamente necessaria, una narrazionecome questa per riaccendere la vecchia fiamma. È stata per me ladimostrazione lampante, diretta e personale del bisogno che abbiamodelle storie come strumenti di integrazione nella realtà. Magari anchedi storie senza parole. Anzi, soprattutto senza parole, se la materiadi cui si tratta è l'ineffabile.


Ma è stata anche la rivelazione di come, contrariamentea quanto ci suggerisce Benjamin, la conoscenza scientifica,profonda e dettagliata, che questo libro rivela non sia cheun amplificatore dell'energia poetica che l'oggetto di tantaosservazione contiene in sé.

Ecco, così,sulle pagine di questo libro, per me la Luna ha finalmente cessatodi essere solo l'unico satellite della Terra. Certo, è rimasta pursempre quel corpo celeste che compie un'orbita ellittica della sferaceleste, calcolata rispetto alle stelle fisse, in media ogni 27,321661giorni eccetera. Ma è finalmente tornata a essere anche «una lampadinaattaccata al plafone.» E le stelle, se non lo sapevate, «sembrano limonitirati nell'acqua.»

Questo libro non ha un titolo, né parole, né nome di un autore, né il marchiodi un editore in copertina. Solo un fondo di un blu violaceo sul quale sistaglia un tondo argentato che rispecchia, a tenerselo davanti al volto,un'immagine fantasmatica. Dentro, replica per sessantaquattro paginesostanzialmente la stessa immagine.



All'ultima pagina, prima dei risguardi di quelblu scurissimo che identifica la notte e l'eleganza archetipiche(midnight blue lo chiamava ilDuca di Windsor, che lo preferivaal nero per le sue dinner jacket) si scopre che si intitolaDans la Lune, che è stato realizzatoda Fanette Mellier per le Èditions duLivre, che è dedicato a Marcus, che è stato ispirato da unamostra realizzata al CentreCultural pour l'Enfance di Tinoueux e che è stato pubblicatocon il sostegno della direzione per gli affari culturalidell'Alsazia.


Il libro si compie in una sequenza di ventotto rappresentazionidella luna nel corso del suo ciclo, giocate sul bianco del disco(o della sua porzione visibile) che risalta sullo sfondo blu scuro,reso leggermente marezzato dal pelo della carta, e alonato da un giocosapientissimo di velature diluite di giallo tenue o blu ceruleo e dineri pieni. Un lavoro graficamente impeccabile e un'esecuzione quasiperfetta (ma dato che sono notoriamente un rompiscatole, avrei sceltouna carta diversa). Chi lo volesse lo può ordinare nel sitodell'editore, o correre da Spazio Bk a Milano o alla Libreria Sempreliberi diLodi.