[di Letizia Soriano]
La scuola è anche tutto quello che succede fuori dalla classe: le parole dette al volo mentre si cercano le monete per il caffè, i quaderni finiti messi a morire dentro gli armadi, una selezione di tempere shocking che non useremo mai, i genitori che vengono a prendere i figli con 38 di febbre, la corsa a ostacoli per conquistarsi il bagno prima che la collaboratrice dia lo straccio, la fila per andare in mensa, la fila per tornare dalla mensa (le mele che rotolano, le fette di pane nascoste nella tasca del grembiule), il tavolo per medicarsi tutte le ferite, il citofono che suona in continuazione, l’assalto alla fotocopiatrice senza sapere il codice, le spugne stese ad asciugare, andare a meditare nella stanza dei sussidi, morire di freddo al piano di sotto, morire di caldo al piano di sopra, spiare lo stanzino dove c’è lavatrice (con quel rumore che fa un po’ casa), perdere le chiavi degli armadi, cercare il cordless per tutta la scuola, chiudere sempre, ma sempre, il cancello principale (lasciando puntualmente dentro qualcuno che sta uscendo con la bici) … e poi la scuola sono le pagelle da scrivere.


Adesso che siamo dentro settimane di rilevazione dei progressi, dentro un waiting for da scrutinio, mi capita di sognare, all’improvviso, di fare un altro lavoro. È un lavoro di quelli che arrivi la mattina e non hai il fiato corto, dove nessuno ha pretese di ascolto, rimostranze passive o attimi di scoramento, dove non si deve parlare per forza, incoraggiare per forza, capire per forza, arginare per forza. Dove il materiale che hai preparato è abbastanza, e no, non si poteva fare di più, è quello e va benissimo per tutti.

Nell’altro lavoro non c’è il rischio di sembrare troppo buoni o troppo severi, troppo lenti o troppo veloci, troppo impositivi o troppo lassisti. Ti puoi portare anche un pacco di cracker gigante: nessuno te ne chiederà un pezzo. Tutti sapranno allacciarsi le scarpe, soffiarsi il naso, finire la scheda. La campanella non ti farà venire il crepacuore, ma suonerà Chopin. Non ci saranno colleghe, solo presenze a forma di maestra, la fotocopiatrice non si incepperà mai, nemmeno con gli A3. In alcuni casi si potrà usare anche il complessino tipografico. E poi i collaboratori, invece di rincorrerti con la scopa, danzeranno soavi intorno alla polvere come gli uccellini di Cenerentola, le schede di valutazione si scriveranno da sole, di notte, e con la punteggiatura giusta.


Aggiungo che prima delle pagelle ci sono i confronti tra gli insegnanti sulle valutazioni da mettere e questo, lo sappiamo, è un momento delicato. Siamo tutti stanchi e ciascuno di noi ha il suo sguardo. Ci sono sguardi puliti, che cercano di vedere un po’ oltre il bagaglio che gli è stato affibbiato durante l’infanzia, e oltre il concetto di giusto e sbagliato di ciò che dovrebbe accadere a scuola. E c’è chi proprio non sa guardare. Qui arriva il difficile. Più di una volta mi sono sentita dire di non essere obiettiva sulla preparazione della classe, di non valorizzare abbastanza le eccellenze che rimangono indietro per colpa dei soliti. Quelli che non lavorano, che non si impegnano, che ti prendono in giro. I furbi per intenderci. Con loro, a quanto pare, sono troppo accomodante per non dire condiscendente. Soprattutto quando si tratta di valutarli.


Eppure io non regalo voti e non sono nemmeno buona. Quello che faccio è osservare i punti di partenza, i contesti da cui arrivano. Se un bambino, che a settembre non parlava e non mangiava, adesso gioca e ride e alza la mano per dire che deve andare in bagno, e legge una frase intera ad alta voce, non posso considerare “sufficiente” la sua evoluzione, tantomeno il suo rendimento. Sono davanti a un processo di crescita straordinario; ma questa voce nella pagella non c’è. Se poi voglio valutare la classe sulla base delle eccellenze (quei tre o quattro che ce la fanno sempre e ce la farebbero comunque anche con l’home schooling o dalle suore oppure direttamente senza venirci, a scuola) è chiaro che non sto facendo bene il mio lavoro. Mi tocca tenere bene a mente quelli che non ce la fanno (o non ce la fanno come voglio io) oppure ce la fanno al limite, e lavorare per portare loro un briciolo di motivazione, di coraggio, di fiducia. Lo devo fare, non è un optional. E invece spesso questo viene considerato un optional, un regalino incartato con la pietà, un atteggiamento caritatevole. Non c’è nulla di caritatevole nel pretendere da uno studente che cominci a sentirsi capace, adeguato, presente al gruppo. È un lavoro sfinente (non uso massacrante perché non lavoro in miniera, anche se certe volte mi sento così) richiamare continuamente l’attenzione, invitare la parola, trovare un appiglio per farla uscire così da capire un po’ meglio cosa c’è dentro, che è poi il terreno da cui partire. Non è un fatto di pietismo, è un dovere verso il futuro.


Nei primi anni i bambini costruiscono la loro identità di studenti, le modalità di apprendimento, l’idea di sé stessi dentro la scuola. Basterebbe ricordarsi di questo ogni giorno entrando in classe. Non mi interessa e non ci voglio stare alla scuola delle eccellenze, perché io per prima non cresco, non avanzo, non mi formo. Continua a interessarmi l’eterogeneità con cui ciascuno arriva a raggiungere certi obiettivi e non sarò mai capace di pensare alla classe come un gruppo di teste che pensa, ragiona e opera allo stesso modo. È una cosa facile? Per niente. Mi delizia e mi tormenta, tanto nella prosa, quanto nella poesia. I bambini entrano ed escono dai miei scritti a tutte le ore, ho bisogno delle loro parole per raccontare e spesso non sono parole chiare, vanno decifrate, ma appunto per questo contengono qualcosa in più, il loro patrimonio umano, tutte quelle sfaccettature non immediate, forse sbagliate rispetto a ciò che un adulto si aspetta da loro, incoerenti, ma così piene di vita che diventa impossibile non rimanerne coinvolti. È chiaro che è più facile far parlare quelli che hanno la risposta giusta. Ci vuole meno tempo e meno fatica, ma non è per ascoltare la risposta giusta che io vado a lavorare. Ci vado per cercare insieme ai bambini il loro appiglio; come sopra a un autobus in movimento dove tutti devono trovare il loro modo per reggersi agli appositi sostegni. Cercando di non cadere.



Illustrazione di Maurice Sendak da Il segreto di Rosie, Adelphi, 2024.
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Illustrazione di Beatrice Alemagna da Che cos'è un bambino, Topipittori 2008.

Illustrazione di Maurice Sendak da Il segreto di Rosie, Adelphi, 2024.
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