Tana libera tutti!

[di Elena Dolcini]

“Io vorrei che tutti i bambini imparassero a costruirsi giocattoli con le loro mani”.
Queste parole sono del mastro giocattolaio Roberto Papetti che, in occasione di un laboratorio da lui tenuto all’interno della mostra Tana libera tutti!, ha posto l’attenzione su quel fare manuale che oggi è sempre più un’intelligenza rara. Saper fare è provare, tentare, sbagliare, modificare, risbagliare fino a un risultato più o meno soddisfacente; comporta un tempo lento, una postura esistenziale aperta all’imprevisto e ai consigli di chi prima di te da lì c’è già passato.
Papetti costruisce giocattoli da tanti anni; ancora oggi si dedica a ciò che in un contesto letterario definiremmo classico, ciò che è sempre attuale, o meglio, inattuale, perché oggetto complesso e archetipico.
 
Installazione di Roberto Papetti, Campanelleria, 2015
 
Walter Benjamin, nel suo Giocattolo e gioco. Osservazioni a margine di un’opera fondamentale (in Figure dell’infanzia, Raffaello Cortina, 2012), citando Hass, elenca tre tipologie principali di gioco da cui tutti potrebbero derivare: “il gatto e il topo (ogni gioco in cui lo scopo è quello di acchiappare); la madre che difende la prole nella tana (per esempio, il portiere difende la porta o il tennista); la lotta tra due animali per la preda, l’osso o l’oggetto amato (il calcio o il polo)”.
Ho potuto osservare queste forme archetipiche come una linea di continuità tra passato e presente anche all’interno della mostra Tana libera tutti!, collettiva con opere di Emma AdBåge, Sylvie Bello, Sabrina Felli, Roberto Papetti, Simone Tribuiani e Bruno Zocca, allestita negli spazi espositivi della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e da questa promossa. I bambini in visita, infatti, se invitati a raccontare i loro giochi preferiti, spesso hanno descritto quelli conosciuti anche dagli adulti di oggi: nascondino, acchiapparella, strega comanda colori, sottolineando l’elemento materiale del gioco che continua ad affiancare l’immaterialità del digitale.
Non è un caso, forse, che, come ha raccontato Sergio Ruzzier intervenuto per l’incontro dal titolo I giochi dei bambini nei libri a figure di Maurice Sendak, anche il grande artista americano amasse costruire giocattoli: un “family affair” prima, una questione di famiglia nella quale tutti i fratelli erano impegnati, un lavoro poi, visto il suo impiego nel teatro come scenografo.
 
Livia mentre racconta la mostra a Sergio Ruzzier con in testa la Stella pentalfa pitagorica di Roberto Papetti (2024)
 
 
La semplicità, tipica del lavoro di Roberto Papetti, è un simbolo che tiene insieme passato e presente, tradizione e contemporaneità, ed è da ritrovare anche nelle altre opere esposte in mostra, fungendo da fil rouge tra le stampe di Sylvie Bello che celebra la “bastevolezza” del corpo umano concentrato in performance giocose, l’audio di Sabrina Felli, per cui la palla è sufficiente a creare relazioni, connessioni, metafore, unendo persone di età diversa, e la buca di Emma Adbage come metonimia di quel gioco libero e appassionato, fonte di ansia, invece, nell’adulto preoccupato più a igienizzare che a valorizzare l’ambiente nel quale vivere insieme ai bambini.
 
 
A sinistra le illustrazioni di Sylvie Bello da Essere umani, testo di Andrea Nante (Topipittori, 2017); a destra installazione di Sabrina Felli
 
La buca di Emma AdBåge (Camelozampa, 2020)
 
È proprio nel gioco e in come gli adulti si relazionano a esso che emergono paradossi ed equivoci, quando non ipocrisie: da un lato lo sbandieramento di un’auspicabile autonomia che sempre più fraintendiamo quando si parla di infanzia, dall’altro quello che lo psicologo americano Jonathan Haidt definisce come “safetyism”, ovvero “una cultura o un sistema di credenze in cui la sicurezza è diventata un valore sacro […]. La sicurezza ha la meglio su qualsiasi altra cosa, a prescindere da quanto sia probabile o insignificante il potenziale pericolo.” (J. Haidt, “La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli”, Bur Rizzoli, 2024).
Tra i bambini in visita in mostra c’è stato chi ha citato la lettura come gioco preferito: leggere un libro al fratellino più piccolo è un’esperienza coinvolgente e indimenticabile per un’infanzia che si avvicina al libro inteso come relazione prima ancora che letteratura, mezzo di cura e di unione tra il più grande e il più piccolo, oltre che esempio di quella drammatizzazione e messa in scena di una realtà simbolica nella quale i bambini sono straordinariamente abili.
Insieme ai piccoli visitatori della mostra abbiamo fatto una riflessione sul suo titolo: Tana libera tutti! è nel nascondino, salvo variazioni del tutto lecite, il momento in cui il partecipante che manca all’appello esce allo scoperto per liberare tutti, anche coloro che precedentemente sono stati presi da chi conta. È un evento liberatorio, salvifico – come il gioco tout court – di rappresentanza, di solidarietà, che ribalta drasticamente la situazione: prima ci si nasconde – che cos’altro è il gioco se non uno spazio microcosmo che ci separa temporaneamente dal resto del mondo? - poi ci si mostra.
I temi del nascondimento e del pericolo strutturali al gioco sono riemersi nel bellissimo incontro con Cristiana Pezzetta venuta a raccontare la storia, la linguistica e la rilevanza del gioco anche nel mito, a partire da La bambina e l’orsa (di Cristiana Pezzetta e Sylvie Bello, Topipittori, 2024). L’elemento ludico è trasversale alla vita di bambini e adulti ed è soglia tra il quotidiano e quel luogo misterico nel quale siamo pronti a immergerci totalmente, impegnati a trasformare nei modi più vari qualsiasi tipo di materia a nostra disposizione.
 
La bambina e l’orsa di Cristiana Pezzetta e Sylvie Bello (Topipittori, 2024)
 
Come sempre, anche la relazione tra albi illustrati e disegni a parete è stata visibile in mostra, espressa direttamente con la presenza anche di libri da sfogliare e osservare: nel caso di E se fossi qualcos’altro? (Bruno Zocca, LupoGuido, 2022) il libro è stato proiettato; se da un lato in questo modo si è espansa la superficie delle immagini e del testo, facilitando un’osservazione nei dettagli, dall’altro la qualità del supporto visuale, che da carta diventa luce, che a sua volta diventa muro, è stata stravolta. Si tratta di un cambiamento, una trasformazione più o meno radicale inevitabile, per quanto controversa, quando il libro non è fine a se stesso ma diventa strumento di lavoro, stimolo per riflessioni, nel caso ad esempio del dialogo filosofico.
Questa, dal mio punto di vista, è una questione importante se riteniamo che il supporto attraverso il quale scegliamo di mostrare un libro (o un’opera d’arte) non sia un accidente ma un elemento strutturale dell’oggetto stesso, per la cui comprensione non si può prescindere.
I bambini si sono divertiti molto a trovare le differenze tra le figure proiettate e i disegni preparatori che in mostra abbiamo stampato su tela, come se fossero degli abiti da indossare nei tanti pomeriggi da loro dedicati ai travestimenti.
 
 
E se fossi qualcos’altro? di Bruno Zocca (LupoGuido, 2022)
 
Con questa mostra inevitabilmente ci si è potuti soffermare solo su alcuni aspetti del gioco, tema, esperienza, fenomeno che eccede così esageratamente il qui e ora da rivoluzionare il tempo ordinario. Il gioco per i bambini è condizione di vita: senza gioco non si vive, non c’è altra metafora se non quella vitale per un elemento ludico che equivale esattamente alla possibilità di esistere. È per questo che alcuni bambini hanno specificato che esiste un modo di giocare e un modo di giocare bene: lungi dall’essere una modalità superflua, giocare “bene” significa stare alle regole e non arrabbiarsi troppo l’uno con l’altro. L’equazione “gioco uguale vita” proposta dai bambini ricorda la citazione del gran Federico Schiller riportata da Gianni Rodari nella sua Grammatica della fantasia (Einaudi): “L’uomo gioca unicamente quando è uomo nel senso pieno della parola, ed è pienamente uomo unicamente quando gioca”.
Se da un lato c’è il gioco libero, che è comunque costituito da regole e prevede l’assegnazione di ruoli da parte dei bambini stessi, dall’altro c’è il gioco strutturato, come lo sport, rappresentato in mostra dai dipinti di Simone Tribuiani, estemporanee di partite di basket o di tennis realmente svoltesi.
Nell’osservarli, i bambini hanno evidenziato la relazione tra le figure e lo sfondo, un campo che forse non è solo quello in cui i giocatori agiscono, delimitato da linee di confine e fischi d’arbitro, ma anche lo spazio abitato dal pubblico, come in un’opera d’arte nella quale autore e fruitore, invenzione e ricezione dialogano costantemente.
 
Dipinti di Simone Tribuiani
 
Tra limiti e sconfinamenti, i giochi sono metafora della nostra esistenza, di un tempo bambino ma anche adulto mai sazio dell’esuberanza del simbolico, limite tra quotidiano e fantastico. Il bosco de La bambina e l’orsa ne è un esempio, luogo ma anche personaggio, ambiente ma anche protagonista, non solo nel testo ma anche nelle immagini di Sylvie Bello, in cui figura e sfondo si confondono.
 
È bene ricordare, su suggerimento dei bambini, che gioco e divertimento non sono la stessa cosa: ci sono situazioni in cui ci si diverte, come “quando si legge una battuta su un libro di Pera Toons”, ad esempio, ma non si sta giocando.
Analogamente, i bambini si sono divertiti moltissimo, ma senza giocare, ascoltando l’opera sonora della compositrice Sabrina Felli: per tre minuti e mezzo hanno ascoltato un audio in filodiffusione dedicato alla palla, nel quale voci di bambini e ragazzi coesistono organicamente con suoni e rumori di vario tipo, rimbalzi di palle diverse, fischi, tamburi, calci al pallone, scarpe da ginnastica che stridono sul pavimento.
Non c’è stata classe, dalla scuola dell’infanzia alla primaria, che non abbia riso, chi mettendosi le mani davanti alla bocca come per trattenere lo scoppio di una fragorosa risata, chi lanciandosi occhiate d’intesa e di sorpresa: il riconoscimento nella registrazione di voci simili alle proprie e l’immaginarsi, senza l’aiuto visivo, di chi potessero essere hanno creato una situazione di sincera convivialità tra i piccoli uditori e quell’attimo di pace di chi osserva un’infanzia che ride.
 
Progetto sonoro Bastaunapalla di Sabrina Felli
 
Lagenda dei bambini
 
Un pensiero va anche al tavolo da “ping-pong non ping-pong” di Emma AdBåge, dove il “non” se da un lato sottolinea la mancata funzionalità dell’oggetto, che nelle tavole dell’artista svedese non viene utilizzato per giocare a ping-pong, dall’altro richiama la libertà “impertinente” sia dell’arte sia dell’infanzia.
L’installazione delle stampe da La ferita (Camelozampa 2024, Rabén & Sjögren 2022) è stato motivo di grande entusiasmo tra i bambini che, vedendo rete, racchette e palline, hanno esultato all’idea di poter interagire direttamente con l’opera. Questo, però, è stato possibile solo in alcuni casi, quando a visitare la mostra non erano classi numerose, ad esempio, o durante qualche laboratorio pomeridiano; se da un lato il non giocare ha creato amarezza, dall’altro ha però stimolato una riflessione sul potere e il non potere, sull’oggetto afferrabile e manipolabile e quello che non si tocca, sul vicino e il lontano, più che sull’azione del toccare in sé, sul modo di questa azione.
 
 
Installazione con stampe da La ferita di Emma AdBåge (Camelozampa 2024, Rabén & Sjögren 2022)
 
Credo che in una mostra dedicata all’infanzia sia utile proporre distinzioni tra ciò che è fattibile e ciò che non è permesso, allestire variazioni, potremo dire, stimolando il pensiero critico dell’infanzia, a favore di una visione che sia “world-centred” (Daniel Barenco Mello Contage), non perché i bambini siano il centro indiscusso del nostro mondo, ma per costruire quest’ultimo, fatto anche di limiti e frustrazioni, insieme a loro. Sempre giocando.
 
Tavolo dei laboratori con Sssh di Fred Paronuzzi e Mariana Ruiz Johnson (Camelozampa, 2019), Sdeng Bum Splash! Il grande libro dei rumori di Benjamin Gotteald (Terre di mezzo, 2022), Elfie di Matthew Lipman (Liguori, 2013)