Buon Natale Corrierino

[di Laura Scarpa]

Le storie di Natale hanno apparenze innocenti e anche un po' retoriche. Sono, in realtà, un ottimo modo per raccontare, nascostamente, la vita reale, uno specchio ben lucido per rifletterla, anche quando la alterano, anzi, proprio per quello.

Studiando arte, ho imparato dai ritratti egiziani del Fayyum: quei ritratti, utilizzando uno schema fisso, grazie a piccole variazioni riescono a essere estremamente caratterizzati e reali.

Notte, attesa, regali, bambini buoni, cenone: è una narrazione ripetitiva, monotona in apparenza, ma proprio per questo ogni piccola variazione vi staglia, netta.

I brevi racconti natalizi a fumetti, chiusi in monopagine di 6/8 vignette, pubblicati sul Corriere dei Piccoli nella prima metà del Novecento, legati a pochi elementi iconici quali l'albero, le calze, il panettone, possono dare un quadro della storia italiana, sia quella con la s minuscola, sia quella grande, che si specchia nella piccola dimensione quotidiana.

Buon Natale Corrierino! è il terzo volume della collana illustrata, dedicata al primo giornalino a fumetti italiano, che ComicOut presenta annualmente come strenna.

In maniera meno esplicita del primo libro – Le storie nere del Corriere dei Piccoli – in cui si evidenziava il rapporto degli italiani con il nero e l’africano, in questo Buon Natale scorre sottile, ma evidente, una narrazione su usi, idee, ma anche politica e guerre, come sono stati vissuti dalla popolazione e comunicati ai piccoli lettori.

I libri per bambini non sono mai davvero ingenui, tanto meno quei fumetti sul CdP. Ai bambini, sulle pagine del loro settimanale, veniva proposta un’Italia ideale, ma ci si confrontava anche, inevitabilmente, con la vita vera.

 

La prima parte è dedicata all’inizio del Novecento che, ancora a cavallo tra due secoli, a storie incentrate sull’apparizione sacra mescola fiabe con protagonisti orfanelli abbandonati nel bosco. Nel complesso mi ha stupito notare come la presenza di senso religioso sia inferiore rispetto alla maggior religiosità natalizia dagli anni Cinquanta in poi: qualche Bambin Gesù illumina rare vignette, e certi angioletti che vi compaiono sono decisamente poco sacri: delle ragazzine generose con i poveri appaiono magiche più che altro perché reggono bene il freddo inverno, in sottili camiciole.

Attilio Mussino, 1909

Attilio Mussino, 1911

È piuttosto il panettone (creato negli anni Venti, con un nuovo design, proprio da Motta) a entrare in scena trionfalmente, ancora tondeggiante, ma già simbolo dell’abbondanza festiva del cenone. E il cenone con famiglia e amici, quasi più dei doni, sarà il filo conduttore delle storielle fino alla seconda guerra mondiale, dopo la quale prevarranno i regali e i giocattoli, preannunciando il boom economico e l’avvento economico della plastica.

Antonio Rubino, 1911

Pubblicità del 1948 e del 1958

Il cibo è un elemento discriminante fra le due guerre mondiali che segnano precisi confini storici.

Durante la Prima, nei fumetti si parla di eroismo, di combattenti contro invasori e i racconti segnano, capodanno dopo capodanno, le difficoltà, le speranze e la vittoria. Il bambino protagonista vibra di eroismo, ma la sua vita domestica (e quella dei piccoli lettori agiati del Corrierino) scorre con poche differenze rispetto a quella precedente al conflitto.

Antonio Rubino, 1915

Antonio Rubino, 1914

Guido Moroni Celsi, 1918

Nel 1916, Schizzo (di Mussino, imitazione esplicita ma meno fantastica di Little Nemo), in un breve e felice sogno davanti al camino acceso, sogna che non solo il padre, ma che tutti i padri e soldati ritornino a casa.

Attilio Mussino, 1916

Nel 1941, invece, in un fumettino che occupa solo un quarto di pagina, Cappadonia, con un  segno scuro e realistico, disegna un padre soldato che bussa davvero alla porta. Il suo volto è nascosto da ombre nere, e la scena del ritorno conserva un tono cupo, anche se la figlioletta abbraccia quell’uomo senza volto (forse così voluto perché ogni bimbo ci vedesse il proprio padre). A me ha ricordato, in qualche modo, quel racconto di Dino Buzzati, in cui il figlio torna a casa dalla guerra, ma non si toglie il mantello, perché è morto.

Giuseppe Cappadonia, 1941

Le due guerre vengono raccontate ai bambini in modo molto diverso, perché diversamente vissute. Nella Prima, per gran parte dell’Italia la guerra è solo al fronte o nei porti, anche se sulle altane di Venezia c’era la contraerea, come mi raccontava una prozia centenaria. Le città, cioè, non erano “in guerra”. Ben diversa la Seconda: città bombardate, guerra in casa, con l’esercito straniero “amico”, i bambini spesso mandati in campagna per trovare pane meno nero e sicurezza dalle bombe. “Fame” è la parola che ricorre nelle piccole storie del Corrierino, che rappresentano la penuria di cibo e che consolano i lettori – quando in qualche modo offrono magica o generosa soluzione – per la mancanza di doni e di buon mangiare. La carenza di cibo sulle tavole natalizie di questi fumetti, nonostante il giornalino si rivolga a bambini borghesi, la dice lunga sulla situazione dell’Italia in quegli anni e lo spirito con cui si viveva quella guerra.

Pier Lorenzo De Vita, 1941

Giovanni Manca, 1943

Tra le due guerre acquista importanza una figura delle festività italiane, la Befana. In alcune regioni la vecchietta era, per tradizione, la principale portatrice di doni (come in altre lo era Santa Lucia). 

Antonio Rubino, 1926

Fu dunque nell'ordine delle cose che Benito Mussolini, difendendo l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa, sottolineasse l’aspetto italico della festa, conferendo alla Befana importanza nazionale. Nel 1929, il suo segretario Augusto Turati istituisce la Befana Fascista: in uffici e fabbriche si elargiscono doni ai figli di impiegati e operai… Di uno strascico di questa Befana poco magica ne ho un ricordo anch’io, per tutti gli anni Sessanta e oltre. Lavorando mio papà, come cassiere alla Banca Nazionale del Lavoro, c’era ogni anno (credo fino ai 13 o 15 anni compiuti da noi figli degli impiegati) la “Befana della Banca”: un pranzo lungo e noioso a cui partecipavano tutte le famiglie e alla cui fine si ricevevano doni piuttosto impegnativi… L’ultimo per me fu una piccola cinepresa.

Bruno Angoletta. 1936

Tornando ai primi anni Trenta, dopo l’istituzione della Befana Fascista, la classica vecchina con gerla o sacco, il fascismo reputa che occorra dare spazio a un fascismo giovane. Così, mandati in pensione Befana e Babbo Natale, saranno una giovane italiana e un giovane fascista a distribuire  doni. I bimbi ringraziano a braccio teso. Ma la propaganda durerà poco: la guerra farà giustizia e la Befana, appena stabilita la pace, ritornerà nelle sue classiche vesti.

Bruno Angoletta, 1936

Carlo Bisi, 1950

Negli anni Cinquanta si guarda con ottimismo al futuro e alle stelle. Per il giovane astronauta può essere complicato ritornare a Natale dai vecchi genitori. C’è voglia di ricostruzione, ma anche di sentirsi moderni, tecnologici, guardando a nuovi orizzonti.

Grazia Nidasio, 1960

Scomparso il punitivo carbone (che però serviva a riscaldare i più poveri), i giocattoli sostituiscono i doni 'utili', moltiplicandosi a dismisura nei grandi magazzini in cui ora si vanno ad acquistare. Il mondo cambia e lo si riscontra anche nell’ironia già demenziale di alcune storielle e vignette.

Leo Cimpellin, 1963

Ho sempre pensato che leggere il passato attraverso le storie scritte e raccontate, sia il modo più efficace di comprenderlo. Come lettrice mi capita spesso di riscontrarlo, passando per esempio da Nathaniel Hawthorne che racconta la vita col figlioletto Julian a Tre topolini ciechi di Agatha Christie.

Un romanzo, una storia sono come macchine del tempo: aprono una breccia nell'inaccessibilità del passato, presentando in presa diretta epoche tramontate. Si tratta di un’esperienza forte, ancor più se la pagina è illustrata (l’immagine si declina sempre al presente), come nei fumetti di grandi autori quali Sto, Rubino, Mussino, Bisio, Nidasio...

Alfredo Castelli e Daniele Fagarazzi, 1973

Concludo con una piccola striscia pubblicitaria che ci fa capire altre differenze tra ieri e oggi... Ecco la soluzione per la bambina troppo timida che deve recitare la poesia di Natale, che per me rimanda sempre al ricordo della novellina di Guareschi. È Natale è Natale è la festa dei bambini

Pubblicità in originale su colonnino (qui rimontata) del 1947