Pedagogia e Teatro: Infanzie dietro lo specchio

[di Chicca Cosentino*]

Da molti anni ho la fortuna di frequentare i bambini e il privilegio di poter osservare i loro giochi. Il gioco dei bambini dice molto dell’infanzia e del mondo adulto che li circonda. Nel lavoro con loro provo a separare il bambino reale dal bambino immaginato. Il gioco è sempre stato il linguaggio che più mi ha consentito di stare in ascolto e di spogliare la mia idea di infanzia da proiezioni e aspettative.

Illustrazione di Giulia Orecchia da Canti dell’inizio Canti della fine, Silvia Vecchini, Bruno Tognolini, Topipittori 2024.

A un’idea d’infanzia sovraesposta, adultizzata, capitalizzata, resiste l’infanzia sempre più breve dei bambini che ancora non sanno di essere bambini. L’infanzia chiede spazio e parola anche attraverso il disagio per un mondo sempre meno ospitale e accogliente. Chiede giocando scompostamente, arrampicandosi ancora e ancora sugli alberi insieme a Cosimo Piovasco di Rondò, sentendo l’urgenza rinnovata di quell’opposizione.

I bambini trovano spazio nascondendosi dietro la tenda o sotto il tavolo per fantasticare e inventare storie, nascondendosi dietro lo specchio che riflette un’immagine a cui non riescono ad aderire. Attraverso il gioco libero i bambini inventano il mondo incontrando fatica e godimento, sanno ancora coltivare quella relazione col piacere che il mondo adulto occulta e rimuove.

Illustrazione di Katrin Stangl da Si può svuotare una pozzanghera, Topipittori 2018.

Il gioco è capace di svelare quelle asperità che la società omette costruendo per i bambini una realtà levigata, patinata e instagrammabile. Una realtà piena di filtri e che ha perso l’olfatto. La potenza immaginifica del gioco è tutt’ora capace di rompere lo specchio delle vanità? Il popolo dei bambini, l’infanzia che resiste inconsapevole, non può che nascondersi dietro lo specchio per giocare e per romperlo. Quest’azione rivelatoria è ciò che avvicina il gioco dei bambini ad alcune pratiche artistiche. Grazie all’ars combinatoria, infatti, la forza rivoluzionaria della cultura infantile si nutre della capacità visionaria e di uno sguardo divergente, divertente e divertito.

Quest’idea di gioco si avvicina alla mia idea di teatro. Di un certo modo di vivere, di intendere e di abitare il teatro. In questo senso: una piazza, un giardino, un bosco o una stanza vuota possono essere il teatro di giochi infiniti e il gioco il teatro dell’immaginario. Il gioco simbolico, i travestimenti, l’interpretazione di ruoli, la costruzione di storie e l’invenzione fantastica sono al contempo elementi costitutivi della cultura infantile e del teatro.

Illustrazione di Giulia Orecchia da Canti dell’inizio Canti della fine, Silvia Vecchini, Bruno Tognolini, Topipittori 2024.

Il teatro, nella sua dimensione laboratoriale, diventa un’officina ludica in cui si fabbricano dispositivi narrativi, si procede all’esecuzione di montaggi scenici a più voci, si lubrificano ingranaggi relazionali e ancora si effettuano manutenzioni e revisioni di immaginari collettivi.

I bambini, giocando in gruppo o da soli, mettono in scena il loro mondo e i loro vissuti, rappresentano storie possibili e impossibili, disegnano, con i loro corpi, movimenti interni che si traducono in acrobazie circensi o movimenti impercettibili; attraverso i corpi in movimento prendono forma idee luminose o sentieri in penombra.  Se in gruppo vengono catturati da una sorta di allucinazione collettiva, vedono gli stessi paesaggi, si muovono insieme in paludi, boschi e deserti, affrontando pericoli, combattendo mostri e fantasmi. Disegnano lo spazio anche con la voce, urlando o bisbigliando paure e desideri. Il corpo e la voce sono la materia principale del gioco e del teatro. Il gioco, come il teatro, consente di mettere in scena la più vera delle finzioni, la più autentica delle verità: l’esserci.

Illustrazione di Katrin Stangl da Si può svuotare una pozzanghera, Topipittori 2018.

Ogni laboratorio teatrale con bambine e bambini è in qualche modo un’inchiesta.  Attraverso il teatro possiamo chiedere e stare in ascolto, costruire spazi di narrazione per tenere insieme generazioni diverse, collegamenti tra passato e presente, per fare memoria della nostra infanzia e della loro, osservare un mondo, per noi adulti, ormai lontano, perso irrimediabilmente. Il teatro è il modo che ho trovato per cercare di mettere in comune le diverse infanzie e cercare punti di contatto, così da poter osservare e capire un pezzo della vita che oggi si veste di un linguaggio che non conosciamo, di abitudini, comportamenti lontanissimi da noi.

La domanda, in teatro, resta ed è sempre la stessa: chi siamo e cosa stiamo cercando? Nel gioco i bambini sperimentano le infinite possibilità di esistere, mettono in scena tutte le parti in commedia per cercare quella che più appartiene loro, per poi cambiare ancora, andare avanti e indietro, crescere provando a tenere in armonia tutte le parti, tutti i pezzi.

Illustrazione di Alicia Baladan da La bambina & l’armatura, Raffaella Pajalich, Topipittori 2021.

Nel laboratorio teatrale succede esattamente questo: con gruppi di bambine e bambini, la domanda diventa di tutti, ce la passiamo di mano in mano andando a guardare fin dove possiamo, ascoltando e restando stupefatti della forza vitale del gioco di ognuno.

In ogni laboratorio assisto sempre al miracolo della rivolta, al gesto vigoroso del buttare giù la maschera, alla ribellione davanti all’immagine che il mondo ci cuce addosso, assisto alla bellezza caleidoscopica dell’immagine riflessa dai vetri in frantumi. Lo specchio si rompe ogni volta.

Illustrazione di Chenxino da La luce, Topipittori 2019.

Per me il senso profondo di abitare quello spazio interstiziale lasciato libero dalla pedagogia e dalle pratiche teatrali è proprio questo. Assistere, grazie al gioco del teatro, all’incanto della vita che si fa spazio nella ricerca della verità di ognuno. Non importa se - finito il laboratorio - ognuno rimetterà la maschera. Sappiamo che ognuno ha fatto esperienza di quel gesto di rottura, sappiamo tutti che la verità è tutta in quella ricerca di senso, in quel gesto baldanzoso, comico, commovente e poetico di rottura. Sappiamo che è proprio nella ricerca che il corpo si mette in movimento insieme alla parola.

Illustrazione di Chenxino da La luce, Topipittori 2019.

Mi lascia perplessa e piena di domande qualunque forma d’arte declinata in terapia. Il teatro, per gli attori e per gli spettatori, è prima di tutto un’esperienza estetica profonda, catartica in alcuni casi, riflessiva. Leggere un libro, giocare o recitare sono, in alcuni casi, azioni terapeutiche e istruttive, possono essere un invito a guardare e sentire con consapevolezza, ma sono e restano esperienze estetiche.

Intraprendere un laboratorio teatrale con bambini e bambine significa fare teatro con grande serietà esattamente come seri sono i loro giochi.

Laboratorio teatrale: Gli oggetti in scena

Gli oggetti, nel gioco, hanno un ruolo fondamentale. Osserviamo continuamente i bambini giocare facendo un uso alternativo degli oggetti. Spesso si trasformano nelle loro mani assolvendo a funzioni inedite. Anche in teatro, gli oggetti, giocano un ruolo peculiare. Gli oggetti possono descrivere un’azione o un personaggio e diventare qualcosa di diverso, in teatro lo statuto degli oggetti può subire delle modifiche.

Un invito al gioco del teatro e a un uso alternativo degli oggetti arriva da due grandi maestri: Italo Calvino e Toti Scialoja. Nel volume Italo Calvino. Il teatro dei ventagli,  curato da Mario Barenghi, (1) edito da Oscar Mondadori assistiamo a un processo altamente ludico.  Nel retro di copertina leggiamo Calvino: “Toti ha scritto una lista di oggetti a coppie, per esempio una grossa biglia e una piuma di struzzo, oppure una specchiera e un bersaglio. Io riflettevo su ognuna delle coppie di oggetti e lasciavo che nella mia immaginazione nascesse una storia teatrale”. La collaborazione era nata per un programma televisivo, una serie di fiabe teatrali da cui trarre, poi, un libro. Il programma non fu mai realizzato, le fiabe sono raccolte nel volume Romanzi e racconti (2). Un libro prezioso che tiene traccia di un gioco creativo a due. I bozzetti di Toti Scialoja e le storie teatrali di Italo Calvino sono un invito a giocare con i loro oggetti e le loro parole, ma anche a inventare nuove coppie di oggetti e nuove storie.

Dal confronto tra la sceneggiatura inviata alla RAI e il racconto è nata l’idea di un laboratorio di teatro che prendesse le mosse da Lo specchio e il bersaglio e più in generale dal ruolo degli oggetti per l’invenzione di storie e la definizione di personaggi. L’abitudine a raccogliere oggetti è un’attitudine tipica dei bambini che, come la gazza ladra, vengono attratti da quello che luccica e, in più, sono capaci di rendere luccicante anche ciò che non brilla, ma genera idee e parole splendenti. La raccolta impone una scelta e invita a un tipo di osservazione che ha qualcosa di visionario: si osserva, di quell’oggetto, un potenziale narrativo e simbolico che va molto oltre la funzione per la quale è stata progettata.

Tenendo insieme Italo Calvino e Toti Scialoja, da Radici Museo della Natura di Palermo, ho iniziato un gioco teatrale con dieci bambini e bambine dai 6 ai 10 anni. Oggetti desueti o di uso quotidiano portati dai bambini e alcuni elementi naturali sono diventati il materiale per una esposizione temporanea. Durante la catalogazione mettevano insieme gli oggetti o li separavano secondo un ordine di senso che era già ricerca di binomi fantastici per generare non solo storie, ma vere e proprie azioni teatrali.

Tenendo in una mano una caffettiera napoletana e nell’altra una conchiglia di grandi dimensioni, o con in testa una cuffia per la doccia e ai piedi le pinne da sub, i bambini e le bambine hanno generato storie sorprendenti, hanno definito e dettagliato profili psicologici di personaggi immaginari, hanno dato loro nomi esilaranti. Dai giochi di improvvisazione e drammatizzazione si è generato l’incontro tra i personaggi e i loro oggetti.  Dal loro incontro è nata una storia corale fatta di corpi umani e non umani; la storia degli oggetti e dei personaggi che avevano originato il cui titolo è: La memoria degli oggetti.

Durante il laboratorio i bambini e le bambine, dopo aver scelto la coppia di oggetti, ne immaginavano la storia e il ciclo di vita, ne interpretavano i movimenti e le fattezze con i loro corpi. Nei giochi di movimento cercavano assonanze e dissonanze tra gli oggetti più diversi. Sassi, conchiglie, cappelli, galosce, lenti d’ingrandimento, specchi, corde, hanno preso vita e hanno iniziato a legarsi e armonizzarsi, a discutere animatamente. Le memorie degli oggetti sono diventate le storie dei personaggi che li indossavano o che li tenevano accanto e li guardavano, intervistandoli. Il monologo del serpente interpretato dal bambino/corda è stata la cosa più divertente alla quale io abbia mai assistito.

Nella seconda fase del laboratorio ci siamo concentrati su Fulgenzio, il personaggio principale de Lo specchio e il bersaglio.

Fulgenzio si guarda sempre allo specchio, si perde nello specchio e nelle sue smorfie. Cerca il mondo dentro quello specchio, cerca se stesso in quel mondo, cerca la sua faccia nelle smorfie. Lo rimproverano la madre, il padre, i fratelli e i cugini. Gli dicono che deve sapere cosa vuole, avere un obiettivo, deve raggiungere il centro del bersaglio, tenere in mente il centro, sempre. Lo invitano a guardare le cose del mondo, ma a lui non interessano le cose, ma il loro rovescio. È il rovescio di ogni cosa che lo incuriosisce. Fulgenzio non fa centro, prova a essere bersaglio e prova a essere freccia, me le sue frecce non raggiungono il bersaglio. Non riesce a essere come gli altri lo vogliono. Seguendo le sue frecce arriva dietro il bersaglio, al rovescio del bersaglio.

Ogni bambino ha giocato a essere Fulgenzio e il suo rovescio, dieci Fulgenzi rovesciati per stare dietro lo specchio per cercarne “il rovescio del rovescio del rovescio.”

La compagnia non si è mai esibita davanti al pubblico. La scelta è stata discussa durante una lunga assemblea. Il percorso fatto, era la cosa più importate per loro. Sono rimasti dietro lo specchio e dietro il bersaglio.

 
Note bibliografiche
1. Italo Calvino, Il teatro dei ventagli, a cura di Mario Barenghi, Mondadori, 2023.
2. Italo Calvino, Romanzi e racconti, Meridiani voll. III, a cura di Mario Barenghi, Mondadori, 2005.

 

*Educatrice, ludotecaria, esperta di gioco e narrazione, Chicca Cosentino si occupa di teatro e letteratura per ragazzi. È coordinatrice pedagogica per l’Associazione Parco del sole. Cura testi e regia di teatro per le nuove generazioni. È socia fondatrice e responsabile del dipartimento Educazione di Radici – Piccolo museo della natura di Palermo. Conduce il laboratorio di Didattica del gioco nel corso di studio in Scienze della formazione primaria dell’Università LUMSA di Palermo.