È la parola che ci rende uguali

Qualche giorno fa ci è arrivata una recensione di C'era una volta una bambina. Chi l'ha scritta precedentemente ci aveva contattato per avere dall'ufficio stampa i materiali sul libro. Dopo qualche giorno ci ha informato che la recensione, realizzata per un blog sui libri per ragazzi, per ragioni logistiche non sarebbe stata più pubblicata. L'abbiamo letta, e siccome C'era una volta una bambina è un libro complesso ci è parso che la lettura complessa che ne ha fatto Sonia Basilico, le sue riflessioni, gli autori ch eha citato nel corso della sua disamina, aiutino davvero a fare chiarezza in una narrazione che può disorientare. Non si trattatanto di pubblicare una recensione perché positiva, che, sì certo, è gratificante, quanto di dare spazio a una lettura che coglie nel segno, va dritta alla questione sia delle immagini sia del testo, a partire dal modo in cui è stata pensata e strutturata. Per questo abbiamo proposto a Sonia di pubblicare il suo scritto in questo blog. La ringraziamo per la disponibilità.

[di Sonia Basilico]

“C’era una volta”, ci dice il titolo: siamo nella fiaba, il patto di finzione è stabilito, fin dall’inizio. In copertina il lupo, nero, e la bambina, rossa: una promessa di manicheismo morale, il bene e il male. Cappuccetto rosso, dunque, rito di passaggio, crescita: eh, sì, siamo indubbiamente nella fiaba. Apriamo il libro e… ci accorgiamo subito che le cose non prendono la via che ci aspettiamo. Ecco, per prima cosa incontriamo il bosco, due doppie pagine: bellissimo, il bosco di Joanna Concejo; non il bosco buio espaventoso, ma odore di felci e abeti, qui, resina, aria buona, una luce calda che proviene dall’alto, a sinistra. Questo ci raccontano le due doppie pagine iniziali.

Incontriamo a questo punto la bambina, “svelta, attenta, coraggiosa”, sola; una bambina come tante, un po’ animalesca nel tratto, una creatura fatta per la natura, per il bosco; e con la sua comparsa, ci accoglie la scrittura accurata di Giovanna Zoboli, uno stile paratattico, ripetuto, frammentato, che ritroveremo, potente, forte, durantetutto il libro. Un grido, questo testo. Voltiamo pagina, ed ecco… il lupo, una nuova doppia pagina, punto di vista aereo, telecamera dall’alto. In primo piano, di spalle, difficile da individuare alla prima occhiata; il lupo, che è parte del bosco, nel tratto, nello sguardo, rivolto alle case, laggiù.

Ma qual è il mondo che circonda la bambina? La madre è la grande assente in questa storia, la bambina è “invisibile”, sola, nessuno ad ascoltarla, la nonna è una paladina degli stereotipi più biechi, intenta solo ad agitare un futuro catastrofico fondato su antichissimi dettati, fatto di “attenta agli sconosciuti, attenta a te”, e nella sua casa, sopra la sedia del narratore, un chiaro monito: trofei di caccia alla parete. La fine è nota. Molto efficace la prosa poetica di Giovanna Zoboli: come si potrebbero altrimenti rappresentare i mezzi discorsi, le frasi senza coraggio, il detto e non detto, i luoghi comuni con cui gli adulti si compattano ai danni dei ragazzi nell’età della crescita, quando non sono più i piccoli, fiduciosi pargoli adoranti, pronti a seguire qualunque cosa venga loro dall’adulto, quando crescono e cercano il proprio posto nel mondo, quando avrebbero diritto ad essere creduti degni di fiducia,ritenuti capaci di autolimitarsi, di sbagliare e di imparare dagli errori e di capire in autonomia quando e dove sia il pericolo? Questa fraseologia poetica, mai compiuta, fortissima è lì a descrivere la demagogia che circonda la bambina.

Ci dice Pennac a proposito del demagogo: “Il demagogo sostituisce il dogma allo spirito critico, lo slogan al ragionamento, le voci incontrollate ai fatti stabiliti, le cieche convinzioni ai dubbi intelligenti, le credenze ai saperi, il diktat indiscutibile alle istituzioni misurate, e soprattutto, soprattutto, designa il colpevole, presentandosi come un vendicatore provvidenziale”.  Ma la bambina è accolta dalla natura, dal bosco, grande,immenso protagonista di questa storia, che la ascolta, la vede, le parla e, soprattutto, ne è ascoltato. Succede ogni duemila anni che qualcuno si accorga che il bosco ulula, fischia, sì, ma è anche un meraviglioso, delicato, profumato, compagno di vita per noi esseri viventi su questo pianeta, necessario, il bosco, non per essere distrutto a nostro uso e consumo, ma come fonte di essenza, scoperta, di esperienza, soprattutto nell’infanzia. Il bosco si fa lupo, la bambina e il lupo si vedono, si parlano, si legano.  Il lupo proverà ad abitare le stanze dell’uomo, ma ci inciampa, va a sbattere, la casa lo respinge, è chiusa, “una fortezza vuota scavata nel piombo delle faccende”, una casa bidimensionale, senza fianco, né retro, inquadrata con telecamera frontale, lì, fissa, sbagliata. Parladi punto e croce.

Poi, con l’aiuto della bambina, il lupo imparerà il linguaggio degli uomini – è la parola che ci rende uguali, ci ha insegnato Don Milani -,  e le stanze inselvaticheranno. Bellissima è la trasformazione della casa: così come succede alla stanzadi Max, Nel paese dei mostri selvaggi, anche qui, scompaiono pavimenti, pareti, ed entra la natura, e la confidenza, e il legame si rafforza, e le storie si mischiano. Una doppia tavola ed entra in scena il cacciatore. Come? Un volo d’uccelli sopra un bosco a descrizione di uno sparo. Magnifica immagine. Nient’altro.

Ed ecco, prepotente, l’altra grande protagonista inanimata della storia, elemento magico – sì, siamo davvero nella fiaba – : la casa, farneticante, tutta compìta nel detto e non detto, nuove frasi interrotte, mille e mille pregiudizi e stereotipi, e chiusure infinite. Solo i sassi parlano, qui. Sembra di ascoltare Ascanio Celestini in una sua celebre pièce Io sono comelei, sembra di sentire quegli adulti che sputano sentenze a metà, che non hanno il coraggio di affrontare, di ascoltare le ragioni dei ragazzi, che si danno man forte nel perpetrare pregiudizie sentenze inappellabili, che condannano e puniscono i disobbedienti, senza dar loro alcuna udienza.  E così, in un gioco di seduzione reciproca, la nonna e il cacciatore, tenuta indisparte la bambina, mettono di mezzo il lupo in una danza mortale, gli faranno sputare ogni parola imparata, poi, ferito a morte e legato, lo esporranno nel bosco al pubblico ludibrio, immensa vittim asacrificale, monito ed esempio per chiunque intenda non conformarsia ciò che è “giusto”. Punto. E croce.

Manicheismo morale, ricordiamo? Siamo nella fiaba. Il bene trionfa, il male viene sconfitto. Ma è questo il male assoluto? Questo lupo? E la bambina trionfa? La bambina è cresciuta, “lei, l’invisibile”, non ha perso il filo, e in finale, ridotta all’obbedienza, rientrata nella disponibilità della casa, uscirà di scena, lasciandosialle spalle casa e nonna, andando per il bosco e ritessendo il proprio ricordo a punto erba.

A chi parla questa storia? È una fiaba, e come ogni fiaba, non è scritta per bambini né per aduti né è scritta per adulti per poi essere successivamente adattata ai bambini. Invece, come succedeva nei racconti del focolare, è un racconto per tutti. Parla dunque ai bambini? Perché no. Ognuno ne coglierà ciò che serve, riservandosi un livello di comprensione più profondo per il futuro. Agli adulti? Certo. Chi vorrà, saprà ascoltare, guardare questa storia, queste immagini potenti, forse vivrà con un brivido il ricordo della propria adolescenza braccata, o magari più libera e selvaggia di quella che oggi ha deciso di concedere al proprio figlio. Ma soprattutto parla a loro, ai giovani, ai ragazzi in cerca di un luogo, di un ascolto, di una possibilità di far vibrare il proprio presente, le proprie possibilità di incontro, di vivere nella natura, e che invece, sempre più, si trovano soli, alle prese con le case, prigioni dorate, sempre più chiuse, alle prese con i “non devi”.

E allora ricordiamo allora leparole di Shel Silverstein:

Ascolta i NON DEVI, bambino,

ascolta i NON C’E’,

ascolta i NON PUOI,

gli IMPOSSIBILE, i MACCHÈ,

ascolta i NON SOGNARTI,

ma dopo ascoltami un po’:

tutto può succedere bambino,

TUTTO si può.


E poi, se ci rimane un po’ d’amore per questainfanzia braccata, sposiamo la tesi di Mariangela Gualtieri, del suo Sermone ai cuccioli della mia specie, e incitiamola a questo:

Sbranate, cuccioli, le loro mani piene. 

Scassate le loro tane come galere. 

Sputate sui loro piatti, incendiate le 

Stanze gonfie di giocattoli, 

scappate, morsicate, tirate pietre sui 

televisori, scalciate, spaccate questo 

micidiale nostro sogno, l’inesauribile 

bisogno di confort, 

fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci 

per avere fatto di voi 

le nostre miniature 

per avervi disinnescati, resi innocui, 

per non avervi ascoltati, nel vostro 

sommo sapere.  

Voi che eravate le porte 

del regno dei cieli 

e chi non passava da voi non passava 

voi che eravate purissima gioia 

voi che eravate noi bloccati nella 

più grande bellezza 

voi che somigliavate ai cuccioli 

degli altri animali 

voi che capivate lo splendore 

misterioso degli animali 

voi che dormivate un sonno perfetto 

e benedetto voi che vi svegliavate ridendo 

voi che facevate balletti strepitosi. 

Voi, nostre divinità domestiche.  

Nascete ancora, cuccioli. Restate. 

Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate. 

Siate. 


Un’ultima notazione: vidi qualche anno fa una rappresentazione teatrale predisposta dal grande drammaturgo, attore e regista argentino César Brie. Gli alunni di una quinta elementare rappresentavano, in una breve e intensa scena, il loro passaggio dal mondo dell’infanzia al mondo adulto. Tutti i ragazzini, vestiti di nero, in piedi in cerchio, stretti gli uni agli altri, la schiena verso l’interno, braccia verso l’alto, simulavano un albero nel vento, le braccia come rami, agitate in un ritmo frenetico, interrotto, frammentato; i corpi uniti come in un unico tronco si flettevano e raddrizzavano, formando un’onda sincopata nello stormire del vento. Recitavano brevi frasi a descrizione dei loro desideri per il futuro, per la loro vita, per il loro viaggio. Stile paratattico, ogni voce inseguiva la precedente, ogni frase completava, si interrompeva, si sovrapponeva alla precedente. Fu emozionante, liberatorio, commovente. 

Ecco,queste immagini, questo testo, bastano a se stessi, qui c’è già tutto. Ma chissà cosa ne sarebbe in mano a César Brie. Buona lunga vita a questo testo di riferimento. Ci sarà sempre un prima e un dopo a C’era una volta una bambina.