Forma chiama forma

È tempo di ripensare con radicalità agli spazi educativi

[di Franco Lorenzoni]

Le macerie della scuola di Amatrice appena ristrutturata non si possono dimenticare. È urgente che chi governa a livello centrale o periferico si preoccupi dell’incolumità di bambini e ragazzi e che i fondi stanziati siano spesi, ma cerchiamo di non perdere questa occasione per ripensare in modo radicale agli spazi in cui si educa. Se qualcuno in Italia si fosse addormentato 100 anni fa e si risvegliasse ora, troverebbe quasi tutto cambiato tranne gran parte delle aule scolastiche: banchi messi in fila a coppie che guardano verso la cattedra e la lavagna in fondo, a volte sostituita da una LIM spesso non funzionante o non connessa. Statistiche ci dicono che, ancora oggi, più del 70% del tempo scuola è impiegato in lezioni frontali. Certo, per presentare alcuni argomenti possono a volte andare bene, ma generalmente sono il peggior modo di stimolare un apprendimento attivo e consapevole. Dunque l’organizzazione dello spazio va ripensata a fondo perché influenza fortemente le relazioni reciproche e il rapporto con il sapere e l’apprendimento.

Chandra Livia Candiani, animatrice di laboratori nelle classi multietniche di Milano, autrice di poesie e del bel libro Ma dove sono le parole?, sostiene con icastica precisione che forma chiama forma. “La sequenza è questa: entro in classe e facciamo un cerchio di sedie o ancora meglio noi seduti a terra. Una volta, una maestra ha unito i banchi, non solo le sedie, e ha fatto un rettangolo: i bambini hanno scritto in prosa. Le ho chiesto di levare i banchi e anche se le sono sembrata astrusa, alla fine pure lei è rimasta sbalordita da come la forma chiama forma e dalle prose sono uscite delle poesie”.

Potrebbe sembrare eccessiva la consequenzialità meccanica evocata in questa testimonianza ma, insegnando da quasi 40 anni ai bambini, so quanto il parlare in cerchio o da dietro i banchi, seduti a terra o fuori in giardino, cambi a qualsiasi età l’espressione dei pensieri e, soprattutto, la qualità dell’ascolto reciproco, che è il fondamento di ogni pratica educativa sensata.

Bene, se tecnici o architetti entrano dentro una scuola per controllare i soffitti e mettere in sicurezza le pareti, se si progettano lavori di ristrutturazione, approfittiamone tutti per ragionare sulla forma scuola più adatta all’apprendere oggi.

Una dirigente scolastica trasferitasi a Pozzallo, in Sicilia, trovandosi a gestire un vecchio edificio in cui diverse aule erano abbandonate e piene di vecchi banchi rotti, ha convinto gli insegnanti della media a prendersi cura ciascuno di un’aula e ragazze e ragazzi sono stati felici di accorgersi che lo spazio in cui mettersi in gioco con la matematica può essere diverso da quello in cui si incontra la storia o l’arte, come un secolo fa suggeriva per i più piccoli Maria Montessori. Esperienze di rigenerazione vitale degli spazi non mancano, ma stentano a diffondersi.

Mi è capitato di discutere con diversi architetti e ho avuto l’opportunità di partecipare alla progettazione di una scuola con Renzo Piano, anche se probabilmente non si realizzerà.

Nel progettare o ristrutturare le scuole credo sia importante: facilitare in ogni modo una relazione diretta con il mondo vegetale e la terra, quella vera, da toccare e in cui sperimentare piccole coltivazioni; garantire libertà di movimento in autonomia ai ragazzi disabili; differenziare grandemente gli spazi dell’apprendimento, anche in relazione con un uso cauto, articolato e intelligente delle tecnologie; progettare aule flessibili come cellule aperte, adatte per ricerche in piccoli gruppi e in contatto continuo con l’esterno e con altri spazi; pensare luoghi per momenti di ascolto, di concentrazione e produzione musicale o teatrale; rendere praticabili le terrazze, per una relazione continua con il cielo anche in città; garantire la presenza di spazi per lo sport e il movimento; predisporre pareti e luoghi della memoria, in cui chi abita la scuola possa lasciare tracce dei suoi percorsi di ricerca; reinventare biblioteche accoglienti e fruibili, in un tempo in cui bei libri convivranno necessariamente con diversi supporti multimediali.

La composizione multietnica degli studenti, presente ormai ovunque, e le crescenti difficoltà relazionali tra ragazzi ci obbligano a pensare alla scuola come luogo aperto ad altre attività al di là del tempo scolastico, dove sperimentare momenti di costruzione di luoghi comunitari inclusivi, aperti a proposte di altri operatori e associazioni, alle esigenze dei più fragili, delle famiglie e del territorio. Ogni edificio va concretamente ripensato perché possa essere aperto a una relazione viva con il tessuto urbano circostante, trasformandosi in un luogo di costruzione culturale ed artistica intergenerazionale.

Il governo ha reperito fondi per l’edificazione di 51 scuole innovative. Con fatica e ritardi burocratici sono stati individuati siti in ciascuna regione ed è stato promosso un bando di idee, a cui hanno risposto centinaia di studi di architetti. I progetti che arriveranno il 31 ottobre saranno certamente più di mille.

L’idea di rimettere mano alle normative sull’edilizia scolastica, ormai obsolete, facendo tesoro di suggerimenti progettuali innovativi è interessante, ma chi selezionerà i progetti che giungeranno al MIUR? Se fatto seriamente, un lavoro così complesso e impegnativo dovrebbe riunire diverse professionalità e allora perché non è stato previsto alcun fondo? Chi lo farà? Inoltre, per come è stato concepito questo concorso di idee, si potrà creare la paradossale situazione di un progetto che vinca il bando ma poi il Comune, nel realizzare la scuola, potrà rivolgersi ad altri. Infine ha senso giudicare un’idea progettuale senza conoscere il luogo in cui verrà realizzata? Senza la possibilità di confrontare il progetto con le caratteristiche e le esigenze specifiche di quel territorio verificate sul posto? Non sarebbe più interessante ed efficace prevedere 51 piccole commissioni che esaminino ciascuna solo i progetti pensati per un dato sito? Si fa molta retorica attorno alla progettazione partecipata, ma per attuarla davvero ci vuole tempo e c’è un enorme lavoro da fare. Mettere insieme competenze diverse superando pigrizie mentali e diffidenze reciproche non è facile. Architetti, amministratori, cittadini e docenti dovrebbero cedere una parte di sovranità mettendosi in gioco. Da insegnante penso che la scuola abbia un gran bisogno di confrontarsi con altri punti di vista. La necessaria ristrutturazione di oltre un terzo degli edifici scolastici è un’occasione da non perdere per ripensare all’educare oggi, a partire dagli spazi che abitiamo. Ascoltare e coinvolgere davvero ragazzi e insegnanti in un progetto di così vasta portata sarebbe una bella sfida da non perdere.

Ringraziamo Franco Lorenzoni per averci permesso la pubblicazione di questo articolo uscito il 23 ottobre 2016 nel supplemento culturale Il Domenicale di Il Sole 24 ore. La prossima settimana su questo tema uscirà un altro articolo.

Nelle immagini, ambienti di scuole montessoriane in diverse e poche e parti del mondo.

 

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