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Ginnastica per gli occhi

Oggi vi presentiamo un’altra novità autunnale: Dietro a una foto di Massimiliano Tappari, quarto volume della collana ‘I topi immaginari’, libri che, attraverso ricordi, frammenti, immagini, vignette, raccontano come, durante l’infanzia, prenda forma l’immaginario, il modo di vedere le cose e il mondo. A parlarci di Dietro a una foto è Ilaria Tagliaferri, che termina il suo articolo suggerendo alcune proposte per portare il libro fuori dalla pagina, a casa o in classe, e imparare così ad allenare gli occhi e lo sguardo.

[di Ilaria Tagliaferri]

Ci sono fotografi che inseguono il mondo e fotografi che aspettano che il mondo si volti a guardarli. Massimiliano Tappari appartiene alla seconda specie: cammina, si ferma davanti a un muro scrostato, a un tombino, a un nano da giardino, e attende che le cose rivelino la storia che stavano nascondendo.

Dietro a una foto, in libreria da settembre 2026 per Topipittori, raccoglie una serie di queste rivelazioni. Ogni pagina accosta uno scatto a un breve testo, e il testo non spiega l’immagine: la sposta, la ribalta, la fa ridere. Il risultato è un libro di 96 pagine che si legge in un pomeriggio e si riapre per mesi, perché insegna un esercizio che continua anche dopo l’ultima pagina.

Da ragazzino, racconta Tappari nel podcast Topipittori, condotto da Alessandro Mele, si divertiva ad ascoltare un quiz radiofonico in cui bisognava riconoscere canzoni trasmesse a velocità accelerata. Il trucco era registrarle su cassetta, smontare il registratore e rallentare il nastro con un cacciavite. Il premio era una camicia, e presto il suo armadio ne fu pieno, finché il negoziante che sponsorizzava il programma non cominciò a sospettare qualcosa. Oggi quel gesto è diventato un metodo: «Io prendo una foto, la smonto. Non uso il cacciavite, ma cerco di rallentare il tempo e di dilatare lo spazio per scoprire cosa c’è sotto, cosa c’è dentro».

Quello che resta fuori

Il titolo del libro va preso alla lettera. Dietro a ogni fotografia, e accanto, sopra e sotto, c’è tutto ciò che il fotografo ha deciso di escludere. Il linguaggio tecnico lo chiama fuori campo, quasi fosse un terreno sterile. Tappari ci coltiva invece le sue storie migliori.

Un esempio lo ha raccontato lui stesso su questo blog: la foto Clandestino, con un topo infiltrato tra i nani da giardino di un ferramenta. Fuori dall’inquadratura, intanto, il vecchio titolare collaudava una bici elettrica tra le auto parcheggiate, mentre la moglie lo supplicava dagli altoparlanti di scendere. Nell’immagine non c’è nulla di tutto questo. Eppure la scena esclusa dà alla foto il suo senso e la sua comicità. È questo il patto che il libro propone: guardare un’immagine sapendo che è sempre la parte di un tutto più grande, e che quel tutto si può immaginare. Per Tappari lo sguardo non è mai neutro né uguale per tutti: c’è chi nasce con l’orecchio assoluto, ma nessuno ha un occhio assoluto.

Scrivendo il libro, Tappari ha fatto una scoperta che lui stesso chiama sensazionale: «dentro una foto, dietro una foto non c’è niente». Le cose più interessanti e divertenti restano tagliate fuori, oltre i margini dell’inquadratura. Per questo il libro indaga anche il tempo: il prima e il dopo, ciò che la fotografia da sola non riesce a trattenere.

Prima della foto, dietro a una foto

Chi conosce Infanzia di un fotografo (Topipittori, 2021) troverà in questo libro una prosecuzione naturale. Quel volume, che ha inaugurato la collana ‘I topi immaginari’, raccontava da dove nasce uno sguardo: i ricordi, le luci, le ombre e i dettagli che fin dai primi mesi di vita hanno allenato l’occhio di un bambino a diventare quello di un fotografo.

Dietro a una foto mostra quell’occhio al lavoro. Se il primo libro era un’autobiografia per immagini, il secondo è una specie di taccuino di campo. Letti insieme formano un dittico: l’origine dello sguardo e il suo esercizio quotidiano.

I due libri condividono anche la forma. Entrambi procedono per frammenti brevissimi, in cui parola e immagine si passano la palla. Cambia il tono: in Infanzia prevaleva la memoria, qui prevale la sorpresa. Ma il motore è lo stesso, un’attenzione ostinata per ciò che quasi nessuno si ferma a guardare.

Non a caso Dietro a una foto esce nella stessa collana, ‘I topi immaginari’, e ne condivide lo spirito: racconti brevi che costruiscono, un frammento alla volta, l’immaginario di chi li scrive.

  

Un’educazione allo sguardo che passa dalla risata

Dietro a una foto è un libro che prende sul serio la comicità. In un’epoca che produce e consuma miliardi di immagini senza guardarle davvero, Tappari ci chiede di rallentare. Non lo fa con un manuale o con una lezione, ma con una battuta: il cambio di prospettiva arriva come un colpo di scena, e la risata diventa una forma di conoscenza. Il rapporto tra testo e immagine è l’altro punto di forza. Le parole non fanno da didascalia: aprono una seconda inquadratura, quella che la fotografia aveva lasciato fuori. Così il lettore impara che ogni immagine è una scelta, e che chi guarda partecipa al racconto quanto chi scatta.

Tappari descrive questo rapporto con un’immagine sonora. Nel podcast Topipittori paragona il libro a un impianto stereo: da una cassa arrivano le immagini, dall’altra le parole, e solo quando si incontrano nella testa del lettore nasce la stereofonia. «Se lo leggi senza guardare non capisci niente, e se lo guardi senza leggere non riesci ad andare da nessuna parte».

È un libro per ragazzi che iniziano a fotografare con il telefono, e per gli adulti che li accompagnano. Va sfogliato, ripreso, letto ad alta voce un pezzo alla volta. È un libro pieno di ironia, che Tappari chiama «il mio superpotere», perché gli permette di prendere le distanze dal mondo e anche da se stesso. Molti pezzi sono nati come note vocali registrate sul telefono, e le bozze sono state lette ad alta voce per scovare le parole che fanno inciampare e le frasi che perdono il ritmo. Si sente: è una prosa che chiede la voce, e in effetti è un’ottima lettura da proporre ai ragazzi, a voce alta.

Per chi vuole continuare a guardare

Nel podcast Alessandro Mele definisce Dietro a una foto «un ironico e leggerissimo manuale di ginnastica oculare», e in effetti il libro funziona come un invito all’allenamento. Ecco allora qualche suggerimento per i ragazzi, per portarlo fuori dalla pagina, a casa o in classe.

Ginnastica oculare. Tappari nota che a scuola esiste la ginnastica per ogni parte del corpo, ma è raro che gli insegnanti propongano un esercizio per gli occhi. Dedicate dieci minuti all’osservazione di un solo angolo di casa o di strada, cercando ogni volta un dettaglio nuovo.

Raccontare il fuori campo. Scegliete una foto qualsiasi dal vostro telefono e scrivete, in poche righe, cosa succedeva appena fuori dall’inquadratura, prima o dopo lo scatto.

Un safari sotto casa. Fate il giro dell’isolato cercando volti, animali e personaggi nascosti in crepe, tombini, insegne e muri. Fotografateli e date loro un titolo.

Il titolo che ribalta. Mostrate una foto a qualcuno senza dire nulla, poi aggiungete un titolo che ne cambi il senso. Osservate come cambia lo sguardo di chi osserva.

Ad alta voce. Molti testi, racconta Tappari, sono nati proprio come note vocali: leggeteli a voce alta, in classe o in famiglia, prima senza mostrare la foto alla quale si riferiscono e poi guardandola insieme.

La prima immagine. Sulla scia di Infanzia di un fotografo, cercate il ricordo visivo più antico che avete: una luce, un oggetto, un pavimento. Provate a fotografare oggi qualcosa che gli somigli.

Leggerlo in coppia. Affiancate Dietro a una foto a Infanzia di un fotografo, o ai libri realizzati da Tappari con Chiara Carminati come Occhio ladro (Lapis, 2020): sono tutte variazioni dello stesso esercizio.