Gli amici di mamma e papà

[di Alice Orecchio]

Verso la metà degli anni Settanta ero molto amica di una bambina, figlia di amici, che abitava vicino a me. Si chiamava Aglaia e quando l’ho conosciuta aveva tre anni. Era figlia unica e passavamo molto tempo insieme, noi due da sole. [...] Aglaia era seria e riflessiva e parlare con lei delle cose più svariate era un vero piacere. Passavamo molto tempo ai giardinetti sotto casa e giocavamo con i suoi bambolotti tra le radici di un grande albero che cresceva vicino agli scivoli. [...] Passarono tre anni e un giorno trovai nella cassetta della posta una busta speditami da Aglaia [...] «Ti ricordi quando mi avevi detto se mi sarebbe piaciuto abitare sull’albero? Per tutti questi anni ci ho pensato, e tutte le notti sogno d’abitare lassù con te».
Cosa potevo fare per rispondere a una lettera così bella? Scrissi questo libro, e ci misi tutte le nostre fantasie, le nostre chiacchiere, i nostri animali, i nostri giocattoli, i nostri amici e parenti.
 
Così scriveva Bianca Pitzorno, nell’introduzione de La casa sull’albero (Le Stelle, 1984), che parla di due amiche, una adulta e una bambina, che per affinità si scelgono e costruiscono insieme un favoloso rifugio arboreo.
 
Tra tutti gli adulti che si frequentano da bambini ce ne sono alcuni che non sono insegnanti, non sono tate, non sono allenatori, non sono parenti, ma fanno parte di quella variegata compagine di persone con cui i genitori scelgono di circondarsi. Persone che non hanno di fatto nessun ruolo canonizzato nei confronti dei bambini, ma che per prossimità non possono sfuggire a un certo grado di interazione con i figli dei loro amici. Capita talvolta, per ragioni spesso marginali più che per intento programmatico, che questa interazione abbia qualcosa di significativo per entrambe le parti. Tra le frequentazioni di mamma e papà, ci sono persone che finiscono per lasciare un’impressione profonda nel farsi nel mondo di un bambino: modelli, insomma, di una certa possibile adultità.
 
Papà!, Philippe Corentin, Babalibri 2007
 
Fino alla metà del secolo scorso, vigeva una separazione netta tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, ma perfino in Tutti insieme appassionatamente (The sound of music, Robert Wise, 1965), ambientato negli anni Quaranta, ai piccoli di casa è concesso respirare l’atmosfera del grande ballo dato in onore della baronessa Schraeder - prima di congedarsi con apposita coreografia di inchini e riverenze - oppure allestire uno spettacolo di marionette - degno del teatro di Salisburgo - per il sollazzo degli augusti ospiti del padre. Era un’epoca in cui si chiedeva ai bambini di fare buona impressione sugli adulti, mentre oggi ci sentiamo quasi in dovere noi di fare colpo sui bambini, con salamelecchi vari, il più delle volte ignari - o dimentichi - che costoro sono in verità giudici severissimi, qualora non ravvisino un autentico interesse nei loro confronti.
 
Una mamma è come una casa, Aurore Petit, Topipittori 2020
 
Ho visto ricambiare con una devozione infantile paragonabile allo stalking il racconto di tale Morang (all’anagrafe Morgan) a proposito della sua tartaruga precipitata dal quarto piano e sopravvissuta, proprio quello stesso bambino che aveva liquidato con un “Sei bruttissimo, Gaetano!” l’amichevole saluto di un ragazzo di gradevoli fattezze, reo di occupare il territorio di un treenne con la luna storta. Questo ai tempi della baronessa Schraeder non sarebbe successo, e gli adulti in questione non sarebbero stati importunati né in un modo né nell’altro. Tuttalpiù il povero Gaetano si sarebbe trovato una rana in tasca.
 
Nel dare voce all’enfant terrible protagonista del suo Una bambina da non frequentare (L’orma editore, 2018), ambientato nella Colonia del primo dopoguerra, Irmgard Keun scrive:
 
I miei genitori si schierano sempre dalla parte delle maestre, allora dopo la scuola sono andata subito dal signor Kleinerz, il vicino, e gli ho raccontato tutto.
Il signor Kleinerz è già vecchiotto, ha almeno quarant’anni, e per questo non può più avere figli.
Posso andare nel suo giardino quando mi va, visto che ogni tanto ci sono degli uccellini che piombano giù dal nido.
 
Una presenza, quella del signor Kleinerz - amico di famiglia - tanto discreta quanto cruciale. Soprattutto un’investitura d’elezione, non imposta. A lui sono rivolte le confidenze, è da lui che vengono i consigli più oculati, ad esempio “ogni persona deve cercare di essere buona, ma non deve permettere a nessuno di farla fessa”.
Non tutti gli adulti del libro godono della stessa fiducia, e non è un caso:
 
Non mi va giù che questa signora Mitterdank diventi amica della mamma: si vede che non le vuole mica bene e che non vuole bene a nessuno. È secca secca, con i capelli da volpe e un viso smunto, un naso più pericoloso di un corno e labbra fini e tinte.
 
Un giorno nella vita di Dorotea Sgrunf, Tatjana Hauptmann, LupoGuido 2018
 
Bisognerebbe riconoscere che, per quanto piccoli, i bambini sono persone, e in quanto tali hanno precise affinità e predilezioni nei confronti delle altre persone, così come di certo noi ne abbiamo nei loro.
C’era un bambino - che ormai è un ragazzo - nato in Italia ma cresciuto in Inghilterra, che aveva lo stesso sguardo della tigre all’ora del tè di Judith Kerr. Si indovinava dietro quel fare gattesco tutto un mondo interiore improntato alla grandeur, orchestrato in regie faraoniche, e capitava talvolta che ti fornisse un indizio su cosa gli passava per la testa, come quella volta che indicò uno yacht con un bellissimo doppio ponte sospirando: “Ti immagini che bei pranzetti lassù?”. Dario era ai miei occhi un bambino irresistibile, e ho adorato tutto il tempo che abbiamo passato insieme, forse anche perché non mi sono mai sentita in dovere di insegnargli alcunché, o anche solo di intrattenerlo. Nessuna frase di circostanza, nessuna smanceria.
 
Ricordo molto precisamente quanto da bambina detestassi quando mi dicevano “Come sei grande, e dire che ti ricordavo alta così!”. Giuravo a me stessa che mai avrei inflitto un simile supplizio a un ragazzino, una volta passata dall’altra parte della barricata.
Ah, ma chi è in grado di mantenere simili promesse? Questa precisa formula di rito è diventata la mia irrinunciabile frase rompighiaccio con tutti quei figli di amici che non vedo da un po’. Compreso Dario, troppo ben educato per rispondermi con l’unica risposta che mi meriterei, ovvero un fragoroso “Estica…?”.
 
Ricordo un amico di mio padre, padre a sua volta delle mie amiche: uomo dal fare grave, medico, segaligno e baffuto. Molto taciturno. Negli anni, ho scoperto trattarsi di una persona coltissima, molto ironica e molto mite, dai mille interessi, solo non incline a riempire per forza i silenzi. Quand’ero bambina non riuscivo a capire come si potessero pronunciare così poche parole al giorno, e da questa cosa ero egualmente intimorita e affascinata. Non somigliava a mio padre, eppure erano tanto amici, e soprattutto a casa sua c’era una tarantola vera imbalsamata appesa al muro - souvenir di qualche viaggio - e dei coltelli a serramanico di finissima manifattura sarda. Questi si potevano su richiesta soppesare, e si veniva edotti sulle differenze tra resolza pattadesa - con manico in corno di muflone - o arboresa - in corno di montone. Quindi non era la conversazione a essere bandita, bensì lo small talk.
 
Accade poi talvolta che siano i più piccoli a farci una concessione, a farci intravedere qualcosa di enormemente prezioso con cui non abbiamo dimestichezza.
Mi torna in mente un pranzo di qualche anno fa, con più adulti che bambini, e un reportage realizzato da un fotografo di quattro anni ai danni - o a beneficio - di noi grandi.
 
   
 
   
 
Wow, siamo giganteschi: i nostri faccioni riempiono il campo visivo e da questa lusinghiera angolazione si sprecano i doppi menti, i peli nel naso, le zampe di gallina.
Ma quando riguardo queste foto mi stupisce sempre il grado di spontaneità, di disarmata dolcezza che sono riuscite a cogliere. Forse c’entra il fatto che l’apparecchiatura tecnica consisteva in un arnese minuscolo di gomma verde a forma di dinosauro. Chi riuscirebbe a mettersi in posa davanti a un affare così ridicolo?
Ci sono momenti - brevi idilli per lo più - in cui gli adulti si divertono davvero insieme ai piccoli della compagnia.
 
Nelle sue “memorie retribuite” Mutandine di chiffon (Mondadori, 2011), memoir spassosissimo con ritratti indimenticabili di amici e colleghi, Carlo Fruttero così ci restituisce Pietro Citati, insigne critico letterario, ma anche vicino di casa in Maremma:
 
È possibile diventare e restare amici di un personaggio così rostrato? Sì, per una ragione ai miei occhi decisiva: Citati è uno dei rarissimi uomini che sanno parlare ai bambini. Un dono divino, se vogliamo, come san Francesco che sapeva parlare agli animali. [...] Come parlano questi piccoli alieni? Be’, più o meno come noi, apparentemente. Ma ricordano d’istinto la lingua delle mummie, per esempio. Sepolti (meno il volto) in tre tumuli sabbiosi, l’egittologo Citati si china su di loro e gli rivolge cavernose parole. Le mummie rispondono, altrettanto cavernose. Dopo una lunga criptica conversazione l’egittologo si trasforma in promotore di Formula 1, afferra per i piedi una ex mummia e le fa tracciare col fondoschiena un circuito da brividi, tutto curve e controcurve, un solo rettilineo, e piazza sulla linea di partenza le grosse biglie cangianti da lui stesso messe a punto in una sua officina. Ed eccolo giudice di gara, a dirimere delicatissime questioni di fair play, a chiudere un occhio con chi bara (tutti), a rimettere in pista chi ne sembrava uscito definitivamente per la terza volta, a decidere chi abbia in realtà vinto (tutti). «Ma questa è di inestimabile valore?» gli chiede un bambino mostrandogli una conchiglietta poco più rosa del suo palmo aperto. «Senza dubbio» risponde ammirato il massimo diamantologo di Anversa dopo averla scrutata a lungo col suo occhialino fatto con due dita. «È proprio di inestimabile valore».
 
Così, con queste pennellate affettuose Fruttero rende onore a quella innata - e rara - scanzonatura che però all’occorrenza sa darsi anche un contegno, diventa autorevole, e che i bambini riconoscono istintivamente.
 
Un’estate, nel sottotetto di casa sua, Citati trovò la muta di un lungo serpente, un frustone: involucro trasparente, leggerissimo, crepitante. Ma allora il rettile abitava lassù, nascosto in un suo buco, e forse chiamandolo... I bambini salirono col cuore in gola, lo stregone Citati aprì una porticina cigolante. «Su, provate a chiamarlo!». Il meno timoroso infilò mezza testa in quella penombra infida e balbettò a mezza voce: «Frustone». «Grida più forte» lo incoraggiava Citati. E l’altro: «Frustone! Frustone!», pronto a
precipitarsi lontano da quella soffitta amazzonica. Ma per pigrizia o timidezza il rettile non si mostrò.
 
Alla vedova Calvino, la cui villa con piscina viene invasa dai figli dell’autore, che si portano appresso una banda di amici, sono dedicate altre pagine deliziose:
 
È l’ora della merenda (o scorpacciata, come nelle fiabe di Italo), una cerimonia non troppo dissimile dalla distribuzione del cibo agli animali dello zoo. Crostate, torte, creme, cioccolato, formaggi (specialissimi) al forno, e tutte le bevande con o senza bollicine reperibili in un supermercato. Chichita fa le parti senza sbagliare di un grammo in più o in meno, ben sapendo quanto siano sensibili i bambini all’equità delle briciole; e io mi chiedo come la vedano, quegli allegri lupi che sembrano a digiuno da una settimana. Una mamma? No. Una nonna, allora? Nemmeno. Una sorella maggiore, una zia? Chichita non “scende” al loro livello, né li tratta come piccoli adulti. Ha quel dono, ben più raro del suo cotto e dei suoi braccialetti vittoriani, di parlare d’istinto la loro lingua, sopprimendo ogni interferenza, ogni distanza. Diventa una di loro in tutto e per tutto, e loro tranquillamente se l’annettono come si annettono i pini, il mare, la marmellata, la notte. Chichita è una di quelle cose che non si discutono, ci sono e basta.
 
In La mia famiglia e altri animali (Adelphi, 1990), Gerald Durrell ripercorre la sua infanzia idillica in un’isola greca, unico bambino in un entourage tutto di adulti, dal sanguigno tuttofare - e angelo custode della famiglia - Spyros all’eruditissimo Theodore, amico di famiglia che inizierà il futuro naturalista all’osservazione della fauna locale.
Il fratello di Gerald, lo scrittore e poeta Lawrence Durrell, definì il libro “la migliore argomentazione che conosco per tenere dei tredicenni in collegio e non permettere loro di bighellonare per casa ad ascoltare le conversazioni di gente più anziana”.
È una lettura illuminante, soprattutto per chi si chiede come ci vedono i bambini che abbiamo vicino, specie quando non prestiamo loro attenzione, e siamo immersi nelle nostre faccende.
Per quanto mi riguarda, ho avuto il piacere di sentirmi dire: “Questa sei tu con le tue amiche quando fate un aperitivo!”. Eccoci qui insomma: raffinate viveuse.
 
Le più belle fiabe, Richard Scarry, Mondadori 2007
 
In effetti, agli occhi dei bambini il modo in cui ci divertiamo deve apparire il più delle volte esecrabile, non fosse altro perché assurdamente statico.
Ci sediamo - ripeto: ci sediamo! - con il desiderio di rimanerci il più possibile, beviamo, mangiamo cose francamente insensate - tipo il pesce, che da adulti paghiamo affinché ci venga preparato e servito crudo o magari con le spine, con contorno di verdure, di cui lodiamo la stagionalità! - e ci sganasciamo per qualche oscuro doppiosenso.
Vi aspettiamo al varco, bambini: verrà il tempo anche per voi in cui nulla vi apparirà più elettrizzante di una bella cena in buona compagnia.
 
Nel frattempo, possiamo forse provare a ricordarci che prima del gozzoviglio varrebbe la pena cimentarci in qualche scorreria, e questo possiamo impararlo solo dai bambini.
In quel caso sono loro che ci aspettano al varco, quando ci vedono brillare gli occhi se in macchina alziamo il volume molto forte e abbassiamo i finestrini, o durante quel ruba bandiera, quella gara di tuffi per cui ci siamo fatti tanto pregare.