La sfida di tradurre la leggerezza (perduta)

Spesso ci capita di osservare nel mondo della traduzione e nelle scuole che si dedicano al suo insegnamento un nuovo interesse verso i libri per bambini e ragazzi. Su questo blog ne abbiamo già parlato (con Marta Rota e Sara Elena Rossetti). Siamo colpiti dall’attenzione che alle nostre pubblicazioni è rivolta, segno di una considerazione nuova e importante verso la lingua dei libri illustrati di cui si percepisce e si valuta la qualità letteraria, e che ha come conseguenza quella di mettere in guardia dal rischio di trascurarne aspetti importanti in sede di traduzione. Un’attenzione che illumina una nuova sensibilità verso il lavoro che sta dietro sia a un libro illustrato sia al lavoro di traduttore, al punto da  inserire questa tipologia di libro in un percorso didattico alla pari con opere tradizionalmente considerate letteratura. Questo nuovo contributo nasce dal lavoro di María Soledad Aguilar Domingo, docente di traduzione dall'italiano allo spagnolo, che, all’Università di Bologna, Campus di Forlì, durante il terzo anno della laurea triennale in Mediazione Linguistica Interculturale del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione (DIT), tiene da due anni un laboratorio di traduzione di letteratura per bambini e ragazzi, focalizzato sulla traduzione di albi illustrati. Si tratta della relazione che quattro studentesse hanno svolto dopo il lavoro di traduzione de La leggerezza perduta di Cristina Bellemo, con illustrazioni di Alicia Baladan. Le ringraziamo per averci messo a parte di queste riflessioni.

[di Blanca Campos, Laura Giannoni, Angela Luchak, Francesca Martini]

La leggerezza perduta è un libro di 32 pagine, scritto da Cristina Bellemo e illustrato da Alicia Baladan, che racconta la grande sfida che Re Celeste Centoventitré e i suoi sudditi si trovano a dover affrontare: il castello nel quale vivono si sta riempiendo di cose inutili che lo appesantiscono tanto da rischiare di farlo sprofondare e cadere dalla nuvola su cui è appoggiato. Ma un giorno il Re ha un’intuizione e decide di ordinare ai suoi sudditi di liberarsi dagli oggetti pesanti e superflui per ritrovare la leggerezza che ha permesso al regno di vivere in quel castello per migliaia di anni. Il popolo si ritrova, perciò, a dover fare i conti con ciò che è davvero importante e ciò che, invece, non lo è.

Il libro è stato pubblicato nel 2013 da Topipittori, una casa editrice che, come riporta la sua pagina web, concepisce i libri «[…] come strumento di conoscenza, gioco, educazione intellettuale, emotiva ed estetica». Infatti, come ci è risultato da subito evidente, lo scopo principale dell'editore è quello di educare, portando il lettore ad apprendere una morale e, possibilmente, a trarne una lezione di vita. Molto chiaro è il messaggio de La leggerezza perduta: imparare a discernere ciò che è superfluo da ciò che non lo è e, di conseguenza, imparare a fare a meno di molti oggetti materiali, che crediamo necessari e imprescindibili, ma che, in realtà, costituiscono solo un peso.

Entrando nel vivo della questione, è stato per noi fondamentale definire il tipo di lettore di un libro come questo, partendo, come prima cosa, dall’età. Sul sito, l’editore indica il libro come adatto ai bambini dai 5 anni in su, affermando che si tratta di «una storia per scoprire il significato di concetti indispensabili, come “crescita sostenibile”, “crisi economica”, “utile e superfluo”». Questa informazione è stata per noi motivo di discussione: ci siamo chieste se dei concetti come “crescita sostenibile” e “crisi economica” fossero veramente comprensibili per dei bambini così piccoli. Vista l’età, infatti, abbiamo pensato che un bambino potesse risalire ai concetti di “utile” e “superfluo” grazie alla sua esperienza con i giocattoli (sappiamo infatti quanto sia facile, per un bambino, accumulare giocattoli negli anni per poi stancarsi, non utilizzarli più e passare ad altro), ma che non potesse fare altrettanto con le nozioni di “crisi economica” e “crescita sostenibile”, molto più lontane e difficili da capire. Ci è sembrato un obiettivo un po’ troppo ambizioso se rivolto a bambini di 5 anni e abbiamo, infatti, pensato che sarebbe più adeguato alzare la fascia di età, indicando il libro come adatto dagli 8 anni in su, età in cui è possibile approcciarvisi anche autonomamente. A questo proposito, bisogna però sottolineare un’altra caratteristica distintiva di questa casa editrice: le storie contenute nei libri pubblicati vengono per la maggior parte concepite come favole da leggere a voce alta, in cui è l’adulto a guidare il bambino, passo dopo passo, nei vari passaggi della storia – e a chiarire tutti i suoi eventuali dubbi. Questo aspetto è evidente anche dal lessico e dalle strutture utilizzate in questo libro.

Caratteristiche principali

Attraverso un’analisi approfondita del testo, che ha portato a importanti momenti di discussione sia prima sia durante la traduzione, abbiamo potuto notarne le caratteristiche principali; una su tutte, il frequente uso di elementi del parlato. Rifacendoci anche alla questione dell’età dei giovani lettori indicata dall’editore, potremmo affermare che il testo sembra essere, in tutto e per tutto, la trascrizione di una favola narrata a voce. Questa prima caratteristica ci è saltata all’occhio fin dalle prime pagine e si esprime attraverso l’uso estensivo di interiezioni e riempitivi, nonché di connettori discorsivi (quali «boh», «beh», «beninteso», «e allora») e di elementi tipici anche dell’italiano regionale («mica» «starci» «pure»), spesso difficili da rendere e rispettare.

Un altro punto che ci ha fatto pensare si trattasse di una storia raccontata a voce è stato l’uso continuo di richiami di attenzione, che si esprimono attraverso parti del discorso riassuntive e riepilogative (quali «come si vede», «tanto, l’abbiamo visto») e veri e propri elementi che attirano l’attenzione e la curiosità dell’ascoltatore («com’è ovvio», «Superfluo. Ma cosa voleva dire?»). A ciò si affianca anche una chiara funzione didattica del testo, che viene assicurata grazie, appunto, all’attenzione del bambino. Questa funzione si compie tramite l’impiego di vere e proprie spiegazioni e l’introduzione di lessico più tecnico; a prescindere dal metodo adottato, comunque, l’autore affianca sempre all’elemento nuovo un elemento comune, che il bambino può ricondurre alle proprie conoscenze enciclopediche (e grazie al quale i nuovi concetti risultano più facilmente assimilabili). Ciò si vede chiaramente nella descrizione delle componenti del castello a pagina 2, nella quale si elencano sia elementi più comuni («mattoni», «torri») che meno conosciuti («merletti», «garitte»). Troviamo un altro esempio a pagina 8, dove si spiega il significato della parola “superfluo” attraverso definizioni enciclopediche, che vengono però seguite dall’aggettivo “inutile”, più immediato per i giovani lettori.

 

Si apprezzano anche diversi cambi di registro, una caratteristica che rimanda alla funzione educativa e, in altri casi, alla dualità del linguaggio, parlato e scritto. Come abbiamo già visto, infatti, si notano sia elementi tipici dell’oralità che componenti di un registro più alto («riscuotersi dalla distrazione», «impeto di eroismo», «scampolo»), che spesso si affiancano o si sostituiscono, in un linguaggio che vuole essere didattico; il castello, infatti, prima è “appoggiato” o “sta” su una nuvola, per poi “adagiarsi” su di essa.

Altra caratteristica molto importante del libro è la musicalità, che si ottiene attraverso la predilezione per un ritmo fluido e armonioso e l’uso di allitterazioni; troviamo esempi di ciò sia nella descrizione del castello a pagina 2, che nell’elenco di alcuni oggetti superflui che vengono gettati dal castello a pagina 11. Anche questi elementi hanno il potere di attirare l’attenzione dei piccoli ascoltatori, che sono così più propensi a seguire lo svolgimento della storia.

Infine, la fraseologia ha giocato un ruolo centrale, sia nella nostra traduzione che nella creazione di una connessione al mondo conosciuto del bambino. Infatti, trattandosi di elementi del linguaggio informale (e, spesso, parlato), risultano immediati e, com’è naturale, facilmente comprensibili per i lettori italiani, che condividono giochi di parole e modi di dire comuni anche ai più piccoli. Troviamo così parti ironiche, in particolar modo nella descrizione degli oggetti inutili («frullatore per montarsi la testa», «martello per piantare grane»), dove si associa un’immagine assurda con un elemento conosciuto, e in varie altre parti del testo, dove troviamo, ad esempio, «capirsi al volo», «tagliare corto» o locuzioni inerenti al verbo “fare”: «ebbero il loro bel da fare», «sul da farsi» e «fare a meno».

 

Problemi di traduzione

I problemi di traduzione che abbiamo riscontrato, quindi, sono stati per lo più linguistici, dovuti sia alle caratteristiche sopracitate, sia, più banalmente, alle differenze tra lo spagnolo e l'italiano. Ciò ha fatto sì che adottassimo diverse tecniche di traduzione, dalla riformulazione all’adattamento, dalla sostituzione all’equivalenza. Queste strategie sono sempre state applicate tenendo a mente quelle scelte stilistiche dell’autore che vivacizzano il testo e stemperano la serietà del racconto (in linea col messaggio di fondo di comprendere la leggerezza per disfarsi del superfluo).

La riformulazione è stata indispensabile per i verbi “alleggerirsi” ed “appesantirsi”, ad esempio, che possono essere tradotti in spagnolo solo attraverso dei giri di parole. Anche alcuni aggettivi participiali che descrivevano il castello, come “adagiato”, risultavano poco naturali se resi letteralmente, secondo il nostro punto di vista: perciò, il «castello adagiato su una nuvola» di pagina 3 è diventato un «castillo que estaba en las nubes».

Abbiamo riservato particolare attenzione alla traduzione dei connettori del discorso («in realtà», «infatti», «d’altra parte», «del resto», «e allora»...), data la loro importanza nel restituire fluidità alla narrazione e nel comunicare correttamente i contenuti semantici. La difficoltà più degna di nota è l’inizio di pagina 7, con l’avverbio “beninteso”, che non ha un equivalente diretto in spagnolo e che, anche in italiano, non sembrava stabilire un nesso chiaro con la pagina precedente. Dopo esserci confrontate, abbiamo concluso che si dovesse probabilmente interpretare come un "perciò”/“di conseguenza" in questo contesto, per cui l'abbiamo tradotto con «por lo tanto».

Per sciogliere i giochi di parole, abbiamo usato la strategia del brainstorming cercando di capire, caso per caso, quali parti del contenuto originale fossero funzionali alla storia e dovessero essere presenti nella traduzione. Nel testo, infatti, ci siamo imbattute in tipi diversi di giochi di parole, che abbiamo così suddiviso: quelli creati a scopo espressivo e quelli a scopo educativo. Un esempio dei primi è l’intesa tra “merli” e “rondini” a pagina 3, che non apporta un contenuto di significato utile alla storia e non è altro che una simpatica aggiunta. In questo caso, era più importante restituire l’effetto umoristico dell’espressione piuttosto che mantenere gli elementi presenti nella versione italiana; l’illustrazione della pagina accanto raffigurava, tuttavia, delle rondini, per cui siamo state vincolate a includerle. Abbiamo perciò deciso di generalizzare “merli” con "castillo", essendo un castello volante; per il resto, il gioco di parole funzionava anche in spagnolo. I giochi di parole che chiamiamo educativi, invece, richiedevano un approccio diverso e un maggiore sforzo creativo: il loro scopo nel racconto è, infatti, legato al loro contenuto semantico, trattandosi di oggetti di fantasia che simboleggiano abitudini umane reali e segnalate dall’autore come “pesanti”, quindi superflue. In altre parole, l’intero messaggio della storia dipende da quanto i giovanissimi lettori riescano a decifrare il significato nascosto dietro a questi oggetti. Esempi di giochi di parole educativi sono «il frullatore per montarsi la testa», «il martello per piantar grane», «la bombola per gonfiarsi di orgoglio»; dal momento che, in italiano, si rifacevano a espressioni idiomatiche, abbiamo cercato modismos spagnoli contenenti le parole originali, in particolare i verbi. Per il frullatore, una volta trovato il modo di dire “montarse películas”, abbiamo potuto procedere traducendo l’espressione in modo piuttosto fedele all’originale, in quanto l’idea di “farsi film” su qualcosa è molto simile a “montarsi la testa” ed ugualmente efficace (“montarsi la testa”, del resto, non è altro che “farsi film” su se stessi). Un’altra strategia che avevamo preso in considerazione, e che poi ci ha portate alla soluzione per il «martello per piantar grane», è stata quella di cercare sinonimi italiani del modo di dire e, successivamente, cercare equivalenti (ad esempio, per “montarsi la testa” avevamo pensato a “suonarsela e cantarsela da soli”, traducibile con “echarse flores”, ma in questo caso non era facile collegarvi un utensile, perché echar ha un significato troppo ampio). Per il martello, il brainstorming ci ha portate a diverse opzioni:

  • scegliere rompecabezas come oggetto, riferito a un rompicapo che causa problemi irrisolvibili (ed è, perciò, superfluo e nocivo);
  • una escalera para levantar polémicas;
  • trovare un equivalente dell’espressione italiana “sassolino nella scarpa”, dato che il piantagrane crea problemi a partire da piccole cose (“grane”, appunto);
  • usare il verbo plantar, in riferimento a problemi piccoli che, se piantati nel suolo, cresceranno sempre di più (cambiando anche l’utensile, perché in spagnolo si dice che un martello clava, non planta).

Infine, abbiamo trovato il modismo “armar jaleos/líos”, che sembrava restituire pienamente il significato di “piantar grane”. Abbiamo scelto quest’ultimo perché, dal momento che “armar” significa “montare” (dei mobili, ad esempio) è stato nuovamente possibile mantenere anche l’utensile presente nel testo originale, ossia il martello. Per gli altri giochi di parole, la soluzione è stata più immediata, infatti ci siamo limitate a trasferire il contenuto linguistico (accertandoci sempre che l’effetto ottenuto in spagnolo fosse equivalente a quello di partenza).

Come già menzionato, le pagine 2 e 11 presentavano il problema dell’allitterazione. Trattandosi di una caratteristica riconducibile alla funzione espressiva, a pagina 2 abbiamo voluto mantenere il ritmo presente nella descrizione degli elementi strutturali che componevano il castello e non abbiamo, quindi, optato per una traduzione totalmente fedele di «[...] di sassi e mattoni, di torri e bastioni, di merli, merletti e garitte». Abbiamo preferito dare priorità alla musicalità e alla fluidità del testo. Infatti, traducendo con «[...] de piedra y ladrillo, con sus torres y su rastrillo, con sus murallas, almenas y garitas», abbiamo sostituito alcune componenti del castello e cambiato l’ordine di altre, mantenendo però sia il ritmo che la funzione didattica del testo di partenza. È chiaro, infatti, l’accostamento da parte dell’autore di elementi più conosciuti di un castello, di facile comprensione, con elementi appartenenti a un linguaggio più tecnico e a un registro più alto, caratteristica che abbiamo mantenuto nella nostra traduzione.

Nell’elenco di pagina 11 si fondono la funzione espressiva e quella educativa: gli elementi giustapposti non solo si rapportano per allitterazione, ma sono anche portatori di significato funzionali al messaggio del libro. Dove possibile, quindi, non abbiamo alterato le scelte originali dell’autore, ma nel caso di «las rabias y las rabietas» e «las palabradas y las palabrotas» abbiamo deciso nuovamente di non rispettare del tutto il contenuto originale in favore della ritmica e dell’accostamento di suoni. Per ovviare alla perdita di contenuto di “paroloni”, avevamo pensato di usare la parola “vanilocuencia”, dal significato simile (i “paroloni” sono parole altisonanti, quindi superflue, così come i discorsi inutili o “vaniloqui”) e, vista l’allitterazione e la rima con la parola “violenza”, pensavamo di sostituire «las violetas de mentira» con la “vanilocuencia”. Il risultato sarebbe stato: “las rabias y las rabietas, las palabradas y las palabrotas, la vanilocuencia y la violencia”. Tuttavia, la soluzione non convinceva tutte le componenti del gruppo, perciò abbiamo mantenuto l’elemento delle viole finte.

Conclusione

Tradurre questo libro è stato per noi una vera e propria sfida, non essendoci mai cimentate con la letteratura per bambini prima d’ora - e, a maggior ragione, con la traduzione di un intero libro, seppur breve. Le insidie da affrontare sono state numerose e notevoli, ma la nostra forza è stata proprio il lavoro di squadra: sebbene lavorare in gruppo richieda molto tempo e sforzo, crea soluzioni e legami che altrimenti, lavorando singolarmente, sarebbero difficilmente visibili. Abbiamo voluto lavorare insieme lungo tutto il percorso, traducendo e revisionando insieme ogni singola frase, unendo le forze e arricchendoci l’un l’altra con una moltitudine di idee e proposte. Senza dimenticare il divertimento, che solo un lavoro di squadra può creare.