Dentro gli elenchi, fuori dagli elenchi

[di Cristina Bellemo]

La copertina distesa di Il paese degli elenchi, di Cristina Bellemo e Andrea Antinori (Topipittori, 2021).

Di certe storie ti ricordi bene quando sono arrivate. Il formarsi dentro del grumo indistinto, da cui poi germogliano, schiarendosi.

Ricordo precisamente quando è nato il nucleo de Il paese degli elenchi: l’anno, il mese, forse anche i giorni. Era un tempo buio e faticoso, anni fa. Un giorno tornai a casa, mi sedetti alla scrivania e scrissi di getto. Scrivevo di me per me. Scrissi di elenchi, le parole fiottavano. Alcuni frammenti di quelle pagine fitte: «Nel paese degli elenchi è pieno di elenchi. Dappertutto. I fogli svolazzano al vento: ci sono elenchi attaccati alle porte delle case e delle chiese. Elenchi appesi agli alberi, posati sui tavoli delle biblioteche. In mostra ai musei come quadri. Elenchi coi disegni e le fotografie. Che ondeggiano dalle finestre come tende. Elenchi ai banconi dei bar, alle feste di piazza. Sul mare come vele di barche. Ho cercato il mio nome, e non c’era. Cercavo, e cercavo e cercavo. Non mi sono trovata da nessuna parte. Neanche all’ultimo posto. Neanche di riserva, con l’asterisco. Allora ho camminato fino a casa, ho preso un pezzo di carta e una matita. Ho steso un elenco. Mi sono iscritta. Così in quell’elenco io c’ero.»

Certo, sono stata dentro gli elenchi, ma se percorro la mia, di storia, più spesso fuori. Alle medie fuori dai giri delle ragazze che abitavano in centro città (io in un paesino di mille anime), sapevano vestirsi e comportarsi, conoscevano tutti e io maldestra e inadeguata. Quando mi iscrissi al liceo classico la signora presso cui mia mamma faceva allora le pulizie commentò: «Siete matti, come pagherete le ripetizioni?». Poi l’università, il non sentirsi all’altezza, impossibile colmare i buchi originari. Gli scaffali di casa sono stati a lungo vuoti di libri. Quando cominciai a lavorare come giornalista presi atto di quanto conta rientrare in certi elenchi. Poi le prime ricerche di lavoro, e nel mio curriculum la tesi su Le omelie sul digiuno di San Basilio di Cesarea in traduzione dal greco antico… Chissà che risate, i selezionatori. Poi essere mamma: che mamma? Sbagliare annaspare ritornare sui propri passi sbagliare di nuovo. E quando ho cominciato a sfiorare con il pensiero la possibilità che le mie storie diventassero libri. Non potevo crederci. Che storie? Che stile? E le presentazioni, e gli incontri con i lettori. E i bambini. Come si fa, come si sta lì dentro giungendo da un fuori distantissimo? E poi ci sono gli elenchi in cui ti collocano gli altri: certe volte stringenti e immutabili, ci finisci dentro e non ne esci più. E siccome quella volta hai fatto-detto-pensato quella cosa, per qualcuno sei destinata a restare lì, in quella definizione, per sempre.

Questo è un tempo che ha così bisogno di definizioni. Pensiamo che le definizioni ci consentano di essere performativi, rapidi, risolutivi: ogni cosa dentro il suo contenitore, per far più presto, sistemarla al suo posto, che ci faccia meno paura. La rapidità non ha molto in comune con l’ascolto e la concentrazione, che sono lenti. Quante volte, accompagnando le mie storie, mi è capitato di sentir definire un bambino, una bambina, una classe, magari ancor prima che li incontrassi. E non sempre con la cura di chi ha voluto conoscere le persone piccole, piuttosto per mettere le mani avanti. Hanno tempi di attenzione brevissimi. Lei non sa scrivere. Lui non legge. Che divario nell’apprendimento, questi bravi e questi -uno due dieci- no. Non hanno rispetto. Non sono interessati a niente. Non stanno fermi un attimo. Sono così così e così.

Gli adulti hanno bisogno di definizioni, di elenchi in cui collocare. Quanto male si può fare a chiudere uno in un elenco? Imbalsamarlo lì, costringendolo o a differenziarsi per opposizione -con tutta la rabbia, il senso di rivalsa; o a rassegnarsi a corrispondere alla definizione in cui è stato ingabbiato. Sempre dentro il medesimo ritratto, senza che sia concesso progredire. Quanta prudenza dovremmo adoperare quando caliamo un giudizio sulla testa di qualcuno. Ancor più quando lo deponiamo su un bambino, o di fronte a un bambino. Quanto male viceversa si può fare a escludere da un desiderio di appartenenza. Mi piace pensare che le carte possono sempre rimescolarsi. Che ogni singola storia è singolare, scarta da schemi e stereotipi, risponde diversamente nella stessa situazione. Lo sguardo che si posa su una persona, specialmente su un bambino, dovrebbe essere disponibile a farsi sorprendere. Mi interrogano tanto le teorie basate sulla rigidità dei modelli. La realtà di ciascuno è creativa, sbalorditiva. Il reale è complessità e bisogna accettarne l’indecifrabilità, non come scacco, ma come promettente inesauribilità. E quanto spesso l’essere inclusi ha più a che fare con l’essere chiusi dentro - costretti a rispettare canoni e compromessi- che con l’essere accolti. O è il frutto di privilegi e discriminazioni. Certo, l’appartenenza ci sostiene, corrisponde al nostro essere sociali, parte di una comunità. Ma solo se ci rispetta in ciò che siamo: persone in cammino, in costante trasformazione, con le proprie cifre, i talenti multiformi che mutano.

L’originario grumo denso e scuro si è, per me, via via trasformato e alleggerito, forse proprio attraverso la scrittura - che sempre mi aiuta a capire - facendo nascere questa storia col tono lieve, ma preciso, dell’ironia. Mostrandomi che chi sovverte gli schemi, con trasparente naturalezza o con fatica gigantesca, innesca piccole trasformazioni che si riverberano sulla realtà, estendendone i confini.

Fermo Sicurini, l’apparente protagonista della storia, è il minuscolo emblema di un sistema in cui qualcuno, dall’esterno, stabilisce chi sei in base a ciò che vuole e non vuole vedere. Il suo certificare, in quanto certificatore certificato di certificati è, nel paese di Roccaperfetta, l’unica forma di riconoscimento autorizzata a chiamare all’esistenza. Prima di questo suo atto, si è qualcuno che non è, un paradosso di cui facciamo quotidianamente esperienza perché sono/siamo tanti gli invisibili, i silenziosi di cui nessuno si cura perché non sono/siamo negli elenchi giusti. Esistere è essere riconosciuti, guardati, ascoltati, abbracciati. Poi arrivano le bambine e i bambini: per loro gli elenchi sono belli se spaziosi, intercambiabili, spalancati, mutevoli. Si può sentirsi un giorno in un modo, un giorno in un altro, con la libertà di sperimentare, attraversare e abitare per scoprire e capire. Il loro slancio esploratore manda in tilt l’artificiosa architettura su cui fragilmente si basa il ruolo dell’impiegato Sicurini. E le insegnanti Luisa e Luisella, con luminosa indole educativa, anziché invitare i bambini a contenersi, a stare alle regole, riconoscono loro il diritto a non essere imprigionati in una definizione, ma visti nella loro variopinta molteplicità. E li riportano nell’ufficio certificatore per tre giorni consecutivi.

Andrea Antinori ha fatto un lavoro straordinario, ha scelto una chiave geniale che mi fa volere un gran bene a questo libro: tutto esce dagli schemi, sovverte, sorprende, rinnova i significati, nella semplicità altissima di un segno che i bambini sentiranno vicino. E Fermo Sicurini è così delizioso che, alla fine, ci si intenerisce davanti a quest’omino -imprigionato egli stesso nella funzione di ingranaggio- che abita in una casa minuscola come lui, una casa così inconsistente, come tutto suo mondo di scartoffie, che ci si passa attraverso prescindendo dalla sua presenza sulla propria strada.

Straordinario, come sempre, anche il lavoro di Anna Martinucci, che ci ha fatto la sorpresa di includere Andrea e me in appositi elenchi: scrittrice di storie illustrate, illustratore di storie scritte. Chissà se Sicurini approverebbe. E alla fine del libro uno spazio apposito per gli appassionati estensori di elenchi. Come me.

Io gli elenchi li amo, e ricorrono nella mia scrittura. Per me hanno un valore che ho trovato raccontato nitidamente in un passaggio del libro Nulla di ordinario su Wisława Szymborska, di Michał Rusinek, edito da Adelphi. Riferendosi a due poesie di Szymborska, In effetti ogni poesia e Tutto, scrive: «In queste due importanti poesie […] compaiono due figure stilistiche contrapposte: distributio ed enumeratio. Della prima ci serviamo quando abbiamo uno sguardo - o almeno l’illusione di uno sguardo - capace di abbracciare la totalità, e possiamo così menzionare tutte le parti che la compongono, nessuna esclusa. È una figura che crede nella prospettiva, che ci consente di vedere tutto e di vantarcene. È la figura della monografia, del discorso scientifico e dell’ottimismo conoscitivo. L’enumerazione invece è figura del caos. È un’elencazione, una sfilza di oggetti arbitrariamente scelti, un particolare genere di giustapposizione. […] La Szymborska sembra dire che non abbiamo il diritto di adottare la prospettiva della distributio, ordinando così il mondo. La prospettiva che ci è concessa è quella che rende possibile appena l’enumerazione, la descrizione di ciò che è singolo. La poesia non è un’enciclopedia che cerca di abbracciare il mondo nella sua totalità. La poesia abbraccia il mondo nella moltitudine dei suoi particolari -sempre a pezzi, sempre in modo frammentario, temporaneo e occasionale. Per questo il suo segno d’interpunzione dovrebbero essere i due punti.»

 

Tutto -

una parola sfrontata e gonfia di boria.

Andrebbe scritta fra virgolette.

Finge di non tralasciare nulla,

di concentrare, includere, contenere e avere.

E invece è soltanto

un brandello di bufera.

 

-

 

In effetti ogni poesia

potrebbe intitolarsi «Attimo».

 

Basta una frase

al presente,

al passato o perfino al futuro:

 

basta che qualsiasi cosa

portata dalle parole

stormisca, risplenda,

voli nell’aria, guizzi nell’acqua,

 

o anche conservi

un’apparente immutabilità,

ma con una mutevole ombra;

 

basta che si parli

di qualcuno

o di qualcuno accanto a qualcosa,

 

di Pierino che ha il gatto

o che non ce l’ha più;

 

o di altri Pierini

di gatti e non gatti

di altri sillabari

sfogliati dal vento;

 

basta che a portata di sguardo

l’autore metta montagne provvisorie

e valli caduche;

 

che in tal caso

accenni al cielo

solo in apparenza eterno e stabile;

 

che appaia sotto la mano che scrive

almeno un’unica cosa

chiamata cosa altrui;

 

che nero su bianco,

o almeno per supposizione

per una ragione importante o futile,

vengano messi punti interrogativi,

e in risposta -

i due punti:

-

E a proposito dell’ironia, ancora nel libro Rusinek scrive: «L’ironia non serve solo a uno sterile divertimento. L’ironia ci mette in guardia verso tutto ciò a cui abbiamo fatto l’abitudine per comodità; verso il buon senso, che è una categoria che narcotizza l’attenzione; verso ogni fondamentalismo ed eccessiva sicurezza di sé; verso l’atrofia dello stupore, che dovrebbe invece accompagnarci sempre, lo stupore per la miracolosa normalità del mondo.»

Per alcuni anni, all’inizio della mia scrittura, ho contemplato nel sito dei Topipittori gli elenchi di autori e autrici, leggendone le biografie, e pensando a come sarebbe stato bello avere un posto - certificato! - in quella fabbrica di libri bellissimi. Questo libro ha una dedica a Giovanna e a Paolo che - rubando io il mestiere a Fermo Sicurini, ferma e sicura di quel che scrivevo - ho certificato come magnifici cercatori di storie: e lo sono davvero (anche quando le storie provengono da autrici fuori dagli elenchi…). Magnifici perché le storie dicono e fanno cose grandi.

Quanto a me, confesso che tra un elenco di certificazioni e un elenco di gelati, io mi iscrivo volentieri nel secondo: potrei egregiamente essere definita, come Adele, infilatrice di naso nella panna montata. Di sicuro saprei il fatto mio.