Quando l’evento filosofico accade per le scale

[di Elena Dolcini]

Si dovrebbe imparare a vivere

di più nelle scale. Ma come?

Georges Perec, Specie di Spazi, Bollati Boringhieri, 1989.



In che modo la filosofia può intrattenere una relazione con le scale?

Quando rifletto su un argomento per me interessante, come prima cosa, passo in rassegna le immagini mentali e materiali che ho a disposizione, con l'obiettivo di tessere relazioni tra loro ed eventualmente motivare il perché del loro essere in quel modo per me.

Eccomi così ad elencare scale appartenenti alla cultura visuale che più mi è familiare: ad esempio tra i libri a figure, prima tra tutte, la scala da dove Max, il bambino più famoso dell'albo illustrato (Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Adelphi), si lancia inseguendo il suo cane. Nonostante Sendak inquadri solo parzialmente la scala, questa è tutto tranne che un particolare senza importanza: è elemento al limite del visibile e trampolino di lancio per Max, è soglia ed energia: ne vediamo una minima parte, ma è potentissima.

Periferiche e non al centro delle tavole sono anche le scale di legno laccato verde in Canto per una casa ritrovata di Sophie Blackall (Terre di Mezzo, 2023): connettono gli ambienti dell’abitazione, non solo espandendo il punto di vista del lettore, che vede oltre lo spazio in cui sta accadendo il racconto, ma anche caratterizzando l’ampia dimensione ecologica tra cose, persone e luoghi.

Proseguendo questa ricognizione di scale nell’albo illustrato, vengono alla mente quelle del silent L'angolo (Zo-O, Terre di Mezzo, 2025): inizialmente, al corvo protagonista basta un panchetto per decorare le pareti, poi ha bisogno di una scala allungabile per arrivare fino al soffitto, riproducendo per analogia il processo di crescita di altri elementi nella stanza arredata passo dopo passo dal protagonista, come in una metafora pedagogica dove non c'è vita senza cura.

La raffinata scala di casa Snipperpot (Beatrice Alemagna, Il disastrosissimo disastro di Harold Snipperpot, Topipittori, 2018) poco s'addice, se non per contrasto, all'enorme didietro dell'ippopotamo entrato insieme agli altri mammiferi e rettili selvaggi per la grandiosa festa di compleanno del protagonista: l’artificio non riesce a contenere la natura strabordante e la scala è la scena di queste scintille.

Ancora: il ladro di profumi e bellezza di Velluto. Storia di un ladro (D’Angelo e Marinoni, Topipittori, 2007) entra in una stanza alle cui pareti sono appesi quadri raffiguranti scale, alcune delle quali danno vertigini, altre impauriscono, altre ancora sono come punti interrogativi sulla destinazione finale degli esseri viventi.

Le scale sono lo strumento di cui si serve papà lepre per costruire la torre di pietre in Al di là della foresta (Robert e Dubois, Orecchio Acerbo, 2017); oltre a usufruire di una mobile, qui viene montata sulle pietre anche una scala di legno per poter “inerpicarsi” e riuscire a vedere chi o che cosa c’è dall’altra parte del bosco; la scala è quell’elemento della cultura materiale di cui non possiamo fare a meno se vogliamo muoverci dal basso all’alto e viceversa: sembra fondamentale per poter cambiare il nostro orizzonte, visuale e di pensiero.

Passiamo ora a un altro genere editoriale: Aaron Schuman nel suo Slant (Mack, 2019), fotolibro che si apre con una poesia di Emily Dickinson, descrive la sua (e della poetessa) cittadina natale negli Stati Uniti, sulla quale regna un'atmosfera sospesa, ambigua, a tratti surreale. Schuman mette in sequenza diverse scale, in spazi aperti, in giardini e campi, appoggiate agli alberi o sui muri esterni delle case.

A cosa serve una scala? All'uomo per spostarsi da un luogo all'altro, per salire e scendere collegando punti diversi in altezza. A ben guardare il libro di Schuman, però, ci accorgiamo che le scale possono avere anche una funzione estetica e simbolica, soprattutto quando esistono senza l'essere umano su di esse, in assenza di colui il quale se ne serve.

Come si fanno le scale? Domanda ambigua, con cui ci si può riferire sia al modo in cui si producono e si costruiscono le scale, sia al modo in cui si posiziona un piede dopo l’altro su di esse. Affermare che l'essere umano le percorre in un unico modo sarebbe un'osservazione alquanto inesatta e ingiusta nei confronti delle diversità delle nostre posture esistenziali. I bambini si fiondano sulle scale, giocando con i gradini come se fossero tasti da saltare a piè pari o da illuminare con il proprio peso; alcuni le fanno con il sedere: gradino dopo gradino il bambino che ancora non cammina si trascina iniziando a prendere consapevolezza dello spazio, delle sue caratteristiche e dei pericoli che queste comportano; gli anziani le fanno a fatica, appoggiandosi al corrimano o a chi si prende cura di loro; Mary Poppins le fa mettendo seriamente in discussione la gravità.

L’artista Adrian Paci è famoso per il suo Centro di permanenza temporanea, video del 2007 che ritrae un gruppo di presunti passeggeri di un volo sulla scala che solitamente conduce all'abitacolo dell'aereo, senza però che quest'ultimo sia presente: una dopo l’altra, le persone salgono sulla scala, ognuna portando con sé la sua storia, il suo dolore e le sue speranze disilluse: da un lato l'assenza dell'aereo, dall'altro la compresenza affollata in uno spazio ridotto di migranti che attendono.

A cosa serve una scala se non porta a niente?

Come tutte le soglie, anche le scale rischiano di essere comprese in funzione dei luoghi che connettono, degli stati a cui conducono e a cui ritornano; propensi ad analizzarle nel loro essere dispositivo e strumento, è facile dimenticarsi di descriverle nelle loro caratteristiche, che invece le identificano come un oggetto alquanto particolare, composito, una griglia potremmo dire, quasi sempre ritmate dalla stessa unità di misura, il gradino.

Non da ultimo, le scale sono un luogo del pensiero; non esclusivamente nel senso metaforico per cui le scale rappresentano una progressione verticale del sapere, da quello confuso a quello distinto, da uno presumibilmente minore a uno più importante, ma anche in un senso materiale ed esperienziale: sui pianerottoli delle case si fanno conversazioni tra vicini che condividono o meno lo stesso orizzonte; sulle scale si allestiscono mostre, perché no, radunando persone che discutono su ciò che vedono, inducendo altre a una camminata non lineare, ma spezzata, più a zig-zag che in linea retta.

La scala è un elemento obliquo, i gradini non combaciano l'uno sull'altro, ma sono in diagonale; anche la scala mobile o portatile, quella che troviamo appoggiata sui muri o sugli alberi in giardino, deve essere tenuta in obliquo per permettere all'uomo di arrampicarsi in sicurezza; similmente, spesso anche la filosofia sembra obliqua: così come per Emily Dickinson, la verità appare quando non è contemplata direttamente, appare nella sua opacità, vista di sguincio, direbbe il fotografo Guido Guidi, come in una teoria del clinamen nella quale l'inclinazione è sinonimo di casualità, quando non di libertà.

Così come il pensare, anche arrampicarsi sulla scala può essere rischioso: fare filosofia spesso assomiglia a un gesto volontario di allontanamento dal sentiero tracciato, stereotipato o dato per scontato, che percorriamo tutti i giorni, per valutare da una prospettiva insolita ciò che già si pensa di sapere o lo sconosciuto: in questa impresa, paragonabile alla strada più lunga e a ostacoli, ci aiutano le riflessioni degli altri che inevitabilmente producono cambiamenti sulle nostre, siano i nostri vicini di casa, siano le persone con cui andiamo a vedere una mostra, siano coloro con i quali facciamo un cerchio.

Dunque: in che modo la filosofia può intrattenere una relazione con le scale?

Al di là di un'evidente relazione metaforica, ciò che più incuriosisce è una relazione di tipo spaziale tra filosofia e scala: lo so perché ne ho fatto esperienza, sul pianerottolo della scalinata fuori dalla Sala delle Edicole, all’interno del Palazzo del Capitanio (Università di Padova), insieme alla comunità di ricerca di cui ho fatto parte da marzo a ottobre 2025, frequentando il corso in alta formazione Philosophy For Children: costruire comunità di ricerca a scuola e in altri contesti educativi, diretto dalla professoressa Marina Santi.

L'im-pertinenza di questa filosofia è stata rivelatrice: un po' come per il silent book, che, nella sua sequenza di figure non alternate a testo, destabilizza gli adulti per cui un libro equivale a pagine piene di parole, fare filosofia in un luogo inusuale mi ha permesso di riflettere meglio su ciò-che-accade-nel-mentre-accade. Qui, per le scale, come in cerchio o al giardino botanico di Padova, ho imparato, nel corso dei mesi, che il pensiero si fa insieme agli altri e che per la sua costruzione sono fondamentali le imprecisioni e gli errori così come le testimonianze, le emozioni e le analogie creative di tutti.

La pratica mostra chiaramente come la filosofia sia un evento, qualcosa di “fuori posto”, che “interrompe il flusso consueto degli avvenimenti” (Slavoj Zizek, Evento, Utet), in divenire, sistematica nel rivelarsi asistematica: proporla ai bambini è un modo di prendersi cura di loro, dando loro l’occasione di confrontarsi con la vastità del proprio pensiero e creatività, che continua a eruttare sporadicamente anche nei grandi, come da un vulcano non più in attività, ma che nei bambini è quotidianamente in superficie, lì per esplodere da un momento all’altro, come alla festa di compleanno di Harold Snipperpot. Sarebbe un disastro disinteressarsene.

Ripensando alle scale, mi è tornato in mente uno dei paragrafi di Infanzia di un fotografo che credo di aver sottolineato dalla prima delle molte letture di questo libro così generoso, ironico, democraticamente alla portata di chiunque voglia riflettere criticamente sulla fotografia come strumento di comprensione del mondo:

«Occorrerebbe celebrare le pause, i corridoi, le anticamere, i passaggi a livello chiusi, gli ascensori, i cartelli «torno subito», le caffettiere, i bollitori del tè. Vorrei dilatare questo spazio di noia produttiva, vorrei edificare un’immaginaria sala di disattesa in cui il caso, l’errore, le intuizioni, siano i miei migliori alleati. Bisogna darsi tempo per vivere il presente. Presente inteso come tempo, ma anche come regalo.» Massimiliano Tappari in Infanzia di un fotografo, 2021, Topipittori.

Noi celebriamo anche le scale.

Per saperne di più sul corso Philosophy For Children: costruire comunità di ricerca a scuola e in altri contesti educativi, che si terrà anche quest'anno presso l'Università di Padova, qui. Le pre iscrizioni chiudono domani, martedì 13 gennaio.