Oggi presentiamo una novità disponibile in libreria già da qualche settimana, Guarda dove metti i piedi di Francesca Crisafulli e Giusi Quarenghi. Come e perché sia nato questo libro lo racconta l’autrice delle sue immagini.
[di Francesca Crisafulli]
Il mondo dei camminatori si divide in due: chi cammina col naso per aria e chi con gli occhi rivolti a terra. Io faccio senz’altro parte della seconda categoria.

L’abitudine di camminare guardando in basso l’ho avuta sin da piccola. È nata, forse, per una certa timidezza di fronte a un orizzonte troppo ampio, o per un’inclinazione naturale all’interiorità; di sicuro per un’indole da cercatrice di oggetti smarriti che mi ha sempre contraddistinto, segnando poi anche la mia pratica artistica.


Fatto sta che, con questa attitudine, si affina lo sguardo e si scopre un mondo altro, spesso microscopico, fatto di dettagli inosservati, a volte persino calpestati e invisibili ai più. È un microcosmo capace di far compiere alla nostra immaginazione un vero e proprio salto dimensionale. Che si tratti di linee tracciate sull’asfalto, di una macchia casuale, di una carta scivolata da una tasca o di un ciuffo d’erba resiliente che sbuca dal cemento, le cose abbandonate, perse o fuori posto sono per me una fonte infinita di curiosità e stupore. A volte mi colpisce un colore, altre una strana composizione nata per caso, altre ancora la somiglianza con qualcosa di riconoscibile: un animale, un volto, un cuore.

In particolare, rimango sempre affascinata dalle nuove forme che assumono le cose calpestate. Nell’imperfezione dettata dalla casualità dell’evento, queste forme trovano una loro nuova, inaspettata perfezione. Quando posso le raccolgo, ma il più delle volte non è possibile. Così ho iniziato a fotografarle per poi ridisegnarle. Negli anni si è andato creando un archivio di oggetti, disegni e fotografie, divisi per generi: i calpestati, i tondi, i colorati, gli sparpagliati, le linee e gli spigoli, i sommersi e quelli che spingono…


Il passo successivo è stato quasi automatico. Il peso impresso dal piede mi ha ricordato l’effetto del torchio da incisione. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto schiacciare ancora una volta quegli oggetti sotto i rulli, permettendo loro di lasciare un’impronta di inchiostro sul foglio. È in questo passaggio che le forme hanno cominciato a diventare altro. Tolte dalla strada e impresse sul foglio con tutta la loro pienezza, assumevano contorni diversi: perdevano i dettagli specifici per suggerire nuovi significati.
Da lì è cominciata l’avventura di questo libro.

L’atto di procedere un passo dopo l’altro e, con quell’andare, esplorare il mondo là sotto, racchiude in sé il senso stesso della narrazione. A ogni passo corrisponde un tempo, e nell’insieme si compone una sequenza in cui si incontrano cose apparentemente trascurabili a cui diamo la possibilità di trasformarsi e di raccontarsi. Mi piace l’idea della metamorfosi che qualcosa può subire attraverso un gesto involontario come quello del calpestare camminando.


Questa fascinazione per il mutamento non è solo formale, ma è la struttura portante dell’intero libro: tutto si trasforma. Ogni immagine è connessa alla successiva attraverso un gioco di analogie e metamorfosi. Allora una striscia a punta diventa un naso, poi una montagna, a cui si aggiunge un fiume che si scopre essere una cannuccia, che poi diventa la zampa di un insetto… e così via.


È un gioco che si nutre di meraviglia, ingrediente indispensabile per fare un salto dimensionale e aprirsi a nuove visioni possibili. La meraviglia è uno strumento legato alla parte più intuitiva del nostro cervello - qualcuno direbbe del nostro cuore - che ci permette di procedere non per conoscenza logica, ma per intuizione analogica.

Nel libro le analogie non sono mai scontate: a volte si nascondono in un dettaglio, altre in una sfumatura di colore o in una sensazione. Il meccanismo non è mai lo stesso. A volte è bastato aggiungere una zampa, altre scomporre una forma o procedere per semplice somiglianza. Tutte le possibilità rimangono aperte.

Nonostante l’apparente immediatezza delle immagini, serve tempo per cogliere i fili invisibili che legano una pagina con l’altra in un unico grande racconto. Credo sia importante non tracciare percorsi troppo facili e definiti, ma lasciare lo spazio alla mente di vagare come e dove vuole, prendendosi il proprio tempo. Che poi, per me, questa libertà è il cuore di ogni processo creativo.

E poi c’è la fotografia…
Io non sono una fotografa, non so niente di otturatori e grandangoli, ma ho sempre fotografato moltissimo per prendere appunti visivi. Per me la fotografia è uno strumento tra i tanti, come le matite, gli inchiostri, il torchio, le seghe o i martelli. Portarla in un libro mi è sembrato il modo più naturale per restituire la veridicità della terza dimensione sul foglio, creando così un continuo e spiazzante passaggio tra lo scatto fotografico e l’illustrazione.


A ripensarci bene, la fotografia mi ha accompagna sin dai miei primi tentativi di progettare libri, ormai venticinque anni fa. Le mie prime sculture di legno - degli improbabili pesci variopinti che conservo ancora – non erano nate come opere a sé stanti, ma come protagoniste di piccoli set fotografici che raccontavano una storia per bambini. Il progetto, a suo tempo, non ha trovato un editore, ma ha aperto le porte delle gallerie di design. Così non saprei dire se sia nata prima la passione per la pagina illustrata o quella per la creazione di assemblaggi tridimensionali. Di certo entrambe sono animate dalla stessa giocosità e dallo stesso senso di meraviglia che sorge nel vedere le cose che cambiano forma. Esattamente lo stesso stupore che ci assale nell’assistere alla nascita di qualcosa di nuovo, la magia della creazione.

È un gioco senza fine che, in questo libro, termina quando lo sguardo si sposta dal basso verso l’alto. Ma forse è solo un nuovo inizio. E parafrasando le parole di Giusi Quarenghi, che ha dato una meravigliosa voce a queste immagini, chissà che anche il cielo non diventi un foglio grande sul quale camminare.
