Il caso dei libri ritirati dalle scuole a Venezia: i fatti.

Da quasi tre settimane seguiamo con molta attenzione l'evolversi della vicenda dei libri per bambini fatti ritirare dal neo-sindaco di Venezia dalle biblioteche scolastiche. Ne abbiamo lette di ogni tipo e colore e ci siamo spesso domandati per quale ragioni le opinioni tendessero a prevalere sui fatti. Fatti che sono, in sé, estremamente chiari. Per questa ragione ci siamo sentiti in obbligo di ripercorrere la vicenda, a beneficio di chi si vuole informare (oltre che nostro, perché un sano ripasso fa sempre bene e lo sforzo di sintetizzare una faccenda complessa fa anche meglio). Il post è un po' lungo. Per non distrarvi, non abbiamo inserito immagini. 



Questa brutta storia comincia tanto, tanto tempo fa. E comincia da “Leggere senza Stereotipi”: un progetto presentato nel giugno 2013 alla Casa delle Donne di Roma daScosse. Leggiamo la presentazione che ne fa il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza



Testi e immagini dei libri per l'infanzia offrono spesso una rappresentazione stereotipata dei generi, che non tiene conto dei profondi cambiamenti che hanno attraversato la nostra società negli ultimi decenni. Il progetto Leggere senza stereotipi parte da questa consapevolezza, nel tentativo di superare una tendenza molto diffusa nel nostro Paese, presente anche nella maggior parte dei libri di testo delle scuole primarie e proporre, invece, una cultura libera da stereotipi che valorizzi le differenze tra i generi.



Da questo progetto scaturisce una bibliografia online e un corso di formazione per educatori e insegnanti. Il comune di Venezia, nella persona della Delegata ai diritti civili e alla lotta alle discriminazioni, Camilla Seibezzi, trova i soldi per far partecipare 78 educatrici delle materne e dei nidi di Venezia a questo corso di formazione. La formazione è tenuta da Paola Bastianoni, professore associato in Psicologia dinamica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Ferrara, dove insegna Psicologia dinamica e clinica per il Corso di Laurea in Scienze dell'Educazione. Durante il corso, viene presentata la bibliografia e Seibezzi pensa sia giusto dotare le educatrici e le scuole in cui lavorano dei libri che sono stati utilizzati per la formazione.



Le polemiche sono iniziate quando alcuni rappresentanti di forze politiche di estrema destra o ispirate a un cattolicesimo integralista hanno scoperto la cosa. Si sa che i ruoli di genere, sia per la destra più radicale sia per i cattolici duri e puri, sono materia delicata. Ma dal momento che non è possibile costruire una polemica intorno a libri in cui le bambine sollevano orsi, le pecorelle vanno a dormire insieme ai lupacchiotti e due macchie di colore si mescolano creando un colore nuovo, cercando nella lista sono saltati fuori tre libri (tre su quarantanove) che parlano di omogenitorialità. I riferimenti sono aPiccolo Uovo di Francesca Pardi con illustrazioni di Altan, Jean a deux mamans di Ophelie Texier e E con tango siamo in tre di Peter Parnell e Justin Richardson.



Nel primo, un uovo non vuole nascere perché non sa in che famiglia andrà a finire e decide di capire quanti tipi di famiglie ci sono. Nel terzo, due pinguini maschi trovano un uovo e, invece di lasciarlo lì a marcire, decidono di covarlo e vedere che cosa salta fuori.Il secondo non lo conosco. Ma non è qui il punto. Non siamo nell’ambito dell’invenzione, del fantastico, del futuribile: siamo nella cronaca, in libri che documentano in maniera che a me pare lieve e garbatissima una realtà quotidiana fatta, per bambini e adulti, di famiglie molto diverse (e per le ragioni più diverse) le une dalle altre.



Basta così poco, nell’Italia di questo inizio di un millennio che tutti dicono nuovo, ma puzza orribilmente di vecchio, per scatenare artate polemiche. Il 7 febbraio 2014, il Giornale attacca, con un breve articolo di Luisa De Montis, che titola: Il Comune di Venezia distribuisce fiabe gay nelle scuole. (È qui che compare per la prima volta l'impropria definizione di "fiabe gay" per una lista di albi illustrati che possono essere utilizzati per diffondere la consapevolezza e l'accettazione della diversità).



Nello stesso giorno, La Nuova Venezia riferisce della richiesta di un parlamentare Udc di sospendere l’iniziativa, rivolta al sindaco Orsoni. Naturalmente, senza «discriminazione nei confronti del gay». L’immarcescibile e onnipresente Carlo Giovanardi tuona, dalle pagine dello stesso giornale: «Le istituzioni competenti si attivino immediatamente per impedire la distribuzione negli asili nido e nelle scuole dell'infanzia veneziana del materiale di propaganda gay e sulla fecondazione eterologa che la delegata del sindaco per le politiche contro le discriminazioni, Camilla Seibezzi si accinge a consegnare. […] Mi sembra evidente che i piccoli non possono essere cavie di cervellotici esperimenti che segnalano soltanto la confusione mentale di chi li vuole imporre a creature innocenti.»



Inopinatamente, Silvia Vegetti Finzi interviene lo stesso giorno sul Corriere della seraaffermando che questi albi rappresentano veramente un «rovesciamento di centralità» delle forme familiari tradizionali.



Il 13 febbraio interviene perfino il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, che dichiara al giornalista del Corriere della sera: «È necessario combattere gli stereotipi, ma io quei libretti non li distribuirei». Ma questa diplomatica dichiarazione finisce sotto il titolo Il Patriarca: «Dico no alle fiabe gay». Nello stesso articolo, il capogruppo Udc Simone Venturini dichiara di non aver letto i libri oggetto della polemica, «e non è nemmeno opportuno che la politica li legga per fare censura.»



Le polemiche – che sembrano essere amplificate, invece che molcite dalla stampa – si inaspriscono e assumono toni da crociata. Ne parla anche sul nostro blog Marnie Campagnaro, della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Padova, con un post dal titolo Le 49 cosiddette fiabe gay, che da allora ha avuto quasi 10.000 lettori (che contiene, fra l'altro, anche tutti i link agli articoli di stampa citati sopra).



Poi passano i giorni, si apre il vaso di Pandora dello scandalo Mose e a Venezia ci si occupa principalmente di altro. Il comune viene commissariato e si indicono nuove elezioni. Nel frattempo, però, la questione ha lasciato tracce. Un libraio veneziano ci ha riferito che da allora il clima è teso e alcuni clienti che evitano di aprire qualcuno dei 49 libri oggetto della polemica ed escono dalla libreria se vengono loro proposti. Ma, alla fine, i libri vengono consegnati alle scuole. Non sappiamo se siano stati usati o meno e quali siano stati eventualmente usati, ma questo fa parte della discrezionalità degli educatori, che – oltretutto – sono stati formati proprio per usare questi libri con bambini piccoli e, probabilmente, sanno decidere e valutare il se, il come e il quando.



Arriva la campagna elettorale e uno dei candidati si fa alfiere della nuova crociata contro questi libri. Il motivo è oscuro, anche se probabilmente si tratta di opportunità politica e di speculazione elettorale: si cercano i voti di famiglie orgogliosamente tradizionali, di gruppi che si oppongono all’evoluzione sociale e lo si fa con i mezzi più facili e di grande richiamo: gridare ai quattro venti che si vogliono proteggere “gli innocenti” dalla corruzione.



Il candidato arriva al ballottaggio, lo vince e, prima ancora di insediare la giunta e tenere il primo consiglio comunale, il 25 giugno 2015 emette una circolare: via i libri gender dalle scuole di Venezia. Sembra che lo possa fare: i libri sono cespiti patrimoniali inventariati e di proprietà del Comune e, come tali, il Comune può disporre il loro ritiro. Come se fossero un banco, una sedia, un computer, un erogatore per la carta igienica. Ma se questo è amministrativamente possibile, viene da domandarsi se sia compatibile con i principi costituzionali e, in particolare, con l’articolo 21 (noi lo abbiamo rispettosamente e formalmente domandato al Presidente della Repubblica, che della Costituzione è il più alto garante, ma a oggi non abbiamo avuto alcuna risposta). La circolare di Luigi Brugnaro recita: Si chiede di voler raccogliere i libri “gender”, genitore 1 e genitore 2, consegnati durante l’anno scolastico e prepararli al fine del ritiro che avverrà al più presto da parte di un incaricatoCon i migliori saluti. 



Un commento chiarificatore di Chiara Lalli sulle pagine di Internazionale[la vicenda] si potrebbe liquidare chiedendosi solo cosa diavolo sono i libri “gender” e ricordando che la storia del “genitore 1” e “genitore 2” è una delle più ostinate e colossali scemenze degli ultimi mesi. Questa dicitura non ha mai avuto a che fare con i libri, ma con i moduli di iscrizione scolastica: la proposta originaria era, banalmente, di usare la parola “genitore” invece di madre e padre come termine più ampio e comprensivo e per includere, per esempio, i figli di genitori single. Ma alla conferenza stampa di presentazione un giornalista ha “tradotto” il contenuto della proposta in genitore 1 e genitore 2 e non è stato più possibile rimediare (genitore non è un insulto, e non lo sarebbe nemmeno “genitore 1” o “genitore 2”, ma la dicitura mai esistita è diventata, nelle menti dei timorati del “gender”, un modo per offendere e insultare le famiglie e i sacri ruoli genitoriali).



A questo punto si innesca la mobilitazione. Nei giorni immediatamente successivi Ibby Italia (con Nati per Leggete e Commissione Ragazzi AIB), ICWA ItaliaAIB eAIE (quest'ultima solo il 7 luglio, con un ritardo difficilmente comprensibile) prendono ufficialmente posizione contro questo provvedimento. Tacciono il Ministero per i beni culturali e il Centro per il libro e la lettura. [***Emendiamo: ci era sfuggita una dichiarazione informale di Romano Montroni, presidente del Cepell, rilasciata al telefono a un giornalista della rivista online "Il Libraio" e riportata il 9 luglio 2015 qui.]



Intanto, sul territorio, due associazioni veneziane (Noi La Città – Venezia 2015 e Veneto Radicale) organizzano il 3 luglio alle 11 un incontro pubblico, invitando il sindaco a partecipare a quello che veniva proposto come un dibattito democratico con la partecipazione di un libraio, della docente universitaria che si era occupata della formazione degli educatori veneziani sul tema “Leggere senza stereotipi” e della ex delegata Seibezzi, che aveva promosso l’iniziativa. Il sindaco non si presenta.



Ma il sindaco di Venezia è, invece, molto attivo su Twitter, come è ormai costume dei politici nostrani, e con la stampa. Con un po’ di pazienza, troverete tutti i dettagli nellarassegna stampa del sito Luigi Brugnaro sindaco e sulla sua pagina Twitter.

Vi invito, in particolare alla lettura del comunicato stampa dell’8 luglio 2015 nel quale si proclama:



Denunciamo la polemica inerente quelli che sono stati definiti i libri sulla teoria gender. Ne è nata una speculazione culturale che non ci intimorisce. Non potendo avere una visione completa ed esaustiva della questione, si è preferito ritirare tutti i libri distribuiti dalla precedente Amministrazione in modo da poter verificare serenamente e con piena cognizione di causa quali siano, e soprattutto quali non siano, adatti a bambini in età prescolare. Il vizio di fondo è stata l’arroganza culturale con cui una visione personalistica della società è stata introdotta nei nidi e nelle scuole per l’infanzia unilateralmente, in forma scritta e senza chiedere niente a nessuno, in particolar modo alle famiglie. I genitori dei piccoli devono, invece, avere voce in capitolo su aspetti determinanti che riguardano l’educazione dei loro figli e non esserne aprioristicamente esclusi. E’ quindi nostra intenzione esaminare con cura e obiettività i testi, non distribuendo quelli inopportuni per i più piccoli, che pure restano liberamente consultabili da parte degli adulti nelle biblioteche. Molti libri, che trattano i temi legati alla discriminazione fisica, religiosa e razziale, sono notoriamente straordinari e verranno certamente ridistribuiti, come ad esempio le opere di Leo Lionni “Piccolo blu e piccolo giallo” e “Guizzino”. Le riserve riguardano, invece, alcuni testi come “Piccolo uovo” di Francesca Pardi o “Jean a deux mamans” di Ophelie Texier. Sarà un lavoro di analisi fatto con cura e attenzione, anche approfittando del periodo estivo e delle vacanze scolastiche, valutando quali siano le persone più adatte a questa selezione ed evitando, così, ulteriori diatribe e strumentalizzazioni di un argomento che, ad oggi, ha fatto anche troppo parlare di sé.”



E finalmente, nello stesso giorno, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, il MIUR, per tramite del sottosegretario Davide Faraone ha rilasciato una dichiarazione, riportata qui, secondo cui: Nessun sindaco può intervenire in tal senso, né meno che mai può decidere quali libri possono stare o meno all’interno di un istituto: è un ambito di competenza comune della comunità scolastica, fatta di famiglie e operatori della scuola. 



Il resto è cronaca di questi giorni giorni. A voi lasciamo le interpretazioni, la ricerca di un senso, il pensare e progettare azioni. Quello che interessava, qui, era mettere in fila un po’ di fatti.