Traduttrice, editrice e pure Casa dei Topi!

Per il ciclo di interviste dedicato alle Case dei Topi, a cura di Beatrice Bosio, oggi parliamo con Cecilia Mutti della casa editrice Nuova Editrice Berti di Parma. Qui trovate le altre interviste alle nostre librerie fiduciarie: libreria L’Altracittà di Roma; librerie Lo Stregatto di Locarno e Leggiamo di Fanano; libreria Fantasia di Bergamo; libreria Castello di Carta di Vignola; libreria Controvento di Telese Terme; libreria Casa sullalbero di Arezzo; libreria Mutty di Castiglione delle Stiviere; libreria Piccoloblu di Rovereto; libreria MarcoPolo di Venezia; libreria Radice-labirinto di Carpi; Libreria Svoltastorie di Bari;  Libreria (e festival) Tuttestorie di Cagliari; Libreria GiraeVolta di Jesi; Libreria Momo di Ravenna; Libreria Gli anni in tasca di Pisa; Libreria Farfilò di Verona; Libreria degli Asinelli di Varese; Spazio Libri La Cornice di Cantù; La tana del Bianconiglio di Maerne di Martellago; La Pazienza Arti e Libri di Ferrara; Testolinee Libreria dei Ragazzi di Manduria; Libreria Aribac di Milano; 365 storie di Matera; Libreria Dudi di Palermo; Libreria Trame di Bologna; Libreria Punta alla Luna di Milano; Libreria Baobab di Porcia.
 
 
Mi racconti brevemente Nuova Editrice Berti – che, come suggerisce il nome, è una casa editrice e non una libreria?
 
Nuova Editrice Berti è nata nel luglio del 2011 per rilevare l’attività editoriale di una storica libreria-editrice di Piacenza, la Berti appunto, che era attiva dal 1980 e si occupava soprattutto di saggistica, testi religiosi e pubblicazioni locali.
Io, dopo la laurea in lingue, ho lavorato fin da subito in piccole case editrici, imparando a fare un po’ di tutto. E così, quando quello che ancora oggi è il mio socio, Carlo Borella, mi ha proposto di occuparmi del rilancio di questa storica casa editrice piacentina, ho accettato con entusiasmo e – lo dico col senno di poi – una massiccia dose di ottimismo, che si intuisce anche dal futuristico “Nuova” con cui ho pensato di sottolineare la discontinuità rispetto alla precedente gestione della casa editrice. Poi è seguito un grosso lavoro di restyling, in cui ha avuto un ruolo centrale Pietro Iaccarino, che nella vita fa l’architetto, ma che ancora oggi si occupa della nostra veste grafica, lavoro accompagnato da una lenta e meticolosa costruzione del catalogo.
Pur mantenendo la sede legale a Piacenza, dal 2014 la Nuova Editrice Berti ha aperto la sua redazione nel centro storico di Parma, in un laboratorio con uno spazio accogliente dedicato agli incontri e all’esposizione/vendita dei libri e due vetrine affacciate su piazzale San Lorenzo.
In questi anni, a parte alcuni esperimenti fuori collana e le attività di service grafico-editoriale che continuo a svolgere su progetti specifici, ho cercato di muovermi su due binari: da una parte, recuperare alcuni classici proponendoli sempre in nuove traduzioni aggiornate; dall’altra, privilegiare scrittori che, per esperienza personale, provenienza o vocazione, fotografano pagine dimenticate della storia recente o contesti geografici e culturali trascurati dalla narrativa mainstream. Solo da pochi anni la casa editrice si è aperta alle proposte in lingua italiana, pubblicando anche libri di prosa difficilmente classificabili, come Fuori da noi di Giovanna Zoboli, o I dialoghi dell’infanzia di Beatrice Baruffini. Questo nuovo sguardo sul panorama italiano trova piena espressione nel progetto di Quattro, un foglio letterario in cui diamo spazio a quattro racconti inediti valutati in forma anonima  dal comitato editoriale. La rivista, che non ha fini commerciali perché distribuita gratuitamente alle librerie che decidono di aderire al progetto, esce in un’unica tiratura a esaurimento, senza ristampe.
Da tre anni, poi, alle attività culturali già promosse della casa editrice, si sono aggiunte quelle dell’Associazione San Lorenzo, che contribuiscono a dare nuova linfa ai nostri progetti e a mantenere vivo il dialogo con la città di Parma. È in quest’ottica che abbiamo accettato di entrare a far parte della rete delle Case dei Topi: ci è sembrato un altro modo per allargare ancora di più lo sguardo e garantire ai lettori di domani l’attenzione che meritano, accompagnandoli alla scoperta dei libri e delle sorprese che questi riservano.
 
 
 
Come mai avete deciso di spostarvi a Parma e come hanno accolto i cittadini l’arrivo di questa casa editrice, che è anche laboratorio e libreria?
 
Una volta separata l’attività editoriale da quella della libreria Berti di Piacenza, di fatto non esisteva più uno spazio fisico per accogliere la redazione, che quindi è rimasta immateriale, vagando per due o tre anni tra lo studio di casa, la tipografia e il magazzino, secondo le necessità del momento. Poi nel 2014 è arrivato il momento, sia per me sia per Pietro, che nel frattempo stava aprendo il suo studio di architettura, di trovare una sede fisica per il nostro lavoro quotidiano. Così abbiamo cercato uno spazio ibrido, abbastanza ampio da trasformarsi in magazzino e da accogliere esigenze anche molto diverse, e siamo finiti ad affittare quello che per anni era stato il laboratorio di un antiquario specializzato nel restauro di cornici antiche – all’inizio c’erano ancora tutte le sue attrezzature, di cui adesso resta solo qualche traccia.
Pietro e io siamo nati e cresciuti a Parma, quindi è stato naturale per noi cercare qui: volevamo essere vicini alla nostra rete di affetti, ma anche poter raggiungere l’ufficio in bicicletta, che non è cosa da poco. Piazzale San Lorenzo si è rivelato perfetto per le nostre esigenze, perché, pur essendo in centro, rimane un po’ defilato rispetto alle vie più commericiali e, quindi, permette una routine lavorativa per così dire “introversa”. Forse per questo, però, la nostra presenza è passata un po’ inosservata, all’inizio. Alcuni passanti sbirciavano le vetrine senza capire esattamente cosa facessimo, nonostante l’insegna: qualcosa che c’entrava coi libri, sì, ma loro potevano entrare? Per incoraggiare l’interazione e farci conoscere, abbiamo iniziato a organizzare prima delle presentazioni, poi delle conferenze, dei corsi di traduzione, delle mostre e, da quando ospitiamo gli albi illustrati di Topipittori, qualche laboratorio di lettura ad alta voce. In collaborazione con l’Associazione San Lorenzo abbiamo preso ad allestire anche delle manifestazioni all’aperto, nel piazzale di fronte alla casa editrice, e per un po’ siamo stati la sede di un paio di club del libro (il Jane Austen Bookclub, dedicato a quella che da sempre è la mia scrittrice preferita, e Antenne, rivolto ad adolescenti dai 14 ai 16 anni). Forse così abbiamo confuso ancora di più le idee, ma almeno adesso i parmigiani sanno della nostra presenza e, quando passano, si sentono autorizzati a entrare per curiosare. Resta il fatto che, non essendo la nostra una libreria, non abbiamo le stesse esigenze commerciali, e un po’ di quiete per dedicarsi alle attività quotidiane della redazione e dello studio di architettura è necessaria oltre che gradita.
 
 
 
La traduzione è parte importante del lavoro della Nuova Editrice Berti e, considerati i tuoi studi, immagino sia tu a occupartene quando possibile. Quali lingue traduci e cosa ti piace del mestiere di traduttrice? Quali tra i classici da te ripubblicati sono stati particolarmente sfidanti da tradurre e perché?
 
Traduco soprattutto dall’inglese e qualche volta dal francese. Purtroppo, per mancanza di tempo ed energie, non riesco a dedicarmi alla traduzione come vorrei, ma cerco di ritagliarmi qualche piccola parentesi durante l’anno per tradurre.
Per quanto riguarda i libri del nostro catalogo, anche quando non sono io a tradurre, metto comunque sempre mano al testo occupandomi dell’editing o della revisione, che è forse uno degli aspetti che preferisco di questo mestiere. Si tratta di un lavoro di cura: richiede pazienza e capacità di ascolto, perché ci sono due voci e due lingue, quella dell’autore e quella del traduttore, che devono coesistere e trovare un equilibrio armonioso. La traduzione vera e propria, invece, è un’immersione totale, una maratona. È un gesto creativo, ma entro limiti molto rigidi, richiede una grande forza di volontà e un po’ di spirito di abnegazione, ma non c’è soddisfazione più grande del riuscire a “dire quasi la stessa cosa” con le parole giuste.
Il testo più sfidante l’ho tradotto anni fa, in piena giovanile incoscienza, ed era un inedito di Henry James, L’autobiografia degli anni di mezzo. Invece, l’autrice che da sempre mi dà una gioia enorme tradurre è sicuramente Jane Austen: riuscire a restituire anche solo parte del suo acume e renderlo apprezzabile ai lettori di oggi è una grandissima vittoria.
 
 
Cosa apprezzi tanto di Jane Austen e quali dei suoi titoli preferisci?
 
Per me è straordinario pensare che i romanzi di Jane Austen siano stati scritti più di duecento anni fa: i meccanismi sociali e psicologici sono descritti con una tale ironia, una tale precisione che in quel mondo lì, apparentemente molto lontano, c’è già tutto il nostro presente. E mi diverte pensare che l’acume di questa splendida scrittrice sia stato per anni disinnescato con la diffusa e rassicurante idea che i suoi fossero romanzi d’amore, buoni solo per le signorine.
A parte i romanzi canonici, che sono tutti belli, mi piace molto anche il suo ultimo incompiuto, Sanditon, perché l’ironia emerge in modo molto evidente fin dalle prime pagine e perché, anche se è solo un lungo affresco iniziale, ha già tutto quello che serve per diventare un buon romanzo.
 
 
 
Ci sono delle letture che ti hanno particolarmente segnata e convinta a voler diventare editrice?
 
Non mi sono convinta a voler diventare editrice, ma da sempre mi piace regalare e consigliare libri belli da leggere. Che pubblicarli sia diventato il mio mestiere mi sembra un grande privilegio per cui non mi lamenterò di tutte le grane che comporta.
Ho letto e amato moltissima letteratura americana contemporanea, che però è l’unica cosa che non pubblichiamo.
 
 
Ci sono dei traduttori o delle traduttrici di cui stimi molto il lavoro?
 
Oggi ci sono molti bravissimi traduttori e molte bravissime traduttrici, ma bisogna ammettere che abbiamo la vita più semplice di chi poteva contare solo su un dizionario cartaceo con un numero ben limitato di lemmi. Se penso che una giovanissima Natalia Ginzburg ha tradotto il primo romanzo della Recherche di Proust, Du côté de chez Swann, mentre stava al confino coi figli piccoli, armata solo del Novissimo Ghiotti, mi pare incredibile.
 
 
Come hai conosciuto Topipittori? E cosa significa per te, pur non avendo una libreria, appartenere alla rete delle Case dei Topi?
 
Stimavo il lavoro di Topipittori, ma non ne conoscevo personalmente gli editori, finché nel 2015 o 2016, a Più libri più liberi, non si è presentata al nostro stand Giovanna Zoboli, in cerca di una copia di Anon, inedito di Virginia Woolf tradotto da Massimo Scotti. Io sono abbastanza timida e credo anche Giovanna, per cui, prima che diventassimo amiche, sono seguiti un paio d’anni di saluti e brevi scambi di battute in occasione della fiera romana. Galeotte sono state le fiere, quindi, ma soprattutto lo stand che abbiamo condiviso al Salone di Torino nel 2018. Lì ho avuto modo di conoscere meglio sia Giovanna Zoboli sia Paolo Canton e apprezzare il lavoro enorme che hanno portato avanti nel campo degli albi illustrati. Per me sono diventati un modello da imitare, un’eccellenza a cui tendere. E dato che i nostri libri stavano bene insieme e ci sembrava un vero peccato separarli, è stato naturale che la sede della Nuova Editrice Berti diventasse anche Casa dei Topi. Poter raccontare i libri di Topipittori, farne apprezzare la cura dei dettagli e il modo in cui aprono nuovi mondi ai lettori più piccoli è per me un’autentica gioia.
In più Giovanna è stata la nostra prima autrice italiana con Fuori da noi. Portare il libro in giro è stata una delle cose più divertenti del 2019, se non fosse stato per il Covid saremmo ancora a zonzo.
 
 
A quali titoli del catalogo Topipittori sei più affezionata e perché?
 
A questa domanda rispondo anche un po’ da mamma, visto che i miei figli sono cresciuti a pane e Topipittori: per la nanna Il grande libro dei pisolini di Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani prima e Storie della notte di Kitty Crowther poi; I libri delle stagioni di Rotraut Susanne Berner li abbiamo consumati; La zuppa Lepron di Giovanna Zoboli e Mariachiara Di Giorgio troneggia in cucina. Ma se devo esprimere una preferenza puramente personale, ho un debole per la Trilogia del topo che non c’era di Giovanna Zoboli e Lisa D’Andrea.
 
Adesso una domanda un po’ più difficile, forse: ci sono dei titoli del tuo catalogo a cui sei particolarmente legata?
 
Difficilissima, in effetti, perché sono tutti creature amatissime. Ne dirò quattro senza pensarci troppo: tra i classici, Russia nell’ombra di H.G. Wells, che è un inedito di cui vado particolarmente fiera, e Se anche gli amanti si perdono di Dylan Thomas, un repêchage che secondo me era necessario; tra i contemporanei, L’arte di partire di Ayelet Tsabari, che ho tradotto dal letto durante gli ultimi mesi di gravidanza, e Salvarsi la vita di Pierangelo Consoli, che è il primo romanzo italiano che abbiamo visto nascere in casa editrice.
Cosa accomuna secondo te Topipittori e Nuova Editrice Berti?
 
La ricerca della qualità editoriale, la cura e il profondo rispetto per il lettore, grande o piccolo che sia.
 
 
 
Avendo una sede aperta al pubblico, la redazione della Nuova Editrice Berti ha più occasioni di confronto con la propria comunità di lettori e lettrici: chi legge i vostri libri?
 
Direi che in generale abbiamo una netta prevalenza di lettrici donne, di fascia d’età variabile, che si lasciano volentieri consigliare e che tornano a trovarci perché sanno di trovare da noi un certo genere di libro e di atmosfera. Anche coi libri di Topipittori funziona così: a parte quelli esposti in vetrina, non li teniamo in vista, ma li consigliamo e selezioniamo in base alle richieste, un po’ come si fa con i vestiti, perché non è detto che tutto calzi a pennello, e un lettore insoddisfatto difficilmente ritorna.
Ricordo che Paolo Canton, durante la nostra esperienza di stand condiviso, notando la netta prevalenza di giovani donne interessate ai libri della Nuova Editrice Berti, mi aveva suggerito di trasformare la casa editrice in una “trappola per tope”. Non ci sono riuscita, ma in compenso mi sono ritrovata una Casa dei Topi.
 
 
 
Quali sono i titoli più venduti del catalogo della Nuova Editrice Berti?
 
Nella narrativa e varia Jane Austen. La vita di Claire Tomalin; Storia di una ragazza ribelle di Carmen Aguirre e Sei sempre con me. Lettere alla madre di Frida Kahlo.
E ce ne sono alcuni che si meriterebbero più successo?
 
Sicuramente i due romanzi di Tierno Monénembo, Il terrorista nero e Il re di Kahel.
 
 
Le vostre copertine sono estremamente curate e riconoscibili: quali ragionamenti e intenzioni hanno guidato le scelte tue e di Pietro nel dotare i libri di questa precisa veste grafica? Avete creato anche il logo o è eredità della libreria Berti di Piacenza?
 
Già dalla progettazione del nuovo logo, abbiamo deciso di segnare il legame storico con il territorio e la tradizione artigianale, scegliendo un carattere tipografico disegnato da Giambattista Bodoni, a cui ho voluto aggiungere l’immagine di un’impresa seicentesca di Alfonso Piccolomini con un albero – che rappresenta la vita, il sapere – al centro di un labirinto.
Per le collane di narrativa, che volevamo distinguere chiaramente in un catalogo pensato all’inizio prevalentemente di saggistica, abbiamo adottato la sagoma di un lama. Poi è finita che la narrativa ha preso il sopravvento, ma ormai ci eravamo affezionati al nostro lama e lo abbiamo tenuto. Quando abbiamo iniziato a pubblicare i nostri libri, nel 2012, le copertine che si vedevano in giro erano quasi tutte uguali: andavano di moda le foto in bianco e nero a tutta pagina, spesso prese da archivi in stock e, dunque, ripetute tali e quali anche per titoli di editori diversi, oppure c’era il minimalismo monocromatico con un lettering molto rigoroso. A noi, al contrario, è sempre piaciuta l’idea che ogni libro indossasse il proprio vestito disegnato su misura, sempre diverso. Abbiamo stabilito due formati molto caratterizzanti, uno per le edizioni standard e l’altro per i pocket, scegliendo di evitare la plastifica sulla copertina e di usare carte da edizione di elevata qualità al 100% italiane, stampate con inchiostri eco-compatibili. Allora erano scelte controcorrente, o comunque alternative a quello che andava per la maggiore nell’editoria italiana, mentre oggi ormai fanno quasi tutti così.
 
 
 
 
Nonostante la Nuova Editrice Berti si occupi di narrativa e saggistica per adulti, nel dicembre del 2013 avete iniziato a ripubblicare gli albi illustrati di Beatrix Potter: come mai? Pensi che l’opera di questa autrice, come quella di Jane Austen, abbia ancora molto di attuale?*
 
Ho pensato che anche i libri di Beatrix Potter, come tanti classici che hanno trovato un posto nel nostro catalogo, meritassero delle nuove traduzioni, più vicine ai lettori di oggi, che hanno ormai una certa familiarità con i termini anglofoni e che possono immergersi con più consapevolezza nell’atmosfera tipica dell’Inghilterra vittoriana. Gli usi e i costumi degli animaletti antropomorfi di Beatrix Potter sono quelli di una società che ci appare sicuramente lontana per morale e pratiche didattiche, ma nel racconto resiste molto viva una certa ironia, proprio come nei romanzi di Jane Austen (che però è vissuta un secolo prima, e si sente). Ovviamente l’ironia sopravvive solo se il traduttore riesce a renderne apprezzabili le sfumature e se il lettore, poi, è abbastanza aperto da coglierne le implicazioni senza pregiudizi. Beatrix Potter, infatti, per quanto donna moderna e illustratrice di grande talento, resta figlia del suo tempo e come tutti gli scrittori inglesi di epoca vittoriana ha una morale coerente con l’epoca. Nei suoi racconti ricorre spesso la punizione, che si innesca come rimedio alla disobbedienza per ripristinare l’ordine, ma soprattutto non si tace sulla sorte degli animali da cortile nelle fattorie inglesi, e la caccia è pratica più che tollerata.
 
 
E cosa apprezzi delle sue illustrazioni? I suoi titoli sono gli unici illustrati del vostro catalogo?
 
Sì, a parte alcuni fuori catalogo che restano degli esperimenti, sono gli unici illustrati.
Non sono un’esperta, ma delle illustrazioni di Beatrix Potter mi piace non solo che gli animali mantengano le loro caratteristiche anatomiche naturali (vestiti a parte), ma anche che il paesaggio sia reso con scrupolosa cura ai dettagli, frutto di un’attenta osservazione dal vero.
Mi diverte poi che questi animaletti, che indossano giacche, cappellini e scarpe, si comportino come perfetti campagnoli inglesi - come oggi mi diverte, del resto, vedere gli animali di Zootropolis in azione.
 
 
 
Una cosa che ti piace molto del mestiere di editrice e una che ti piace meno?
 
Mi piace fare i libri, con tutto quello che comporta, dall’ideazione al momento concreto della stampa, con una particolare predilezione per l’editing e la stesura degli apparati di copertina. Detesto, invece, tutta la parte logistico-amministrativa. E diciamo che gli aspetti legati alla comunicazione e promozione mi vengono più facili quando non riguardano il mio lavoro, ma quello di altri (ad esempio, Topipittori), di cui posso serenamente decantare le mirabolanti imprese.
 
 
 
C’è un titolo che avresti tanto voluto tradurre tu e pubblicare con Nuova Editrice Berti?
 
Mi sarebbe tanto piaciuto ritradurre Fitzgerald, in particolare Tenera è la notte. Per ora mi sono limitata a qualche raccolta di racconti, tutte uscite nella collana delle matite: L’ultima volta che vidi Parigi, Il più presuntuoso e Alla tua età.
Tra i contemporanei, è sempre bello trovare voci nuove e adesso penso che molte cose interessanti arrivino da Est. Abbiamo appena pubblicato un romanzo strepitoso di una scrittrice ucraina, Haska Shyyan, Alle sue spalle – ma essendo scritto in ucraino, appunto, non avrei mai potuto tradurlo. Per fortuna c’era Alessandro Achilli, che è stato portentoso.
 
 
Salutiamoci con una buona ragione che convinca chiunque ancora non l’abbia fatto a leggere presto qualcosa della Nuova Editrice Berti.
 
Ti rispondo con un aneddoto. Anni fa un amico regista, un signore molto gentile, aveva acquistato da noi un libro, Il posto migliore del mondo di Ayelet Tsabari. Ricordo che era tornato dopo un paio di settimane per manifestarmi tutto il suo sincero ed entusiasta stupore: “L’ho letto. Ma lo sai che è molto bello?”. Avevo riso parecchio, perché spesso in effetti ci sono queste piccole case editrici (come noi) che pubblicano autori dai nomi non necessariamente tra i più noti (come noi), e il pensiero che prevale spesso è: sarà una sòla? Ecco, mi sento di rassicurare i potenziali lettori e mi offro anche di aiutarli nella scelta se e quando passeranno in casa editrice, in caso non dovesse bastare la copertina.
 
 
*Per saperne di più sui titoli di Beatrix Potter ripubblicati dalla Nuova Editrice Berti vi invitiamo a leggere questo articolo scritto da Cecilia Mutti per il nostro blog e pubblicato nel 2019.