Per il ciclo di interviste dedicato alle Case dei Topi, a cura di Beatrice Bosio, oggi parliamo con Silvia Dionisi della libreria L’Altracittà di Roma. Qui trovate le altre interviste alle nostre librerie fiduciarie: librerie Lo Stregatto di Locarno e Leggiamo di Fanano; libreria Fantasia di Bergamo; libreria Castello di Carta di Vignola; libreria Controvento di Telese Terme; libreria Casa sull’albero di Arezzo; libreria Mutty di Castiglione delle Stiviere; libreria Piccoloblu di Rovereto; libreria MarcoPolo di Venezia; libreria Radice-labirinto di Carpi; Libreria Svoltastorie di Bari; Libreria (e festival) Tuttestorie di Cagliari; Libreria GiraeVolta di Jesi; Libreria Momo di Ravenna; Libreria Gli anni in tasca di Pisa; Libreria Farfilò di Verona; Libreria degli Asinelli di Varese; Spazio Libri La Cornice di Cantù; La tana del Bianconiglio di Maerne di Martellago; La Pazienza Arti e Libri di Ferrara; Testolinee Libreria dei Ragazzi di Manduria; Libreria Aribac di Milano; 365 storie di Matera; Libreria Dudi di Palermo; Libreria Trame di Bologna; Libreria Punta alla Luna di Milano; Libreria Baobab di Porcia.
[di Beatrice Bosio]
Mi presenti brevemente la libreria?
L’Altracittà nasce nel 2014, prima e unica libreria indipendente di varia nel cuore del quartiere universitario La Sapienza, in piazza Bologna, a Roma. Nasce come luogo di incontro e confronto sui libri e le arti, di pratiche laboratoriali dedicate alla scrittura, alla pittura, alla musica, all’espressione di sé.

© Valerie Tristan

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Chi l’ha aperta e chi ci lavora adesso? Com’è organizzato lo spazio?
Ideata e aperta da Silvia Dionisi (che sarei io) in collaborazione con Andrea Petrini, ora gode della collaborazione di Lucilla Lucchese, già libraia della libreria per bambini Il Brucalibro, e di McGraffio, musicista, compositore e maestro di musica. Tutti librai per passione.
Lo spazio mette insieme in felice mescolanza libri e oggetti per bambini e per adulti, senza barriere. I libri non sono catalogati per generi o temi, ma per categorie che stimolano l’immaginazione e la creazione di mappe di lettura. L’Altracittà è un luogo per perdersi e poi ritrovarsi.

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Mi racconti la scelta del nome della libreria?
L’Altracittà è la città dei libri, degli incontri, la città ideale, la città dentro la città. È la città che abitiamo e spesso non guardiamo. Ho preso spunto da una poesia di Giannis Ritsos, un poeta che amo molto. La parola però è unica, solo sostantivo, come nell’albo illustrato omonimo di Mia Lecomte e Andrea Rivola, pubblicato anni fa da Sinnos.

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Come mai tu e Andrea avete deciso di aprire questa “città ideale” proprio nel quartiere universitario? In che modo questo partecipa alla libreria e viceversa?
Perché in questo quartiere mancava un luogo che non fosse di passaggio, che proponesse libri belli e non necessariamente universitari, che non fosse solo a misura di studenti, ma per gli abitanti tutti, per gli anziani, i bambini, i professionisti, per la gente del mercato.
Gli universitari ci osservano, ma non partecipano molto agli appuntamenti, anche se durante e dopo la pandemia alcuni sono entrati, un po’ incuriositi. Ce n’è qualcuno che legge e compra molti libri, anche di poesia. Per il resto l’università rimane una cosa a sé stante. Solo ogni tanto organizziamo qualcosa su proposta di docenti universitari, ma meno di quanto si immagini.

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E quindi chi frequenta la libreria? Come descriveresti la vostra comunità e in che modo siete riusciti a costruirla nel tempo?
La libreria è frequentata dalla gente del quartiere: al mattino le persone più anziane che amano ritrovarsi per una chiacchierata, un confronto, un racconto; verso pranzo le mamme o, appunto, qualche universitario; nel primo pomeriggio genitori e bambini tra una palestra, un corso d’inglese o altro; la sera, chi lavora e fa un salto in libreria prima di rientrare a casa o per partecipare a un incontro letterario a fine giornata.
Quella dei nostri clienti è una comunità affettuosa e affezionata, che si affida ben volentieri a noi per consigli di lettura, ma che anche ricambia con suggerimenti, frammenti di vita vissuta, buon cibo da gustare. La comunità si prende cura di noi, in una sorta di scambio di gentilezze.
Come si costruisce la comunità intorno a una libreria? Con la porta aperta sulla strada, con i cuori spalancati, con l’ascolto, con la competenza e la professionalità. Abbiamo visto bambini crescere, persone invecchiare, diventare più fragili e poi anche morire. Abbiamo assistito a nascite e comunioni, a lauree e innamoramenti.
Ci vuole anche una buona memoria per entrare nelle vite degli altri, per far sì che i volti di chi arriva ci siano familiari così come i loro gusti di lettura, i desideri, i bisogni. In questo aiutano molto i gruppi di lettura, strumenti di straordinaria socialità e profonda confidenza.

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Guardando all’intera città, com’è la scena culturale romana? E come descriveresti la situazione delle librerie indipendenti del territorio?
Roma offre tanto, forse in modo caotico, ma dinamico. Ci si sposta per i grandi appuntamenti, nei teatri, negli auditorium, per la musica o altro, ma per il resto si vive molto nella dimensione di quartiere. Le librerie indipendenti dislocate per la città sono quindi dei preziosissimi luoghi in cui respirare cultura e vivere esperienze più raccolte, più personali. Ognuna con la sua identità, in dialogo con il tessuto sociale che la circonda.

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Come sono i vostri rapporti con gli altri addetti del mestiere (librai, di Roma e non, ed editori)?
Purtroppo non abbiamo rapporti costanti, di certo amicali con alcuni, ma poco istituzionalizzati.
Come selezionate i titoli da mettere a scaffale? E per quanto riguarda la loro disposizione, all’inizio hai parlato di categorie per stimolare l’immaginazione e la creazione di mappe di lettura: puoi farci alcuni esempi?
I titoli a scaffale sono selezionati “a sentimento”: questa è la categoria emotiva emersa chiacchierando a casa di amici. Ovviamente cerchiamo di orientarci tra buoni titoli di narrativa, non ci facciamo mancare i classici, miriamo a una saggistica di qualità (anche se vorremmo degli scaffali dedicati più ricchi), ci informiamo sulle novità editoriali e su quelle chicche letterarie che possono contraddistinguere la nostra proposta. Il cuore della ricerca parte dai nostri interessi e si contamina con le preferenze della nostra clientela abituale. Cerchiamo di fare attenzione anche ai temi che di volta in volta conquistano uno spazio di attenzione e di curiosità nel panorama culturale contemporaneo.
In questo scenario, le mappe di lettura sono qualcosa che sfugge alle tradizionali suddivisioni tematiche o di genere letterario. Nel nostro piccolo settore verde, per esempio, potresti trovare sia romanzi, sia saggi, sia albi illustrati, sia raccolte poetiche che in qualche modo strizzano l’occhio a chiunque si interessi di ambiente, natura, ecologia, trekking. O potresti trovare la storia in dialogo con l’antropologia, la filosofia e la psicologia, immaginando un movimento circolare della storia del pensiero e delle azioni umane. Nessun confine tra le discipline, ma un’apertura al dialogo. Forse niente di straordinariamente evidente ma divertente. Ci piace osservare i lettori che si concedono un tempo lento per crearsi propri percorsi di lettura.

© Valerie Tristan

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Nel corso della storia dell’Altracittà, quali sono i libri che avete venduto di più e cosa ci dicono della libreria e di chi la frequenta?
Siamo una libreria di proposta, quindi lavoriamo molto sul piccolo e insolito più che sulle quantità. Poi abbiamo molti gruppi di lettura, che incidono sui dati di vendita. Detto questo, però, uno dei titoli che nei quasi dodici anni dell’Altracittà ha sicuramente segnato un record è M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani). Partito in sordina nell’autunno 2018, ha spopolato nei mesi e negli anni a seguire.

Se guardo alle nostre vendite, ci riconosco le scelte di un pubblico curioso e colto, che ama interrogarsi sul senso del vivere, che è attento ai cambiamenti, che è dotato di senso critico, che vuole approfondire. E, oggi più che mai, è un pubblico che ricerca tra le pagine un conforto, un senso, un appiglio.

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L’Altracittà è una Casa dei Topi e ha quindi a disposizione tutto il catalogo Topipittori: a quali dei nostri libri sei più affezionata e perché?
Prima ancora che a singoli titoli, sono affezionata al progetto complessivo di Topipittori, alla ricerca che contraddistingue il catalogo e al continuo dialogo della casa editrice con i librai.
Poi tra gli autori e gli illustratori dei libri di Topipittori ci sono indubbiamente delle persone amiche, che stimiamo per il loro lavoro e la loro ricchezza interiore: per prossimità e per conoscenza personale facciamo riferimento a Gioia Marchegiani, che da anni propone qui da noi percorsi bellissimi di acquerello botanico; Cristiana Pezzetta, instancabile ricercatrice di antiche storie e parole; Susanna Mattiangeli, con il suo mondo sognante e al contempo concreto; e Silvia Vecchini, col suo profondo sguardo poetico. E la lista potrebbe allungarsi ancora.

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Se devo scegliere un titolo, però, confesso che il mio cuore intimamente batte per Chiuso per ferie di Maja Celija. Uno spazio domestico che nasconde movimenti segreti e inattesi. Un senso di sospensione e di straniamento, un mondo altro che si agita e che vive a prescindere da noi. Un minuscolo possibile e vivace.



Hai presentato L’Altracittà come un luogo, oltre che di vendita dei libri, di incontro e confronto: quali eventi e corsi proponete? Ce n’è stato qualcuno di cui sei particolarmente orgogliosa?
Abbiamo citato i gruppi di lettura, a cui si affiancano gli incontri e i bookclub con gli autori e le autrici, i corsi di scrittura, la formazione sui libri per l’infanzia: il DNA di molte librerie contemporanee.
Poi negli anni abbiamo dato sempre più spazio ai laboratori creativi, all’arteterapia, al counseling per rafforzare quella domanda di esplorazione attiva e condivisione che ci arriva dai clienti e che ci riguarda per sensibilità personale. Punto di forza sono le proposte inerenti alle arti visive (dall’acquerello al collage, alla poesia visiva, alla fotografia) e tessili, il lavoro sulla voce (lettura espressiva, lettura poetica, lettura ad alta voce, canto), il lavoro sui suoni e la sperimentazione musicale.
Di particolare soddisfazione per me sono state le esperienze itineranti fatte con la scrittrice Elvira Seminara e i suoi corsi intensivi di scrittura nei boschi e nei piccoli borghi. Ma anche le esplorazioni urbane fatte con la poesia all’aperto, veri e propri reading poetici dentro spazi verdi cittadini con la magnifica curatela di Sara De Simone e Laura Pugno. E le stagioni estive di incontri letterari nei parchi urbani di prossimità e tutte le esperienze di vacanza in natura favorite da quasi un decennio di collaborazione con il collettivo Giuggiole, nato proprio tra le mura della libreria.

Cos’ha spinto te e Andrea Petrini ad aprire la libreria? Quali precedenti esperienze formative e lavorative vi lasciavate alle spalle?
Ci ha spinto la comune passione per i libri, ci ha sostenuto la nostra amicizia, ci mantiene la nostra determinazione. Entrambi di formazione storica, entrambi medievisti, archivisti, abbiamo abbracciato l’idea di diventare librai per avere tantissimi libri a disposizione! E chiaramente ci piaceva l’idea di avere un ruolo attivo in ambito culturale, affatto desiderosi di affollare le liste di attesa per un posto all’università o nella scuola. Abbiamo vissuto e viviamo ancora il nostro mestiere come ricercatori di mondi possibili, suggeritori di storie, di umanità. Non abbiamo abbandonato le esperienze lavorative precedenti, le abbiamo conservate nel nostro quotidiano e in alcune consulenze che si sono succedute negli anni. E poi nella nostra formazione non è mancato il movimento: il volley per Andrea, la danza per me.

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Cosa deve avere, secondo te, un buon libraio? Passione e professionalità?
La professionalità è auspicabile in ogni settore. Quello che possiamo fare noi librai è lavorare con onestà intellettuale, informandoci e studiando sempre, senza perdere di vista le persone che abbiamo di fronte, ma tenendo conto dei nostri gusti personali perché sono quelli il motore primo di ogni agire. E poi è importante conservare un certo equilibrio tra ciò che si può fare e ciò che si desidera fare, mantenere la propria indipendenza nelle scelte, coltivare buone relazioni, rimanere aperti ai consigli altrui.

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Quale aspetto preferisci del lavoro di libraia e quale invece proprio non sopporti?
Mi piace ideare e coltivare progetti, organizzare e raccontare, coinvolgere le persone, creare reti e legami. Mi piacerebbe avere più tempo per leggere e prendere appunti, per scrivere e riflettere, ma la libreria è una piazza aperta e non c’è molto spazio per le pause di riflessione. Non sopporto troppo il senso di incertezza e precarietà che ogni libraio si trova a vivere.

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Dall’autunno del 2020 vi dedicate anche a un altro progetto: L’Altracittà media e arti, una casa editrice. Ce lo racconti? Chi è coinvolto di voi librai e come s’intrecciano le due realtà?
È stata una vera una bellezza condividere un nuovo progetto in un tempo così complicato come quello del Covid. Lavorarci su era un modo nuovo per stare insieme, per guardare oltre, per avere una materia diversa e stimolante a cui dedicare idee, energie. Con me ci sono Lucilla, che offre da molti anni la sua consulenza e la sua esperienza nel settore bambini e ragazzi, volontaria appassionata e tenace, e Arianna, che aveva già lavorato con me in passato da Treccani, una risorsa eccezionale. Tra noi c’è una sintonia meravigliosa, che non può prescindere dal sostegno dei nostri compagni di vita e da amiche di lunga data che ci affiancano nei momenti più intensi. Difficile far rientrare tutto in questa folle accelerazione del mondo. Intrecciamo il nostro lavoro alla vita in libreria o in ufficio, ritrovandoci fuori orario, sacrificando spesso il tempo libero. Ma il tempo vola e spesso rimaniamo indietro, come brave artigiane: così abbiamo deciso di procedere a piccoli passi, dedicandoci a poche e piccole opere belle o a riscoperte meritevoli di essere rispolverate.
Avete in serbo qualcosa di speciale per il futuro?
Non so risponderti. Speciale è il nostro crederci sempre. Speciali sono le intuizioni che ti sorprendono e ti salvano. Speciale è il nostro esserci oggi. Futuro è una parola difficile.
Un’ultima richiesta per salutarci: una buona ragione per cui chiunque dovrebbe fare un salto dall’Altracittà.
Perché L’Altracittà è come una casa dove puoi entrare in silenzio, accomodarti, ritrovarti in compagnia. L’Altracittà è una città altra nella città grande, dove si parla, si fa arte, si legge insieme, ci si confronta, ci si accorda, si fa amicizia, si cresce, ci si indigna, si rinasce, si sperimenta. Qui trovi passione e cultura. Sempre a suon di musica.

© Valerie Tristan